The Black Keys (US)

Biografia

I Black Keys nascono nel 2001 dall’unione musicale tra Dan Auerbach (chitarra e voce) e Patrick Carney (batteria), già amici di vecchia data. L’obiettivo è chiaro: dare nuova linfa al blues e attualizzarlo agli anni Duemila.

Il primo frutto è del 2002, si intitola The Big Come Up ed esce su Alive Naturalsound Records. Meno sguaiati dei Bassholes, più tradizionalisti e coesi, i Black Keys guardano al passato come ad una terra promessa da estrapolare dalle cartoline, per farlo rivivere in studio di registrazione. Tutto il disco, ed in particolare le cinque cover, sono una dimostrazione lampante di questo modus operandi. Scrive il nostro Solventi: “Il canto di Dan – tra il sanguigno e il sornione, una rauca via di mezzo tra Hendrix e Steve Ray Vaughan – gorgoglia tra le anse dei riff e dei fendenti, è l’officiante di un rito interiore che sgorga sulla pubblica piazza, lo psicopompo verso il Southern Comfort serotino”.

The Big Come Up procura al duo un contratto con Fat Possum Records, etichetta che da sempre si dedica a tenere vivo il verbo del blues. Così, nel 2003, viene pubblicato Thickfreakness, il primo vero passo dei Black Keys verso il successo. Come scrive sempre Solventi, qui si “affonda ancor più il cuore e le braccia nel calderone bollente del delta blues”.  Il suono, nonostante il salto di qualità contrattuale, è ugualmente diviso tra il fango del Delta e l’elettricità del garage (come nella cover di Have Love Will Travel di Richard Berry, brano reso famoso nella versione dei Sonics), non dimenticando di fare l’occhiolino ai Black Crowes. A settembre c’è anche il tempo di fare uscire uno split-Ep assieme ai Six Parts Seven per la Suicide Squeeze Records. Il seguito è un altro mini, The Moan, che esce a 2004 inoltrato per la Alive Naturalsound Records. E’ un ringraziamento della band a chi per primo ha creduto in loro, con rivisitazioni ed un solo pezzo inedito, quello che dà il titolo alla pubblicazione.

Il duo si dedica moltissimo all’attività dal vivo, e punta anche al ritorno economico, con pezzi utilizzati in spot pubblicitari ed apparizioni televisive, visto che le finanze sono in perdita a causa di un tour europeo annullato. Esce così, sempre nel 2004, Rubber Factory, ancora su Fat Possum, primo disco registrato lontano dallo scantinato di casa Carney. Nelle parole del nostro Vincenzo Santangelo: “Cosa c’è di più lungo – e di più piacevole – del torpido ripetersi di When The Lights Go Out, brano che apre quasi controvoglia il disco, campione ideale del suono Black Keys consigliabile a chiunque si domandi di che musica stiamo parlando”. Nella classifica americana l’album arriva alla posizione 131, ma va meglio in Australia (18) e Regno Unito (62). A questo 2004 febbrile segue un 2005 nel quale la band pubblica soltanto il video album dal vivo Live.

Quello che segue è un anno di cambiamenti importanti: prima la pubblicazione del mini album (solo sei tracce) Chulahoma: The Songs of Junior Kimbrough, col quale i Nostri omaggiano uno dei loro eroi e salutano la Fat Possum, poi con la pubblicazione di un disco vero e proprio. Magic Potion segna l’inizio del sodalizio con un’altra etichetta illuminata, la Nonesuch. Ciò che non cambia è lo stakanovismo di Auerbach e Carney: pezzi per spot pubblicitari, tour lunghissimi e partecipazioni a colonne sonore.

Ma l’anno che divide la storia dei Black Keys in due è il 2007: l’incontro con Danger Mouse per un disco inizialmente progettato per Ike Turner sfocerà l’anno seguente in quello che può essere considerato il migliore album della band, Attack & Release. L’utilizzo di uno studio professionale e di un produttore esterno danno una patina scintillante ad un suono che conserva la bontà della tradizione, ma che viene supportato da una maggiore densità strumentale: in Psychotic Girl, ad esempio, quelli che un tempo erano spazi vuoti vengono riempiti da elementi anche eterogenei. La nostra Teresa Greco ha sottolineato, “gli ingredienti sono tutti al posto giusto, dai bluesacci torvi e grezzi. […] In più allora, qua e là la struttura base viene arricchita (synth, effetti, tocchi di drum machine, cori e controcanti)”. Nella classifica statunitense dei dischi più venduti, l’album arriva al quattordicesimo posto, forte anche dell’utilizzo di brani della band in videogiochi e serie tv. Il 2008 è anche anno di concerti più o meno importanti, come quello coi leggendari concittadini Devo all’Akron Civic Centre per Obama, e di un concert video, il Live at the Crystal Ballroom.

Tensioni e collaborazioni: così potrebbe essere riassunto il 2009 dei Black Keys, tra Auerbach che pubblica l’esordio solista, Keep It Hid, e Carney che esce con una nuova band. Il batterista, che si sente tradito dal sodale compagno, attiva, infatti, i Drummer e con loro, nel ruolo di bassista, incide Feel Good Together. I rapporti tra i due si ricomporranno velocemente. Ne viene fuori l’incontro con l’hip hop (caldeggiato da Damon Dash) con il progetto Blakroc.

Con il seguente Brothers, del 2010, i Black Keys fanno il botto: negli Stati Uniti il disco finisce dritto al terzo posto della classifica degli album più venduti. Il singolo Tighten Up è l’unico brano a firma Danger Mouse in un album prodotto dalla band e Mark Neill. Il suono è un soul battente, sanguigno, ma elegante. Sempre nelle parole di Solventi, è “un suono, caldo e sfrangiato, distorto come certi sentimenti quando la temperatura si fa troppo elevata. Un suono, consentitemi, vintage che più vintage difficilmente si può, pur con tutta la voglia di lanciare sfide alla contemporaneità con quei fuzz che si spampanano e confondono tra le tastiere, grattando la pancia antica ma viva della bestiolina blues-rock”.

Il successo si stabilizza, arrivati a questo punto? Neanche per sogno: quando, nel marzo del 2011, esce El Camino, nuovamente con Danger Mouse in cabina di regia, i Black Keys non sanno di stare per entrare nell’Olimpo mainstream. Trascinato da Lonely Boy e Gold on the ceiling, l’album diventa un successo planetario: premi a pioggia, il secondo posto negli Usa, il sesto nel Regno Unito, terzo in Canada, Australia e Belgio. La distanza dagli esordi è marcata in maniera forte. Le differenze le cogliamo nelle parole di Solventi, per il quale il modus operandi del duo “è semplice ma tutt’altro che naif: si tratta di pennellare segni forti (riff assassini di chitarra e di tastiere, queste ultime rigorosamente vintage) e deviazioni stilistiche meno prevedibili, in un gioco di depistaggio che un po’ sconcerta e soprattutto tiene viva l’attenzione, il flusso cardiaco dell’adrenalina”. I Black Keys diventano così famosissimi.

Dal 2011 al 2014 la band suona ovunque, e Dan Auerbach trova il tempo di produrre Locked Down, attestato di seconda giovinezza del mitico Dr. John. L’attesa, infine, per il ritorno della band, termina con l’annuncio dell’uscita del nuovo Turn Blue fissata per il 13 maggio 2014, sempre su Nonesuch. Si tratta dell’ottavo disco sulla lunga distanza, preceduto dal singolo Fever  e da tre teaser “ipnotici”.

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