I Cani (IT)

Biografia

One-man-band electro-pop romana, caso cantautorale in grado di suscitare fiumi di discussioni, I Cani sono la non band di Niccolò Contessa, formazione che con una scrittura contemporanea immersa tra riferimenti e citazioni del mondo alternativo ha saputo catalizzare su di sé un’attenzione sempre crescente, fino a raggiungere palcoscenici mainstream. Il primo album dell’ennesimo gruppo pop romano – così si autodefiniscono i Cani sulla loro pagina Facebook – viene pubblicato il 10 giugno 2011, ma risale a un anno prima la pubblicazione sulla piattaforma Soundcloud dei brani Wes Anderson e I pariolini di 18 anni. Elettronica homemade, un omaggio al regista e il ritratto ironico/affascinato/preoccupato dei diciottenni di Roma Nord. Entrambi i pezzi diventano un caso, non c’è angolo social in cui non se ne discuta, raccolgono decine di migliaia di visualizzazioni su YouTube, vengono dileggiati, criticati, osannati e attirano le attenzioni di diverse etichette discografiche. La spunterà la 42 Records di Emiliano Colasanti e Giacomo Fiorenza – «la più in linea con la mia idea di ascolto e distribuzione della musica», dirà Contessa – che un anno dopo darà alle stampe Il sorprendente album d’esordio de I Cani.

Forever 2011

Nato a Spoleto e cresciuto a Roma, classe ’86, laurea triennale in matematica, già bassista dei La Routine e subito dopo leader del duo TAVRVS (formazione elettronica french touch, funk e disco anni ’70 con un EP all’attivo), Niccolò Contessa condensa nei primi due brani quello che sarà il mood del suo disco d’esordio: ironia sociale, citazioni, omaggi, Roma, neofascismi, la cultura indie, una certa idea di malinconia vissuta da una voce affogata tra synth e batterie elettroniche, con l’idea di partenza insita nel Tom Waits elettronico e un sound che sa di Cure e New Order. Li pubblica in maniera anonima con il moniker I Cani, e li accompagna con polaroid di simpatici amici a quattro zampe. È questo il punto di inizio della storia de I Cani. Ad ottobre del 2010 Contessa si chiude nuovamente nella sua stanzetta e inizia la scrittura degli altri pezzi che andranno a comporre il suo album d’esordio. Il disco esce nel 2011 e raggiunge il sedicesimo posto degli album più venduti su iTunes. Undici brani in cui il cantautore descrive il mondo che gli sta intorno, Roma e i suoi tic alternativi, la generazione dei social e dei velleitari, le sue aspirazioni e le sue contraddizioni. Lo fa attraverso un’elettronica ballabile, aggressiva, punk, a metà strada tra Franco Battiato primi anni ’80 e i Daft Punk. «L’idea è stata “proviamo a far suonare i synth come chitarre” – dichiarerà Contessa a Il Mucchio – Neanche l’approccio canoro era studiato, anche perché non sono un cantante: registrando la prima traccia di voce, quella de I pariolini di 18 anni, mi è uscita fuori in quel modo. Retrospettivamente sono molto contento di essermi fermato prima di iniziare a scrivere nuovo materiale, perché mi ha aiutato a evitare di subire le varie pressioni che c’erano su di me, dal critico musicale che mi diceva “devi cambiare temi” alle cose più stupide tipo l’amico che chiedeva “perché non fai una canzone su questo?».

Come già successo per i primi due brani, l’album attira su di sé le attenzioni della critica e ha il merito di suscitare fiumi di discussioni su autenticità, opportunismo e abuso di citazioni della one-man-band. Ne parla la stampa generalista e arriva a scrivere di loro persino Roberto Saviano su Facebook: “le loro canzoni sono tra i migliori racconti sul nostro paese. Antropologia elettronica”. Ad aumentare i contorni del caso, la scelta di Niccolò di restare anonimo, coprendosi il volto nelle interviste e nei live con un sacchetto di carta, per mantenere una certa libertà e non legare la sua musica ad alcuna immagine. «La scelta dell’anonimato in realtà non è stata molto ragionata e a dire il vero fare delle canzoni completamente da solo in cui parli dei cazzi tuoi e poi pubblicarle su internet non è una cosa troppo facile, almeno per me. Chi ha un gruppo, almeno ha altre persone con cui confrontarsi che gli possono dire “no, guarda, questa canzone fa cagare”. Poi col tempo è anche diventata una scelta che forse ha aiutato a creare attenzione intorno al progetto, quindi tanto meglio».

Sul palco del MiAmi Festival I Cani tolgono per la prima volta il sacchetto dal volto, e dal vivo, accompagnato da Gino Maglio, Valerio Bulla, Simone Ciarocchi e Marco Daretti, oltre ai brani del disco d’esordio Contessa propone Con un deca degli 883. Nell’aprile del 2012, inoltre, la band è tra i promotori della compilation Con due deca, in cui gruppi dell’indie italiano reinterpretano canzoni del gruppo di Max Pezzali. Il 21 aprile 2012, in occasione del Record Store Day, i Cani e i Gazebo Penguins pubblicano lo split EP I Cani non sono i Pinguini non sono i Cani, che contiene una reinterpretazione del brano Senza di te e l’inedito Asperger. Nell’agosto del 2012 la band viene selezionata per partecipare alla ventesima edizione dello Sziget Festival e dopo aver messo in fila decine e decine di date, I Cani decidono di fermarsi e di prendersi una pausa.

Qualcosa in più

Il 10 ottobre 2013, a più di un anno di distanza dall’ultima apparizione pubblica, vengono distribuiti al concerto degli Editors a Bologna alcuni flyers riportanti il logo della band e il link al video di Non c’è niente di twee, il primo singolo estratto dal nuovo album, un pezzo su un amore finito, con il titolo che presenta un’espressione che i bambini inglesi da piccoli sostituiscono a sweet. Prodotto da Enrico Fontanelli, bassista e tastierista degli Offlaga Disco Pax, registrato a Bologna, Glamour vede la luce il 22 ottobre 2013. La prima sostanziale differenza con il disco d’esordio è la scelta, caldamente suggerita da Fontanelli, di utilizzare una batteria acustica invece che elettronica. In Glamour i ritmi si rallentano, c’è meno frenesia rispetto all’esordio, una malinconia maggiore, affrontata sempre con una punta di sarcasmo ed estrema lucidità. «Nel primo disco raccontavo il mio quartiere, i locali, la gente che suona nei locali. Con Glamour ho fatto una scelta più personale: ho deciso di rivolgere quello sguardo non più al mondo intorno ma a me stesso. Ho deciso di provare a raccontare quello che è successo in questi due anni» – dirà Contessa a Rumore – «È stato anche un modo per mettere il punto su certe cose e poi…stare a vedere quello che viene dopo. Ho giocato su certe ricorrenze, ho reso speculari certe situazioni. Roma Nord e Roma Sud, per esempio. Oppure l’abbandono delle Velleità per una vita ministeriale. Se il primo disco è bianco, questo qui è nero». Con Glamour I Cani fanno pace con la forma canzone, abbandonano la frenesia verbosa mutuata dal rap; la scrittura rimane influenzata dall’ascolto dal secondo disco di Edda Odio i vivi e dal maestoso Fantasma dei Baustelle. I Nostri citano i Diaframma in un brano che si intitola come un disco di De André, Storia di un impiegato, si accompagnano nuovamente alle chitarre dei Gazebo Penguins in Corso Trieste, omaggiano i Fine Before You Came e aprono e chiudono l’album con due brani, Come Vera Nabokov e una Lexotan che tra il solito citazionismo, l’ironia tagliente e l’urgenza febbrile, cova il malessere di chi si sta avviando verso i trenta, e deve fare i conti con un amore viziato e la consapevolezza amara di non essere in grado di realizzare i propri sogni. A chiudere l’album, nella versione in vinile, il brano 2033, ghost track sotto forma di stornello romano piano e voce cantata da Matteo Bordone. Il tour di Glamour, che vede una rinnovata line up con Andrea Suriani alle tastiere e la conferma di Valerio Bulla e Simone Ciarocchi, colleziona decine di date e culmina con un concerto in Piazza Castello a Torino insieme a Max Pezzali.

Aurora, l’universo e tutto quanto

Dixit è un gioco di carte illustrato da una disegnatrice francese, piuttosto elementare e senza troppe pretese. Un party game nel quale il giocatore di turno deve scegliere una delle carte che ha in mano – ognuna delle quali riporta un disegno diverso – e deve riferire agli altri partecipanti una frase, una parola (che può essere il titolo di un film, di un disco, l’autore di un libro), qualsiasi cosa gli faccia venire in mente la carta che ha scelto. Gli altri giocatori a loro volta dovranno scegliere una delle loro carte che a loro avviso ha a che fare con quanto detto dal giocatore di turno. Le carte, tutte coperte, si mischiano, e una volta scoperte ciascun partecipante dovrà indicare quale delle carte era quella scelta dal narratore.

È un po’ questo quello che fa da sempre Niccolò Contessa: sceglie un disegno, un anfratto, un riferimento, lo mescola ad altri, e ci invita a decidere quale di questi è quello che ha scelto per noi. L’arrivo del nuovo dischi de I Cani è stato accompagnato da un hype enorme, fin dal suo annuncio a sorpresa, affidato al profilo Twitter di Alessandro Cattelan. Nelle ultime interviste di Glamour, Contessa aveva precisato: «se dovessi scegliere il pezzo che sento più mio in questo momento direi San Lorenzo». Aurora riparte da lì, da San Lorenzo, una sorta di Pollution sul 10 agosto. Riparte da lì non tanto perché sfrutta a più riprese l’immaginario metaforico fisico/scientifico, ma perché si pone da subito in maniera decisamente più distesa, matura e riflessiva rispetto ai primi due lavori. Non c’è più l’irruenza da sfogo di chi sta prendendo consapevolezza di non avere più vent’anni, non soffre più per ambizioni irraggiungibili e capelli che se ne vanno. È un disco più rassegnato, amaro, disilluso. Sì, triste. Si riparte con una love song che farebbe felice Mario Draghi e si arriva nuovamente all’irrilevanza dell’io al cospetto dell’universo, delle leggi della fisica. Anticipano l’uscita del nuovo album i brani Baby soldato e Il Posto più freddo. Nel frattempo Contessa si dedica per la prima volta alla lavorazione della colonna sonora di un film (La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi) e alla produzione artistica di Mainstream, il secondo disco del cantautore Calcutta.

Aurora rappresenta indubbiamente una svolta significativa rispetto ai primi due lavori: con un’elettronica più vicina ai suoi TAVRVS degli inizi, piuttosto che ai pariolini, Contessa torna a fare tutto da solo, con sintetizzatori e drum machine. Per realizzarlo prende lezioni di pianoforte e scopre un utilizzo più consapevole della voce. Apre il disco con il funky basico di Non finirà e prosegue con un’elettronica french via via sempre più algida, talvolta rumorista, a tratti persino ambient. Man mano che il disco si avvicina la fine, i toni si fanno sempre più cupi, lenti, si abbandona l’entusiasmo dell’esordio di Forever 1998 e si abbraccia un depresso Tobias Jesso Jr. La fine sta per arrivare, inesorabile, come per il Klaus di un suo racconto pubblicato sulla rivista letteraria Nuovi Argomenti. Nulla nelle canzoni dei Cani è mai lasciato al caso. Ogni parola, ogni intermezzo ha una precisa funzione, serve a (de)contestualizzare tutto il resto. È anche per questo che Finirà e Sparire, pur essendo due pezzi diversi, andrebbero pensati insieme, e il finale sommesso, con quel «perché pure a sparire ci si deve abituare» dilatato, cantato quasi a cappella, mette una parola fine che forse sì, è qualcosa in più.

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