Domenico Modugno

Biografia

Mr Volare, l’invenzione del pop italiano

Mimì avrebbe dovuto arruolarsi nei carabinieri. «Guarda tuo zio: è maresciallo e il pane è sicuro», diceva la madre. Poi avrebbe dovuto prendere moglie, senza pensarci su troppo, tanto poi l’amore arriva. Avrebbe risparmiato anche a suo padre il disonore di leggere sul giornale «che ti fai passare per un figlio di principe zingaro. Io sono guardia municipale e ne sono orgoglioso!». Questo avrebbe dovuto fare Mimì, rispettando le leggi non scritte di un piccolo mondo antico, quello dell’Italia meridionale, e lasciar definitivamente perdere l’infatuazione del cinematografo, il sogno di recitare.

Sarebbe diventato l’inventore della musica pop italiana, con le mani e la faccia dipinte sempre un po’ di blu. Perché Modugno è stato un po’ Sinatra e un po’ Woody Guthrie, un po’ Elvis e un po’ Brassens, un po’ Johnny Cash e un po’ Matteo Salvatore

Quei consigli dei genitori, Domenico Modugno, li avrebbe registrati tempo dopo la sua fuga dalla Puglia. Sarebbero entrati, attraverso la sua voce, in Vendemmia giorno e notte, una claustrofobica tammurriata senza sonagli registrata nel 1971 che alla voce dei contadini che giocano a morra e all’invocazione dei santi Antonio e Francesco premetteva un lungo incipit psichedelico. Mimì non aveva mai dimenticato quegli ammonimenti, ma nemmeno le sue origini. E lo avrebbe dimostrato a distanza di anni, quando ormai non lo chiamava più nessuno Mimì. Per gli intimi era Mimmo, per gli altri Domenico, per l’Italia Modugno, per il mondo Mister Volare. Ovvero il volto di un Paese finalmente uscito dalle macerie del secondo dopoguerra. Alla fine sarebbe diventato più famoso come cantante che come attore. Anzi, sarebbe diventato l’inventore della musica pop italiana, con le mani e la faccia dipinte sempre un po’ di blu. Perché Modugno è stato un po’ Sinatra e un po’ Woody Guthrie, un po’ Elvis e un po’ Brassens, un po’ Johnny Cash e un po’ Matteo Salvatore.  Un creatore del quale è impossibile riassumere energia e idee senza far torto a qualche incisione, qualche sceneggiata, qualche serenata.

«Non ti allontanare al mare, torna indietro che l’acqua è profonda, è pericoloso», recitava Modugno in Vendemmia parafrasando la madre. Al contrario, Mimì non avrebbe avuto paura di prendere il largo e di continuare a sognare. Più tardi di volare, facendo volare un po’ tutto il mondo.

Dei rizziteddi

Polignano a Mare è una terrazza invasa dal sole, un palcoscenico sulle rocce in direzione Adriatico. Dallo sperone a strapiombo che fa da fondamenta al centro storico, il blu del mare e del cielo si confondono. Su Tripadvisor 450 recensioni in italiano su 602 recitano il giudizio “Eccellente”. In Inglese 69 su 97. «Polignano is the loveliest town to visit», scrive Madelyn. «Stunning place», per Martin. E c’è da scommettersi che quasi tutti i visitatori di questo paesino di circa 18mila abitanti nel barese abbiano scattato un selfie con la statua che domina il lungomare: un uomo con le braccia spalancate come per spiccare il volo.

9 gennaio 1928, giornata di vento sulla terra e burrasca in mare. Alle 15:00, al civico piazza Minerva 5 Pasqua Lorusso mette al mondo il suo quarto figlio, Domenico. Viene detto Mimì dei “rizziteddi”, soprannome di una famiglia dai capelli ricci

Quella statua (ovviamente) non c’è il 9 gennaio 1928, giornata di vento sulla terra e burrasca in mare. Alle 15:00, al civico piazza Minerva 5 (oggi piazza Caduti di via Fani) Pasqua Lorusso mette al mondo il suo quarto figlio, Domenico. Viene detto Mimì dei “rizziteddi”, soprannome di una famiglia dai capelli ricci. Ha due fratelli, Vito Antonio detto Tonino e Giovanni detto Giannino, e una sorella, Teresa. È con questi – con i maschietti, si capisce – che si lancia nelle scorribande che rivelano da subito un carattere indomito e corsaro.

Si innamora subito della musica. Come racconterà anni dopo a Roberto Arnaldi di Radio Montecarlo, «la prima musica che mi ha impressionato veramente è stato il canto dolce e straziante di un carrettiere che passava sotto casa all’alba e che mi svegliò, e io pensai: “Questo è il paradiso”». A dargli i primi rudimenti di chitarra e fisarmonica è il padre, Vito Cosimo, lo stesso che lo sculaccia per le sue puntuali marachelle. Racconta Bruno Pantano, presidente e co-fondatore dell’Associazione Internazionale Volare, nel suo Domenico Modugno, L’altra faccia del mio amico in frack, che una volta, per punirlo degli scarsi risultati scolastici, Vito Cosimo spedisce il figlio a lavorare nella bottega di un barbiere. Poco male, perché il garzone trova un luogo di convivio e di incontri: da buon salone del tempo, nella bottega si riuniscono “cuntisti” e suonatori. La Polignano del primo dopoguerra rispecchia appunto il sud di folklore e magie, tradizioni e superstizioni, come dagli archivi di Ernesto de Martino. È la Puglia dei muretti a secco e degli uliveti, della mietitura e della vendemmia e delle lampare, e quindi spesso di schiene piegate e ristrettezze. Lo stesso Vito Cosimo Modugno si arrangia come può fino a quando non diventa Comandante del corpo delle Guardie municipali. Proprio a causa del suo lavoro la famiglia deve trasferirsi a San Pietro a Vernotico, nell’entroterra brindisino, un paesino meno pittoresco di Polignano ma comunque affascinante. Soprattutto per via di un dialetto che ricorda il siciliano più che il pugliese. Che strano.

Minguccio è un adolescente boemio. Porta le serenate alle ragazze. Il suo cavallo di battaglia è Besame Mucho. Si unisce anche alle orchestrine di paese suonando la fisarmonica

“Minguccio” è un adolescente boemio. Porta le serenate alle ragazze – a pagamento, s’intende, fino a mille lire! – con l’inconveniente che spesso le destinatarie si innamorano di lui e non del mittente. Cosa da niente. Il suo cavallo di battaglia è Besame Mucho. Si unisce anche alle orchestrine di paese suonando la fisarmonica. Come scrive Alberto Selvaggi nella sua divertente e aneddotica biografia non autorizzata, il giovanissimo cantastorie si accanisce a colpi di Rosamunda e Dove sta Zazà anche sull’organo della Chiesa Madre, appena il parroco si distrae. A sedici anni scrive i primi brani (mai incisi) E la luna fra le nubi che sorride al mio dolore e Il treno che fischia.

L’anno prima di diplomarsi in ragioneria mette in atto la grande fuga. Avvisa soltanto la madre e va a Torino. Nel 1950 a Roma. È l’anno del giubileo indetto da Papa Pio XII. Spacciandosi per pellegrino si fa ospitare nel convento dei frati camaldolesi al Celio

Ma Mimmo non si sente appagato, completo: gli manca il mare, motivo per cui appena può torna a Polignano. E poi San Pietro gli sta stretta: vuole recitare, merito anche del cinema all’aperto che viene allestito d’estate nella Cala Grottone, sempre a Polignano. Il suo idolo è Spencer Tracy ma il padre vuole che si faccia ragioniere. O che entri a sua volta nell’arma. Mimmo non ci sta e l’anno prima di diplomarsi in ragioneria mette in atto la grande fuga. Avvisa soltanto la madre e va a Torino, la città più lontana, dove lavora come cameriere e poi gommista in una fabbrica. Ma all’ombra della Mole non si mastica abbastanza arte quindi, dopo il servizio militare a Bologna, se ne va a Roma. È il 1950, l’anno del giubileo “del gran ritorno e del gran perdono” indetto da Papa Pio XII. Spacciandosi per pellegrino si fa ospitare nel convento dei frati camaldolesi al Celio.

Nella capitale comincia a esaudirsi il sogno. Con una barzelletta passa il provino di Luigi Zampa al Centro Sperimentale di Cinematografia e ottiene una borsa di studio di 50mila lire al mese più un pasto gratis al giorno. Di sera, poi, canti e suoni nei locali di Via Margutta gli valgono anche lì mille lire e un pasto gratis. Arrivano le prime importanti collaborazioni e comparsate: per esempio, nel 1951 prende parte alla resa filmica di Filomena Marturano di Eduardo de Filippo. Poi, un giorno, al Centro Sperimentale arriva una ragazza siciliana. Si chiama Francesca Guarnaccia, sceglie però di farsi chiamare con il cognome della madre, Gandolfi. Modugno subito ci prova, come con le altre allieve del Centro. Ma questa volta è diverso: i due si sposano nel 1955, un matrimonio che sarà lungo quanto due vite messe insieme. Anche se lui avrà per sempre la fama del latin lover all’italiana. Con quella faccia un po’ così, quel baffetto un po’ così.

My way alla siciliana

Quella di Radio Club del 20 maggio 1953 non è una puntata come le altre. È più una festa, perché a entrare negli studi Rai di Via Asiago a Roma è Frank Sinatra. Alla conduzione c’è Guido Notari, a condurre l’orchestra Armando Trovajoli. Poi, in un angolo, c’è un giovane, baffetto e chitarra, che aspetta il suo momento. Merito di una nenia che l’anno prima ha cantato nel film Carica Eroica, di Francesco de Rubertis, nel quale interpretava un soldato siciliano che cantava una ninna nanna a un bambino disperso: quella nenia veniva dritta dritta da San Pietro a Vernotico.

Modugno deve fare il siciliano. Al paese (anzi, ai paesi) non la prendono bene e parte un lungo strappo con i conterranei. Il punto è che la sua Puglia, quella dei piccoli borghi di provincia, non è conosciuta, non fa presa

La melodia è dolce, il canto leggero e l’accento attraente: quel brindisino di provincia pare siciliano, che ha tutto un altro appeal rispetto al pugliese. Anche alla radio, motivo per cui lo stesso de Rubertis lo accompagna alla Rai, negli studi di Trampolino. «Chiamatemi quel ragazzo», tuona il direttore dei programmi Fulvio Palmieri, che gli affida un programma. Si chiamerà Amuri, amuri, e sarà un successo. Sono centinaia le lettere che gli ascoltatori spedisco a Modugno, il quale per la prima volta vede una sua foto sul giornale. «Un nuovo astro della canzone italiana è sorto nel travagliato firmamento dei divi», scrive il rotocalco Settimo Giorno, anche se è da sottolineare la fondamentale collaborazione ai testi di Francesca Gandolfi.

C’è solo un compromesso: Modugno deve fare il siciliano. Al paese (anzi, ai paesi) non la prendono bene e parte un lungo strappo con i conterranei. Il punto è che la sua Puglia, quella dei piccoli borghi di provincia, non è conosciuta, non fa presa. L’immaginario della sua terra gli torna invece utile per scrivere le canzoni che devono riempire il programma, un inedito ogni puntata. Nascono così, in una genesi compulsiva, filastrocche e ritornelli che danno dignità e respiro a una tradizione popolare ancora ignorata nell’industria del bel canto. La cicoria, per esempio, cantata (non succederà mai più) insieme alla stessa Gandolfi. Oppure La Sveglietta, su un oggetto quotidiano e familiare. E poi piccoli sceneggiati che cantano di animali le cui emozioni vengono antropomorfizzate. È il caso del gatto nero e bistrattato di Musciu Niuru o dello sfruttamento del Cavaddu cecu de la minera. Dallo stesso schema nasce il primo pezzo memorabile di Modugno, quel Lu pisci spada che è racconto della mattanza e un Giulietta e Romeo del Mediterraneo, alla Verga o alla Hemingway, scritto sulla punta della fiocina che attraversa due pesci innamorati che hanno deciso di condividere la morte. Altro schema di composizione immagina una turista straniera che arriva in Sicilia e incontra luoghi e personaggi topici come Lu minaturi o Lu salinaru. Alla fine del 1953 la RCA Italiana mette sotto contratto Modugno.

«I am very grateful to Mr. Modugno for this beautiful ninna nanna», ringrazia Sinatra e chiede una registrazione della canzone che però non inciderà mai. È comunque il salto in alto

Ma prima (come si diceva), nel maggio dello stesso anno, Sinatra è ospite a Via Asiago. La Rai cerca un cantante che possa rendere omaggio alle origini sicule di “The Voice”. Domenico da Polignano viene convocato e durante la trasmissione esegue, chitarra e voce, quella Ninna Nanna di cui sopra. «I am very grateful to Mr. Modugno for this beautiful ninna nanna», ringrazia Sinatra, e chiede una registrazione della canzone che però non inciderà mai. È comunque il salto in alto. Nel 1955 Walter Chiari – conosciuto sul set di Vacanze d’amore – invita Modugno a partecipare alla rivista Controcorrente. Al pubblico piace, alla critica no. «Modugno si accompagna con la chitarra e sembra voler chiedere scusa di esserci», scrive Angelo Frattini. Ma Domenico non si ferma e tenta l’esperienza all’estero. Va in Francia, a Parigi, con l’amico Riccardo Pazzaglia e un’automobile mezza scassata. Sono questi i giorni in cui, per creare un personaggio più attraente, s’inventa figlio di un capo zingaro del Sud Italia. L’avventura non è però entusiasmante. Va diversamente in Canada, così e così in Australia. Quando torna infine a Parigi strappa applausi al music hall Olympia. Ma la nostalgia dell’Italia è troppa. Torna e riprende le collaborazioni con il teatro, la televisione e approccia la canzone napoletana. Modugno crea di continuo in attesa di qualcosa di grande che ha da venire. Anche se qualcosa è già successo, forse troppo avanti per l’Italia musicale di quegli anni. Talmente in anticipo che passa praticamente inosservata. Nel 2005 saranno i Baustelle, con La guerra è finita, ad arrivare in classifica con un tema delicato come quello del suicidio

«È giunta mezzanotte
Si spengono i rumori
Si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffè»

Scenografia e sceneggiatura sono felliniane. «Io quando recito canto un po’, e quando canto recito pure», dirà in seguito Modugno. La prima volta in italiano lo fa in maniera memorabile. In Vecchio Frack cambia anche lo scenario, che non è più il mondo rurale dei padri, ma la città notturna e tormentata come quella della Dolce Vita. Non a caso l’ispirazione arriva dal suicidio di Raimondo Lanza di Travia, giovane principe romano che si toglie la vita nel 1954 probabilmente per la fine della relazione con l’attrice Olga Villi. Piena Dolce Vita, dunque. Anche se – secondo indiscrezioni – pare che anche Vito Cosimo Modugno avesse scelto la pistola per farsi da parte una volta scoperto un male incurabile.

È l’invenzione del cantautore. Almeno in Italia, in Francia George Brassens e in Belgio Jacques Brel avevano già eliminato le differenze tra autore e interprete

Bastano chitarra e voce per misurare l’incedere del dandy. E la performance scivola dimostrando le doti da one man band da serenata e palcoscenico, oltre a un talento chitarristico da e per sempre sottovalutato. È l’invenzione del cantautore. Almeno in Italia, in Francia George Brassens e in Belgio Jacques Brel avevano già eliminato le differenze tra autore e interprete. «Cantavo imitando Modugno e d’altronde come si poteva non subire la sua influenza?», dirà anni dopo Fabrizio de André a Il Giornale. Pierre Delanoé ne fa anche una versione in francese.

«Nella luce bianca galleggiando se ne va
un cilindro un fiore un frack»

Non c’è morale, non c’è giudizio. Non si vede nemmeno il cadavere. Solo una storia che scorre dal fiume della città fino al mare di un ascolto ondeggiante e immersivo. È un episodio irripetibile e insuperato nel suo racconto e nella sua esecuzione.«Mi piacerebbe – avrebbe detto nel 1981 Modugno a un’intervista per Live RSI – chiudere con l’uomo in frack, al quale sono legato particolarmente. Con una sedia e una chitarra».

Canta Napoli

«Il fatto è che il napoletano nella canzone funziona meglio da sempre. I suoi motivi sono conosciuti in tutto il mondo: chi non ha canticchiato almeno una volta O’sole mio

Riccardo Pazzaglia è nato e cresciuto al quartiere napoletano della Sanità. Una Napoli al quadrato, secondo lo scrittore Ermanno Rea, per bellezze e maledizioni. Pazzaglia arriva a Roma nel 1950 e nel 1952 si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Coincidenza o destino, di Domenico Modugno diventa grande amico oltre che stretto collaboratore ai testi. Anche perché è lui a insistere affinché Mimmo faccia con il napoletano quello che ha fatto con il siciliano. «Il fatto è che il napoletano nella canzone funziona meglio da sempre. I suoi motivi sono conosciuti in tutto il mondo: chi non ha canticchiato almeno una volta O’sole mio?», dice Pazzaglia all’amico, come riporta Maurizio Ternavasio nel suo La leggenda di Mister Volare. D’altronde le canzoni napoletane si ascoltano in tutt’Italia e soprattutto al sud, mamme, zii e nonni ripetono a memoria ancora certe villanelle dell’800 o i ritornelli del campione lirico Caruso. A Napoli, però, la sfida è più impervia: c’è un festival che in alcuni casi supera per risonanza anche quello di Sanremo; le melodie, con l’arrivo degli alleati americani, si sono già immischiate con il jazz, lo swing e il doo-woop; e poi ci sono i puristi della lingua che storcono il naso alle trasgressioni meno avvedute.

I primi esperimenti in napoletano di Modugno sono ispirati ai topos locali: la rumba di Sole, sole, sole; il mare in burrasca di Nisciuno po’ sapè; lo stereotipo di O’cafè (ripresa anche da Fabrizio de André in Don Raffaé); l’appucundria di Mese e’settembre. Nella lingua del core arriva poi la prima grande canzone d’amore, scritta insieme a Gino Verde, Resta cu’ ‘mme.

 

«Nun m’mporta d’o passato
Nun m’mporta e’chi t’avuto»

Diventano versi di culto nella nuova melodia partenopea anche se inizialmente subiscono una censura stucchevole. È l’Italia degli anni ’50, quella che non ammette rapporti pre-matrimoniali, bigotta. Almeno sulla carta, in quanto il Paese sta cambiando ma ancora non se n’è accorto. Modugno invece lo capisce e vuole raccontarlo nella tradizione musicale locale più nobile della penisola. Con Io, mammeta, e tu, per esempio. Questa volta, sì, con Pazzaglia, che confeziona un testo esilarante. Protagonista è un fresco marito asfissiato dall’invadenza di una suocera che, per preservare il buon costume della figlia, rasenta i limiti dello stalking. Diventa un classico, cantato anche da Renato Carosone (insieme con Fred Buscaglione l’eccezione di quegli anni). Altro personaggio memorabile è Lazzarella, la ragazzina impaziente di crescere che ruba sigarette al padre e il rossetto alla madre. È l’invenzione dell’adolescenza, un’Albachiara del dopoguerra. I due brani sono affreschi ironici di italiani ancora “poveri ma belli”, episodi degni di Mario Monicelli e Dino Risi. Sul lato B di Lazzarella compare Strada ‘nfosa, che Modugno sceglie per partecipare al Festival di Napoli tra il 16 e il 18 maggio del 1957. Al sole sostituisce una giornata di pioggia (‘afosa vuol dire proprio bagnata), al mandolino le pulsioni americane del doo-woop alla Platters. E poi una voce calda per cantare gli strascichi di una storia finita. Arriva secondo: è un successo e un arrivederci perché anni dopo tornerà alla rassegna partenopea per rimanere definitivamente nei suoi annali.

«Tu si na cosa grande pe’ ‘mme
‘Na cosa ca me fa nnammurà
‘Na cosa ca si tu guard’a’mme
Je me ne moro accussì guardando a ‘tte»

All’edizione dell’1964 non c’è partita. Tu si na cosa grande (presentata con Ornella Vanoni) conquista il Politeama e i napoletani. Anche il maestro della canzone partenopea Roberto Murolo la vorrà cantare. «Quando mi hanno detto che non era napoletano sono rimasto un po’ male», ricorda alla Rai Massimo Ranieri. Il legame di Modugno con Napoli non si reciderà mai, basti pensare all’interpretazione di Masaniello nella versione di Eduardo de Filippo Tommaso d’Amalfi. Oppure alla malinconica Sole Malato e all’avventura del pizzaiolo di Pozzuoli che innamorato di una principessa indiana diventa Pasqualino O’Maragià. Addirittura, in un’intervista Modugno arriverà a dire che per molto tempo le sue canzoni avrebbero preso forma a partire da un’idea in lingua napoletana, in seguito rielaborata in italiano. Un esempio su tutti, la struggente Come hai fatto. Altro piezz’ e’core.

Volare

Deve entrare in scena e, mai come questa volta, scoppia il cuore dentro al petto, sudano le tempie, il respiro si è fatto corto. È andato al Festival della Canzone per portare qualcosa di diverso, per cantare una canzone “contro”, o almeno così dirà in un’intervista. Ma prima di salire sul palco del Casinò di Sanremo, la sera del 31 gennaio 1958, «l’anima di Domenico Modugno è in tumulto», scrive nell’ottimo Volere è volare Corrado Minervini. «Il giovane cantante che sta per esordire sul palco sanremese – sempre Minervini – ha talento e volontà, e ha già maturato una notevole esperienza come cantante, autore, attore: eppure, quando arriva il momento di entrare in scena, Modugno prova un fremito. Rivive in un istante la storia incredibile di quella canzone e vede proiettate sotto le sue palpebre le immagini degli ultimi mesi della sua vita». Giorni passati a inseguire un sogno, segreto e fanciullesco, sognato da tutti, ma da una persona in particolare: Franco Migliacci, nato a Mantova ma cresciuto toscano. Che in gioventù si trasferisce a Roma per esaudire il sogno di recitare. Appassionato anche d’arte, disegna delle storie ispirate alle canzoni di un amico pugliese conosciuto sul set di Carica eroica, il film della Ninna nanna. Lo stesso amico che lo assilla affinché si metta a scrivere canzoni. Ma Migliacci non crede di esserci portato. Anzi, non è per niente interessato alla cosa.

Quando si sveglia i suoi occhi cadono su due quadri appesi in camera. Sono di Chagall. Riproduzioni, ovviamente, di Le Coq Rouge, sul cui cielo c’è un omino che vola e un gallo rosso; e di Le peintre et son modèle, il cui protagonista ha la faccia mezza dipinta di blu

Fino a una mattina dell’estate del 1957, quando aspetta che l’amico passi a prenderlo per andare al mare. Migliacci ha pensieri solo per la ragazza di cui è innamorato, quella che vorrebbe incontrare ancora una volta sul bagnasciuga. Ma Modugno non si presenta. Migliacci fruga nelle tasche: ha trecento lire, quanto basta per comprare un fiaschio di Chianti. Torna a casa e se lo scola fino ad addormentarsi mezzo ciucco. Quando si sveglia i suoi occhi cadono su due quadri appesi in camera. Sono di Chagall. Riproduzioni, ovviamente, di Le Coq Rouge danno la nuit, sul cui cielo c’è un omino che vola e un gallo rosso; e di Le peintre et son modèle, il cui protagonista ha la faccia mezza dipinta di blu. «I primi versi – ricorderà Migliacci – mi vennero di getto: di blu mi sono dipinto per intonarmi al cielo». E poi:

«E volare volare volare più in alto del sole e ancora più sù
mentre il mondo pian piano sparisce lontano laggiù»

Una specie di miraggio. Una genesi visionaria. Qualcosa di simile succede qualche anno dopo a un ragazzetto di Liverpool, che nella residenza londinese degli Asher in Wimpole Street sogna una melodia. Fortunatamente c’è un pianoforte per fissare subito l’idea di quella che diventerà Yesterday. Il ragazzetto è Paul McCartney. Ma quel sogno psichedelico e mirabolante non convince Migliacci, ancora timoroso. Quel testo è profondamente personale, rappresenta il suo sogno di evasione. Si sente solo, abbandonato e non ha una lira. Volare è un atto di fuga, il modo più poetico per mandare al diavolo praticamente tutto il mondo. Compreso il suo amico Domenico, che alla fine si presenta. I due litigano ma poi si chiariscono. Così Migliacci gli confida che ha scritto una cosa. Ma lo fa con un largo preambolo, tortuose filippiche e prolissi antefatti, fino a quando Modugno non gli strappa il foglio dalle mani, legge e dà di matto. Comincia a saltare e a gridare: «Andiamo a Sanremo, vinciamo Sanremo!»

Sono i giorni in cui la Fiat mette sul mercato la 500, i primi figli della guerra compiono 18 anni, le stazioni balneari si riempiono. Ma soprattutto, il 4 ottobre l’Unione Sovietica manda nello spazio il primo satellite artificiale, lo Sputnik

D’altronde a Modugno glielo diceva anche Francesca, sua moglie, che era arrivato il momento di osare. Al Festival aveva già esordito come autore con la zuccherosa Muretto. «La più bella sei tu, il tuo nome è Lilì», scritta per l’edizione del 1956 per Gianni Marzocchi e interpretata anche dal Quartetto Cetra. L’unica canzone dichiaratamente dedicata alla moglie. Ma questa volta è diverso. Non si tratta di uno scherzetto, un divertissement. La scrittura, del testo e della musica, dura mesi. Sono i giorni in cui la Fiat mette sul mercato la 500, i primi figli della guerra compiono 18 anni, le stazioni balneari si riempiono. Ma soprattutto, il 4 ottobre l’Unione Sovietica manda nello spazio, in orbita attorno alla terra, il primo satellite artificiale, lo Sputnik. Il mese dopo sarà il turno del primo mammifero, la cagnolina Laica, a bordo di un secondo Sputnik. All’edizione del 1958 del Festival di Sanremo sono previsti intanto alcuni cambiamenti. Tra Enzo Tortora e Mike Bongiorno, che si contendono la conduzione, la spunta Gianni Agus. La società ATA, concessionaria del Casinò, rivoluziona la giuria che viene sorteggiata non tra gli abbonati Rai, ma tra quelli dei principali quotidiani nazionali. Quando Modugno presenta Nel blu dipinto di blu alla commissione presieduta per la prima volta da Achille Cajafa, ottiene 99 voti su cento. Ora serve solo un cantante: secondo una regola non scritta della rassegna, infatti, l’esecutore deve essere terza persona rispetto agli autori della musica e del testo. Ma nessuno nessuno vuole cantare quella canzone. Troppo strana, sognante, con un tizio che si dipinge le mani e la faccia di blu. Perlopiù nel salotto borghese e conservatore per eccellenza del Paese. Che però sta cambiando, capisce Modugno, che cambia a sua volta le regole e decide di cantarsela da solo quella pazzia. In coppia – come prevede il regolamento del tempo – con Johnny Dorelli. Scommettendo tutto sul palco del Casinò.

È il gesto che cambia il modo di stare in scena, di intrattenere, di cantare dal vivo. Modugno smette la postura ingessata del bel canto e spicca il volo su una melodia magica

Arriva dunque il momento. Quando Agus, con l’altra conduttrice Fulvia Colombo, lo annuncia, finisce il tempo dei timori. Modugno ha uno smoking azzurro-carta da zucchero. Partono gli archi e l’introduzione: «Penso che un sogno così non ritorni mai più», è psichedelia ante-litteram. La voce è dolcissima fino allo strappo, il colpo di scena. «Poi d’improvviso venivo dal vento rapito – apre le ali, accende i motori, per poi stabilizzarsi nell’aere – e incominciavo a volare nel cielo infinito». Arriva il momento, quello che ha provato per mesi davanti allo specchio e alla moglie.

«Volare, oh ohh
Cantare oh oh oh ohh»

Apre le braccia, le spiega come la voce, sul palco e sui televisori degli italiani. È il gesto che cambia il modo di stare in scena, di intrattenere, di cantare dal vivo. Modugno smette la postura ingessata del bel canto e spicca il volo su una melodia magica che prescinde dallo schema strofa-ritornello. E poi quel coro che cattura tutto il mondo. C’è già chi lo canticchia dopo il primo ascolto, in diretta. Scorre tutto in maniera incantevole, anche bizzarra, attraverso gli occhi dell’amata e un arrangiamento dolce, parente del jazz e del doo-wop americano. Fino a quel finale in due note, «Con-te», che sorvola sull’allungo in acuto tipicamente strappa-applausi.

Basta la prima esibizione per considerare Modugno come il vincitore annunciato. Per coincidenza, in quelle ore, gli USA raccolgono la sfida sovietica e lanciano nello spazio l’Explorer 1, il primo satellite artificiale a stelle e strisce. E il primo febbraio in Eurovisione va in onda la finale di Sanremo. Modugno, ancora più esaltato, canta il ritornello che tutto il Vecchio Continente (e presto tutto il mondo) canterà in italiano. Al Casinò va in scena la Space Oddity italiana: già in tanti ripetono il coro dal vivo, parte del pubblico agita fazzoletti bianchi.

Nel blu dipinto di blu è un impulso tale per l’intero settore della discografia, che aumentano perfino le vendite di spartiti e riviste musicali

Non è una semplice vittoria. Il 45 giri viene edito dalla Curci e inciso dalla Fonit Cetra. Sulla copertina si sceglie un disegno di Guido Crepax. Le copie vanno a ruba battendo ogni record. Nel blu dipinto di blu è un impulso tale per l’intero settore della discografia, che aumentano perfino le vendite di spartiti e riviste musicali. «Fino a quel momento – ricorda Don Backy nel suo Domenico Modugno, La rivoluzione del canto – nel nostro Paese non esisteva una vera e propria industria discografica […] Con Volare ebbe inizio l’esplosione delle vendite. Si può pensare che, colta di sorpresa dall’inconsueto successo della canzone, l’industria adottasse seduta stante il formato del più moderno supporto a 45 giri». La canzone cambia anche titolo: è ormai Volare per la gente, che se n’è impossessata.

Volare diventa il ritornello perfetto del Miracolo italiano

E soprattutto diventa l’inno ufficioso di un Paese finalmente uscito dalla catastrofe e dalla tragedia della guerra. Già nel 1958 vengono firmati i Trattati di Roma che pongono le basi dell’Unione Europea; viene inaugurata la Parma-Milano, primo tratto dell’autostrada del Sole; inizia Telescuola, prima trasmissione televisiva dedicata all’istruzione; Don Milani pubblica Esperienze pastorali e a Roma esplode lo scandalo Rugantino, dal nome del locale dove la ballerina turca Aichée Nanà si esibisce a seno nudo. Infine sale sul soglio pontificio Giuseppe Angelo Roncalli, il “Papa Buono” Giovanni XIII. E poi Volare diventa il ritornello perfetto del “Miracolo italiano”, il boom economico che negli anni tra il 1958 e il 1963 porta il bilancio in pareggio, al record del +6,3% del PIL e al rilancio del Made in Italy.

Copia dopo copia, in poco più di un mese vende circa due milioni di dischi. L’anno successivo nascono i Grammy Awards, i cosiddetti Oscar della musica. Anche in quel caso Volare trionfa, vincendo nelle due categorie più importanti: miglior disco e miglior canzone

Anche Nel blu dipinto di blu diventa bene da esportazione, di ottimismo e fiducia nel futuro. È la canzone più trasmessa dalle radio di tutto il mondo; venderà oltre 22 milioni di copie. «In una stazione del Michigan, o dell’Indiana – racconterà a Vincenzo Mollica lo stesso Modugno – arrivò un signore con il mio disco e lo mandò in onda: il giorno dopo si ebbero duemila telefonate di gente che voleva risentirlo. Lo rimandò in onda: il giorno appresso altre duemila telefonate». E non è tutto. Due settimane prima del Festival, negli USA viene creata la hot 100 di Billboard, classifica dei dischi più venduti nel Paese. Diventa anche questa terreno di conquista per Modugno, che resta in vetta per due settimane. Copia dopo copia, in poco più di un mese vende circa due milioni di dischi. L’anno successivo nascono i Grammy Awards, i cosiddetti Oscar della musica. Anche in quel caso Volare trionfa, vincendo nelle due categorie più importanti: miglior disco e miglior canzone. Per mesi le radio e gli altoparlanti di Broadway mettono in circolo quella melodia, della quale si traducono e cantano i versi. A farlo saranno tra gli altri anche Frank Sinatra, David Bowie, Paul McCarteney, Louis Armstrong, Ella Fitzgerald. «Ho firmato autografi fino ad avere crampi alle mani. Ho dovuto sorridere fino a farmi venire un crampo in faccia», ricorda in seguito Mr Volare, ormai emblema di fascino mediterraneo e artistico all’italiana. Modugno riceve le chiavi della città di Washington e la stella di sceriffo di Kansas City. Conosce Elvis Presley, che vorrà incidere  Io traducendola nella sua Ask me che perderà però quasi del tutto l’impertinente romanticismo dell’originale. Turnée trionfali lo portano in giro per il mondo. Al Coney Island di Caracas si esibisce davanti a 120mila persone.

Il mondo intero ripete quel ritornello e continua ripeterlo all’infinito. Destino di poche canzoni eterne che appartengono alla musica internazionale e all’umanità intera. Melodie senza confini come La vie en rose, Garota de Ipanema, What a wonderful world, Besame mucho. «Volare è nel mondo uno dei biglietti da visita dell’Italia. Con la Ferrari, la Nutella, il comparto-moda, il food and beverages è uno dei simboli italiani nel mondo», dice Michelangelo Iossa, docente di musicologia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. «È probabilmente la prima vera canzone nazionale in relazione all’ampiezza e alla profondità di penetrazione. L’unica canzone a vincere due Grammy senza essere tradotta o adattata in inglese: Volare era prima in classifica negli USA in lingua italiana. Solo Der Kommissar di Falco e la Macarena hanno raggiunto la vetta della classifica statunitense nelle loro lingue originali», continua il docente, anche autore dello spettacolo teatrale Volare, cantato e interpretato da Marco Francini che dal 2010 calca i palcoscenici italiani e non. E continuerà a farlo per il 60esimo anniversario della canzone tra palchi estivi e teatri. «Nel blu dipinto di blu – chiude Iossa – un manipolo di canzoni italiane che hanno fatto breccia nei cuori degli ascoltatori di tutto il mondo: Con te partirò di Andrea Bocelli, Caruso di Lucio Dalla, Champagne di Peppino di Capri, Quando Quando di Tony Renis, Vieni via con me di Paolo Conte, L’Italiano di Toto Cutugno e Piove dello stesso Modugno. Un piccolo grande prodigio che ha contribuito alla nascita dell’industria discografica del nostro Paese. Domenico Modugno è un dono del mondo dello spettacolo, una figura unica, irriproducibile». Un dono al mondo intero, come riassume in un aneddoto a La Storia siamo noi la penna dietro quel ritornello, Franco Migliacci: «Con Domenico eravamo in India, a Nuova Delhi. Si guasta l’aereo e ci dicono: “Vi porta in giro questo signore con la macchina”. Arriviamo in questo posto di mare, meraviglioso. C’erano dei pescatori e all’improvviso si sente: Volare,oh-ohh, cantare oh-oh-ooh».

Sanremo è Sanremo

Domenico e Franco sono a una fermata dell’autobus a Pittsburgh, Pennsylvania, Stati Uniti. Poco più in là c’è una coppia di ragazzi. Lei sta piangendo. Modugno ammicca e fa all’amico: «Ciao ciao, my lady». Migliacci non coglie. Modugno ripete: «Ciao ciao, my lady». Che ci metterà pochissimo a diventare: «Ciao ciao bambina». A Migliacci quell’idea comunque non piace. Modugno pone allora un ultimatum, al termine del quale avrebbe lavorato a quel pezzo con qualcun altro. Migliacci non si convince e gli propone un altro pezzo per il Festival di Sanremo del 1959. A quel punto Modugno sceglie Dino Verde, con il quale ha già scritto Resta Cu’mme, per confezionare un altro successo immortale: Piove.

Modugno si ripete riuscendo dove non era e non è ancora riuscito nessuno: è per due volte consecutive vincitore della kermesse

Non si può ripetere l’exploit di Volare, anche da una prospettiva compositiva. Questa volta la canzone è meno fuori dagli schemi, anch’essa però con un’introduzione e poi un corpo libero tra strofa e ritornello. Un mid-tempo rockabilly che lascia esprimere la verve attoriale del cantante sulla coda strumentale del brano. Sanremo si scioglie nuovamente. E Modugno si ripete riuscendo dove era riuscita solo Nilla Pizzi nel 1951 e nel 1952, le prime due edizioni del Festival, rispettivamente con Grazie dei fiori e Vola Colomba: è per due volte consecutive vincitore della kermesse. Una doppietta, ad oggi, mai più replicata. Anche al di fuori del Casinò il successo stabilizza l’exploit del ’58. Come con Nel blu dipinto di blu, il pezzo cambia nome: Ciao, come bambina, sono tra le parole italiane più note al mondo.

Sanremo è Sanremo da Modugno in poi

Modugno, per Sanremo, diventa qualcosa in più di uno dei suoi campioni. La sua apparizione, con Volare, ha convogliato attenzione sulla kermesse come mai era successo prima né (forse) dopo. Senza quell’epifania la rassegna sarebbe potuta naufragare di lì a pochi anni. Ecco perché Sanremo è Sanremo da Modugno in poi.

«Quando sono arrivato in America non sapevano nemmeno cosa fosse il Festival», racconterà anni dopo lo stesso Mr Volare, l’uomo dei record, per la doppietta ’58/’59 e per le sue quattro vittorie totali. Quest’ultimo primato lo condivide guarda caso con il suo alleato all’edizione del 1962, quella del “compromesso storico” sanremese. Modugno si presenta proprio con la sua antitesi di sempre, “il Reuccio” del belcanto e dell’impostazione canora, Claudio Villa. Addio … Addio … resta nella storia solo per l’insospettabile collaborazione e per gli acuti di Villa, decisamente a suo agio nello spartito a differenza di Modugno. «Quel pezzo doveva essere fatto per accontentare conservatori e rivoluzionari: una canzone bastarda, non scritta in buona fede, e l’astuzia non valse l’ispirazione», confessa anni dopo Migliacci. Dopo Addio … Addio … il paroliere toscano si inventa il mestiere di produttore scoprendo tra gli altri un il giovane Gianni Morandi.

Modugno cala infine il poker al Festival del 1966, quando si presenta con Gigliola Cinquetti. Il brano si chiama Dio, come ti amo ed è una straziante dedica d’amore, tormentata al limite tra il melodramma e il neomelodico. L’interpretazione conquista la platea e il Mimmo Nazionale torna in vetta alle classifiche. Ma la storia di Modugno con Sanremo ha altri capitoli memorabili, indimenticabili oltre il gradino più alto del podio.

Comunque Meraviglioso

È appena passata la mezzanotte quando Lucio Dalla corre nella stanza a fianco alla sua nell’albergo di Sanremo dove alloggia. Ha appena sentito uno sparo. Alla stanza 219 arriva subito anche Dalida. È la notte del 27 gennaio 1967 quando un colpo di pistola mette fine alla vita a Luigi Tenco. Un gesto estremo scaturito dall’esclusione dal Festival della sua Ciao amore, ciao. Per alcuni, invece, un omicidio figlio di un complotto ai danni del sassofonista e cantautore genovese. Sicuramente una tragedia che segna un prima e dopo nella musica italiana. E influisce anche sulla carriera di Domenico Modugno.

Sanremo è ancora scossa per quello che è successo l’anno precedente. Tenco, il poeta maledetto del pop italiano, era tra gli innovatori di una scuola cantautorale che negli anni ’70 avrebbe moltiplicato i suoi talenti. E l’uomo che aveva dato la vita per una canzone

All’edizione del 1968 Mr Volare si presenta alla commissione con un testo scritto da Riccardo Pazzaglia. Parole che sconvolgono i membri della giuria esaminatrice. L’ambientazione è la stessa di Vecchio Frack: un ponte, un fiume e un uomo deciso a farla finita. Quello che cambia è l’happy ending, con un passante che convince l’uomo a desistere dal togliersi la vita.

«Meraviglioso,
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso»

Lo è anche il pezzo. Con l’impostazione mezza nasale di Modugno, l’accompagnamento di un lieve doop wop, il ritornello a squarciagola. Ma Sanremo è ancora scossa per quello che è successo l’anno precedente. Tenco, il poeta maledetto del pop italiano, era tra gli innovatori di una scuola cantautorale che negli anni ’70 avrebbe moltiplicato i suoi talenti. E l’uomo che aveva dato la vita per una canzone. «Secondo qualcuno – ricorderà Renzo Arbore, membro di quella commissione – io sono stato l’artefice principale dell’esclusione di Meraviglioso. La verità è differente […] quando scoprimmo che Modugno e Pazzaglia avevano presentato una canzone dove condannavano il suicidio come soluzione dei problemi, questa cosa lasciò noi molto perplessi: non si metteva in dubbio la buona fede dei due autori, ma quella canzone sembrava stigmatizzare proprio il gesto di Luigi».

Modugno deve ripiegare sul Il posto mio, scritta dalla spalla Tony Renis, una dolce ballata che però non viene ammessa alla finale. Era successo già nel 1967, quando si era presentato con i ricordi urlati di Sopra i tetti azzurri del mio pazzo amore. Per Meraviglioso, la bocciatura della cornice sanremese si ribadisce sul mercato. Ci vogliono anni affinché diventi uno dei pezzi più amati di Modugno, ripreso anche dai Negramaro per la colonna sonora di Italians (2009) di Giovanni Veronesi.

È il pezzo più potente di Modugno, che spinge la voce al massimo oltre l’impazzare di una samba. Il tris sembra davvero cosa possibile

Nel 1960, invece, Modugno tenta l’impossibile. Dopo l’uno-due Volare-Ciao ciao, bambina, vuole la tripletta con Libero. Insieme con lui – a cantare il testo di Franco Migliacci, con il quale è tornato il sereno dopo lo scazzo per Piove – c’è Teddy Reno. È il pezzo più potente di Modugno, che spinge la voce al massimo oltre l’impazzare di una samba. Il tris sembra davvero cosa possibile, almeno fino a quando il Mimmo nazionale non deve dare forfait per l’esibizione finale a causa di un malore. E forse anche per un passaggio del testo.

«Libero, voglio vivere
Come rondine
Che non vuol tornare al nido»

Molti leggono quella dichiarazione in chiave anti-matrimoniale. All’ermeneutica aiuta certo la reputazione da latin lover di Modugno. La stessa moglie, Francesca Gandolfi, non nasconde di non aver apprezzato quella canzone a causa di quel passaggio. Franco Migliacci rivela invece che quel pezzo nasceva ancora da un nuovo istinto pittorico: «Quando lessi la biografia di Gauguin, che per essere libero prese una barca e navigò fino a Tahiti, rischiando di prendere malattie maledette, rinunciando a tutto e andando incontro a una vita di cui nulla sapeva, provai un sentimento di partecipazione. Abbandonare il posto in cui vivi è come abbandonare una forma mentale. Ed era quello, innanzitutto, lo spirito del brano». Alla fine Libero si aggiudica il secondo posto, dietro a Romantica di Tony Dallara e Renato Rascel. Modugno raggiunge per altre due volte quel piazzamento: nel 1964, con il tangaccio di gelosia alla Buscaglione di Che me ne importa … a me, e dieci anni dopo con la ballata nostalgica e introspettiva, Questa è la mia vita.

Un calcio alla città rivela il Modugno più attento ai temi sociali

Al 1971 risale invece il sesto posto di Come stai, che non lascia segni in particolare, a differenza di Un calcio alla città del 1972. Se da una parte si piazza in fondo alla classifica della kermesse, dall’altra il brano rivela il Modugno più attento ai temi sociali. Il protagonista del testo di Riccardo Pazzaglia e Mario Castellacci è l’uomo da scrivania, chiuso nel suo ufficio. «Esemplare – scrive Minervini nel suo Volere è volare – migrato dalla campagna, attratto dalla città dalla trappola del posto fisso nel “terziario avanzato” e condannato a una vita di sacrifici, solitudine e umiliazioni». Una specie di Fantozzi che decide di ribellarsi alla sua vita agra.

«Questa volta faccio senza
Della pasta asciutta scotta della mensa
Amore mio, vieni anche tu
Il capo ufficio lasciamolo su»

Modugno è un tornado sul palco del Casinò: si toglie la cravatta, poi la giacca e raggiunge le coriste per il ritornello. Nella consueta parte recitata invita a non timbrare il cartellino per tornare a cogliere le margherite in campagna. Decisamente troppo per il Festival. Non abbastanza per l’Italia, che avrà ancora modo di incontrare quel Mr Volare engagé.

Working Class Hero

Quel ragazzo canta in napoletano. Soprattutto le canzoni di Roberto Murolo, ma non è napoletano. Lo capisce Claudio Villa, seduto in una trattoria romana. «Ma fai come il tuo conterraneo, Modugno, canta in pugliese!», dice allora “il Reuccio” quando il giovane con la chitarra si avvicina. Quel ragazzo si chiama Matteo Salvatore, è nato ad Apricena ed è tra i maggiori poeti del Sud Italia. Solo che nessuno lo sa, e probabilmente non l’avrebbe saputo mai nessuno se proprio Modugno non avesse acceso la luce sulla musica popolare del Meridione anticipando una tendenza che si esaudirà soltanto negli anni ‘70. Aveva iniziato a farlo agli esordi, con le ninne nanne e le fiabe popolate di animali. E lo avrebbe fatto negli anni successivi, nel 1971 in particolare, con la pubblicazione dell’Lp Con l’affetto della memoria. Come riportano le note di copertina, il lavoro è «l’elegia della terra rivisitata, l’emozione di rivangare con nostalgia e amore, ma talvolta in allegria, i luoghi, l’atmosfera, le persone di allora». E con allora si intende il microcosmo della cultura e della quotidianità del Meridione nei quali Modugno è cresciuto. Se sul mercato il disco è un mezzo flop, sul piano contenutistico è un piccolo gioiello. Ci sono brani già cantati e incisi come La sveglietta, Sceccareddu ‘mbriacu, Lu pisce spada. Tra gli inediti c’è Lu Frasulinu, ispirata a una specie di matto del villaggio di San Pietro a Vernotico, La Cia, dedicata al primo amore di Modugno, e la già citata Vendemmia giorno e notte. Ma il capolavoro è un altro.

«Cieli infiniti e volti come pietra
Mani incallite ormai senza speranza
Addio, addio amore, io vado via
Amara terra mia, amara e bella …»

Amara Terra Mia è una nenia ancestrale e mediterranea, un addio straziato alla terra natale maledetta da stenti e difficoltà. Le parole vengono dal diario di una giovane attrice che Modugno conosce durante la lavorazione dello spettacolo teatrale Mi è cascata una ragazza nel piatto. Si chiama Enrica Bonaccorti, che scrive inizialmente quelle parole pensando alla Sardegna, un indirizzo che viene in seguito corretto. Dal suo diario erano venute fuori già un anno prima altre parole, ugualmente intrise di sentimento. Erano diventate la bozza di La lontananza, un’eco d’amore, pieno di nostalgia e struggimento, che aveva riportato Modugno a dominare l’hit parade. Complementare rispetto ad Amara Terra Mia si rivela essere anni dopo Ragazzo del sud – «non ti rimane che andare in polizia, o come alternativa una rapina a una gioielleria» – che però Modugno non arriva mai a incidere. Ci pensa Adriano Celentano nel 2007 includendo il brano in Dormi amore, la situazione non è buona.

È un ritornello insurrezionale, zapatista. Una risposta rabbiosa alla Malarazza che sfrutta e soggioga i deboli. È un inno che prende le parti del popolo, degli ultimi, e un canto proletario. Per certi versi, il modello del combat-folk italiano

In Con l’affetto della memoria trova spazio anche il pezzo in napoletano Scioscia popolo. Non è un inedito, in quanto parte della colonna sonora dello spettacolo di Eduardo de Filippo Tommaso d’Amalfi dove Modugno interpretava Masaniello. È un pezzo dal carattere rivoluzionario, non un episodio isolato per Modugno, che nel 1976, incide probabilmente la traccia più rivoltosa della musica italiana. Per farlo ricorre a una canzone siciliana dell’800 inserita in un’antologia da Leonardo Vigo, Mattanza, censurata per il suo piglio ribelle. Modugno la recupera, e in verità non è il primo, in quanto già Dario Fo ne aveva ricavato una versione per lo spettacolo Ci ragiono e ci canto. Ad ogni modo, Mr Volare la riprende modificandola a modo suo. Già dagli esordi, Modugno riprende motivi tradizionali fissandoli su vinile. È un approccio quasi filologico, come quando mette su disco Tambureddu. In quel caso si tratta più precisamente di un collage di strofe e ritornelli salentini che presentano alla discografia italiana (questa sconosciuta) la pizzica. Tanto per cogliere, ancora oggi il suo incedere forsennato e tormentoso è tra i cavalli di battaglia di ogni Notte della Taranta.

Ma con la composizione di Vigo è un’altra storia. Modugno – si diceva – riprende la scena di Mattanza, con il lamento del servo che chiede misericordia a un crocifisso per le angherie sofferte. E la risposta di Gesù Cristo è inaspettata, un invito a reagire.

«Tu ti lamenti, ma che ti lamenti
Pigghia nu bastoni e tira fori li denti!»

È un ritornello insurrezionale, zapatista. Una risposta rabbiosa alla Malarazza – questo il titolo del brano – che sfrutta e soggioga i deboli. È un inno che prende le parti del popolo, degli ultimi, e un canto proletario. Per certi versi, il modello del combat-folk italiano. Sulle barricate di Malarazza Modugno non ci sarebbe più salito, ma l’impegno politico, quello non l’avrebbe mai abbandonato. Pur rifuggendo l’immagine del cantautore engagé e compromettendosi con altri termini, da una prospettiva più sociale. Come con L’anniversario (testo di Iaia Fiastri), con la quale si schiera contro l’abrogazione del divorzio per il quale viene convocato il referendum del maggio 1974.

«Noi non giuriamo niente perché non c’è bisogno
Con un contratto non si lega un sogno
Come ti son grato di questa libertà
La libertà di amarti senza essere obbligato»

Sulla cover del 45 giri compare la scritta “No all’abrogazione del divorzio” e il simbolo del Partito Socialista. Modugno è sposato da quasi vent’anni ma non ha dubbi su quale posizione prendere. Alla fine la cattolicissima Italia si dichiara favorevole al divorzio con il 59,1 per cento dei voti.

Con la stessa verve, nel 1977, Modugno si schiera invece contro (a suo dire) l’abbandono degli anziani negli ospizi con Il vecchietto. Il ritornello, cadenzato come una filastrocca, resta impresso. Lo stesso anno registra anche Dal vivo alla Bussoladomani, ripreso durante un concerto a Viareggio. Risale a quattro anni prima, invece, Il mio cavallo bianco, tra i lavori più struggenti di Modugno. Leggero come una filastrocca e melanconico come una poesia. Con una vita intera che passa davanti agli occhi prima della morte che arriva su un campo solitario, tra i tulipani e il sogno del mare, con vicino un casolare e il ricordo di un paese, della madre e del padre. Uno scenario ovattato, avvolto dalla melodia che accompagna dolcemente il trapasso.

Gli anni ’70 sono un riassunto, una decade che sintetizza la discografia di Modugno. Con il suo impegno politico, le radici popolari, le partecipazioni a Sanremo, le ballate melanconiche e quelle smielate. Come Il maestro di violino e Piange il telefono, episodi stucchevoli che dimostrano comunque un artista mai a corto di storie da raccontare e interpretare.

Radicale

Una donna magrissima, vestita di soli stracci, lo riconosce. Fa per andargli incontro e apre le braccia. «Volare oh ooh, cantare oh oh ohoh», canta in direzione di Domenico Modugno, che in quell’istituto psichiatrico di Agrigento è arrivato nei panni di deputato della Repubblica italiana. Proprio così, la politica è il nuovo impegno che ha sostituito la musica da quando un ictus gli ha reso praticamente impossibile esibirsi. Una condanna alla quale Modugno non si arrenderà ma che saprà espiare per qualche anno con l’impegno per gli ultimi, i meno fortunati.

Silvio Berlusconi è in missione: il patron di Mediaset vuole Modugno in una trasmissione su Canale 5. Vuole un mito dello spettacolo, un simbolo dell’Italia nel mondo e un mostro di bravura

Comincia tutto in uno studio Mediaset, un pomeriggio d’estate del 1984. Anzi no, inizia qualche mese prima alla villa romana dei coniugi Modugno. Sono le undici di sera quando alla porta bussa un ospite. Non ha ancora cenato, motivo per cui la cameriera gli prepara un panino. È un imprenditore lombardo, di certo non in visita di cortesia. Al contrario, Silvio Berlusconi è in missione: il patron di Mediaset vuole Modugno in una trasmissione su Canale 5. Vuole un mito dello spettacolo, un simbolo dell’Italia nel mondo e un mostro di bravura.

Già a partire dagli anni ’50, infatti, il giovane polignanese partecipa a produzioni importanti in tutti i campi. A teatro ha lasciato il segno con Rinaldo in campo, la sceneggiatura che nel 1961 festeggia i 100 anni dell’Unità d’Italia. Il ruolo da protagonista gli è stato cucito addosso e lo spettacolo registra record su record. Memorabile l’interpretazione della canzone Tre briganti e tre somari con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Successivamente veste i panni – che ancora una volta sembrano tagliati su misura – del Cyrano di Bergerac e di Scaramouche, oltre che di Mackie Messer ne L’opera da tre soldi di Bertold Brecht con la regia di Giorgio Strehler. Nel 1966 collabora anche con Pierpaolo Pasolini, interpretando l’immondezzaro e cantando i titoli di testa di Uccellacci e uccellini musicati da Ennio Morricone. Due anni dopo, per l’intellettuale bolognese canta anche Cosa sono le nuvole? – scritta dallo stesso Pasolini – che compare nell’episodio omonimo della commedia Capriccio all’italiana. Canta anche le poesie Ora che sale il giorno e Le morte chitarre del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Non riesce invece mai a mettere in musica i versi di un altro Nobel, Eugenio Montale, nonostante la profonda amicizia che lega i due. Infine, non possono mancare al curriculum i numerosi musicarelli ispirati anche alle sue canzoni.

È questo il mostro di bravura che vuole Berlusconi su Canale 5, un monumento vivente che non appartiene nemmeno più soltanto all’Italia. Ma Modugno è scettico, la moglie Francesca Gandolfi assolutamente contraria a quell’esperienza. Alla fine, comunque, Mr Volare accetta. E il 12 giugno del 1984 è nello studio della trasmissione La luna nel pozzo. Nel pomeriggio un malore lo colpisce. «Solo un po’ di stanchezza», dice il medico, come ricorda Bruno Pantano nel suo Domenico Modugno, L’altra faccia del mio amico in frack. A fine giornata, la sarta di studio lo ritrova però semisvenuto nel camerino. Quello che fa è chiamare un taxi per far portare a casa Modugno, che soltanto verso le sei del mattino riesce ad avvertire i familiari delle sue condizioni. Una volta a Milano, Franca Gandolfi e il primogenito Marco lo fanno ricoverare al San Raffaele. Prima diagnosi: tumore al cervello, è completamente sbagliata. Solo dopo il trasferimento all’Ospedale Niguarda si capisce quello che sta succedendo. Una trombosi evolutiva tiene per otto giorni Domenico Modugno in rianimazione, che alla fine ne esce fortemente provato. La paralisi parziale del corpo causata dall’ictus compromette la sua vita artistica. È una tragedia, umana prima che professionale: «Dentro sono rimasto svelto. Fuori ho come i cani che mi mordono dietro».

Scende in campo e promette che se il partito avesse raggiunto le trentamila iscrizioni necessarie alla sopravvivenza, avrebbe cantato nuovamente in pubblico Volare. Le iscrizioni vanno oltre le 40mila e Modugno mantiene la promessa al congresso del Partito Radicale

Ma in fondo Mr Volare è sempre un po’ il Mimmo dei “rizziteddi”, il ragazzino estroverso che non riesce a stare fermo per troppo tempo. Assorbito lo shock iniziale si lascia trasportare in un’altra avventura, quella con il Partito Radicale. Che comincia con l’elezione alla Camera dei deputati nel 1986. «Quando all’inaugurazione dell’anno alla Camera – confessa nello studio Rai di Ieri Oggi Domani – lo speaker ha chiamato il mio nome, ho volato un po’». La scelta di scendere in politica l’aveva maturata leggendo sui giornali che il Partito di Giacinto (detto Marco) Pannella stava per chiudere i battenti per problemi economici. «Non accettava – scrive sempre Pantano – che quel piccolo partito potesse scomparire. Rimuginò per qualche ora finché disse alla moglie che voleva incontrare Pannella per dargli una mano». Così scende in campo e promette che se il partito avesse raggiunto le trentamila iscrizioni necessarie alla sopravvivenza, avrebbe cantato nuovamente in pubblico Volare. Le iscrizioni vanno oltre le 40mila e Modugno mantiene la promessa al congresso del partito.

Con i radicali Mr Volare prende particolarmente a cuore i problemi dei disabili e dei pazienti con disturbi psichici. D’altronde, da cantante aveva scritto Lu Frasulinu e Ballata per un matto, quest’ultima da un capolavoro argentino di Astor Piazzolla e Horacio Ferrer. Il caso più celebre del suo impegno riguarda proprio l’ospedale psichiatrico di Agrigento dove i pazienti sopravvivono in condizioni nauseabonde di denutrizione, sporcizia e abbandono. Dopo un reportage di Gad Lerner su L’Espresso, Modugno compie un blitz a sorpresa nella struttura. «Nel reparto femminile – ricorda Pantano – una donnetta di mezza età, scalza e con indosso un antiquato vestitino ridotto in brandelli, in lontananza lo riconobbe e, mentre si incamminava verso di lui, iniziò a cantare Volare, tenendo le braccia tese come ali dispiegate». Nel 1990 Modugno viene eletto ad Agrigento consigliere comunale, ma soprattutto l’ospedale viene chiuso e Mr Volare organizza un concerto per i pazienti nel palazzetto della cittadina siciliana. Come in una Folsom Prison senza galeotti. È il primo concerto dopo l’ictus. Una rinascita.

Il delfino

Quella canzone parla di due delfini. È un dialogo tra padre e figlio, tra le onde e la mattanza. Un racconto ambientato in mare, il posto al quale Modugno torna sempre nelle sue canzoni e nei suoi giorni. Da anni ormai il suo fisico è provato dall’ictus che ne ha compromesso i movimenti. Tranne in acqua, dove passa delle ore ogni giorno. Dove tutti i dolori sembrano svanire e il corpo tornare quello di quand’era giovane, quando lo chiamavano, appunto, “delfino”. E lo facevano per le sue abilità natatorie ma anche per sfottò. Perché da bambino, a Polignano, raccontava di aver visto i delfini, una notte, attraversare le onde davanti alle grotte del Lungomare che oggi porta il suo nome.

«Sai che c’è, non ce ne frega niente
Vivremo sempre
Noi sorrideremo sempre
Siamo delfini
È un gioco da bambini il mare»

È un ritorno al mare, cantato con il figlio Massimo. E una magia, perché la scrive Franco Migliacci che la storia sui delfini di Polignano non la conosce affatto. Ed è soprattutto l’ultimo pezzo inciso da Domenico Modugno. Pochi mesi prima della pubblicazione di Delfini (Sai che c’è), Mr Volare si era esibito nel suo ultimo concerto, quello più bello.

Il live da ricordare è però l’ultimo, del 26 agosto 1993, quello della “pace di Polignano”. Modugno torna alla sua terra e alla sua gente, quella che non ha mai digerito il fatto di essersi spacciato per siciliano.

Dopo la serata per i pazienti di Agrigento, la voce sembrava essere infatti tornata quella di una volta. Nel 1991, appoggiato a un bastone e spronato dal manager Adriano Aragozzini, Modugno canta anche alle terme di Caracalla. In quella notta dedicata ai suoi successi e ai suoi sogni, i segni della malattia sembrano quasi scomparsi, tanto che l’anno successivo parte per un breve tour negli Stati Uniti.

Il live da ricordare è però l’ultimo, del 26 agosto 1993, quello della “pace di Polignano”. Modugno torna alla sua terra e alla sua gente, quella che non ha mai digerito il fatto di essersi spacciato per siciliano. «Chiedo scusa, ma per la fame avrei detto anche di essere giapponese», dice Modugno davanti a 70mila persone. L’evento rimane nella storia, con Mr Volare che arriva al palco dal mare a bordo di uno scafo accompagnato da un corteo di imbarcazioni come succede alla statua di San Vito durante la festa patronale.

Non si contano gli omaggi che gli vengono tributati. Soprattutto perché la maggior parte delle volte sono inconsapevoli. Perché Modugno ha inventato troppo per esserne coscienti in una volta sola

È una giornata di sole il 6 agosto 1994. Modugno ha nuotato, anche più degli altri giorni, quando si siede su una sedia sul praticello che ha piantato nella sua casa di Lampedusa, dove ha scelto di vivere. Di fronte ha l’isola dei Conigli, negli occhi il mare e il vento sulla pelle. «Guarda, lo vedi il mare, lasciami lì, vicino a quel casolare», aveva cantato anni prima, quasi come in un presagio, in Il mio cavallo bianco. Muore così Domenico Modugno, stroncato da un infarto all’età di 66 anni. Non si contano le rassegne, i premi, le opere, le cover, gli spettacoli, i film, le citazioni, gli omaggi che gli vengono tributati. Soprattutto perché la maggior parte delle volte sono inconsapevoli. Perché Modugno ha inventato troppo per esserne coscienti in una volta sola. Dopotutto sarebbe stato troppo anche la sola emozione di aver fatto volare il mondo intero.

Bibliografia (consigliata)

  • Don Backy; Domenico Modugno, La rivoluzione del canto; Edizioni Clichy, 2015
  • Corrado Minervini; Volere è volare, Domenico Modugno: cantante, poeta, rivoluzionario; Arcana; 2008
  • Bruno Pantano; Domenico Modugno, L’altra faccia del mio amico in frack; New Books; 2009
  • Alberto Selvaggi; Modugno, Una biografia non autorizzata; Stampa Alternativa; 1993
  • Maurizio Ternavasio; Domenico Modugno, La leggenda di Mr Volare; Giunti; 2004
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