Interpol (US)

Biografia

Chi c’era sa: quando vennero fuori, gli Interpol parvero, più che giusti, inevitabili. Ground zero ancora fumante, il mondo che si affacciava ad altre guerre, Internet che cominciava a sgretolare altre fondamenta e certezze. Gli Interpol erano il suono che guardava al passato quando serviva una certezza, ma con un elemento plumbeo nelle chitarre mai consolante e una sezione ritmica che ha segnato un decennio (quanti dischi venuti dopo hanno avuto quel sound basso-batteria gelido, a volte gommoso ma mai sbracato?). E poi, erano di New York, tanto che parevano il parto di quanto successo (al tempo del loro primo full length).

Gli Interpol nascono nel 1997 per volontà e incontro di Daniel Kessler (chitarre e voce) e Greg Drudy (batteria), durante le lezioni di un corso di filosofia presso la New York University. Ai due si unisce poco dopo Paul Banks, già conosciuto in Francia da Kessler tempo prima, e Carlos Dengler al basso e alle tastiere. Gli anni di gavetta prima dell’esordio discografico sono tre, la base è il quartiere di Williamsburg. E tre, in principio, sono gli EP. Fuckd ID #3 del 2000 su Chemikal Underground, Precipitate del 2001 autoprodotto e Interpol del 2002 su Matador sono tutti rodaggi per il primo disco su lunga distanza: per dire, PDA è presente su tutti e tre gli EP. Pare – citando una libro di Pynchon – un lento apprendistato, anche se all’altezza del 2000 c’è già stato l’avvicendamento dietro le pelli tra l’uscente Drudy e il nuovo Sam Fogarino. Dopo l’omonimo EP del 2002, in agosto esce Turn On The Bright Lights, di nuovo su Matador.

È un disco che fa a suo modo epoca: porta ad una generazione che non li aveva mai sentiti da vivi suoni che appartenevano al post punk, tant’è che si comincia a parlare di revival tra gli addetti ai lavori e gli appassionati. È un album che però non soffre né certa spocchia inglese (anche se d’Albione è debitore) né certa depressione da Joy Division: è new wave matura ed emotiva in stile Chameleons ma non piagnona, suonata benissimo e con la giusta verve e il giusto dinamismo. Si inserisce in un contesto come quello della Grande Mela di quegli anni che sta sfornando nuovi talenti, come Strokes , Rapture e !!!, che si gettano su suoni di qualche decennio prima e cercano di svecchiarli. Il disco non vende moltissimo (158° negli Stati Uniti, per fare un esempio), ma nel giro indipendente fa parlare di sé in misura fortissima, e la maggior parte della stampa internazionale se ne innamora.

Tanta attenzione, tanta pressione. Nonostante i molti concerti e un Paul Banks che viene accerchiato dai riflettori, la band riesce ad infilare un Black Ep per la Emi, antipasto del successore di Turn On The Bright Lights, il cui titolo è Antics e la cui uscita avviene nel 2004, sempre sotto Matador. La sorpresa è subito servita: il disco si apre con l’organo di Next Exit, un elemento nuovo nella sua preminenza nel sound della band, che spiazza e convince chi era già coi fucili puntati. Fucili che vengono definitivamente riposti con Evil, quello che diventerà il brano più famoso del gruppo, anche in forza di un simpatico video in rotazione nelle tv musicali. Ma è tutto il disco a convincere, come testimoniano anche le parole del nostro Edoardo Bridda: “Antics è un disco che vive di vibrazioni interne, dove tensione e allentamento s’intrecciano lasciando il lirismo venire maggiormente a galla. D’altra parte attraverso un vocalismo più maturo, romantico e meno declamante, il gruppo veicola maggiormente i propri messaggi e lo fa in modo onesto e appassionato, dimostrando altresì di aver metabolizzato a fondo quel mood che viene dal passato“.

Negli Stati Uniti il disco tocca il quindicesimo posto in classifica, e si piazza benissimo ovunque. Gli Interpol sono su una delle vette del mondo indie, sia come numeri che come qualità. I concerti aumentano, le location si allargano, esce un Interpol Remix in cui ciascuno dei membri ridefinisce un brano dall’album precedente. A questo punto le cose rallentano. Ci sono voci di un contratto con la Interscope (che non si farà), ma sono rumor che, se non i soggetti, azzeccano quantomeno il campo da gioco: gli Interpol stanno per lasciare la Matador. Nel 2006, il nuovo partner diventa la Capitol. L’anno dopo esce Our Love To Admire. L’album va tanto bene nelle classifiche (è tuttora l’album degli Interpol coi migliori piazzamenti) quanto malino nelle critiche. È sempre la recensione del nostro Edoardo Bridda a sottolineare come proprio sul tasto dell’autorialità personale che aveva elevato Antics, gli Interpol cadano: “canzone dopo canzone, tarpati da una ricerca coraggiosa risoltasi in un freno a mano tirato, rifugiati in laboratorio come scienziati del proprio ardore”. Eppure alcuni pezzi, ascoltati dopo tempo, paiono essere migliori di quanto fossero stati al primo ascolto. Ma anche per la band non è un centro pieno, se subito dopo l’uscita (sempre nel 2007) dell’EP Interpol: Live In Astoria, si fa marcia indietro e si torna alla Matador.

Chiusi in studio, i quattro danno alle stampe nel 2010 il nuovo Interpol, titolo che è sempre un segnale impegnativo, e che risulta ironico, visto l’abbandono, durante le fasi di completamento, di Carlos Dengler. Vende ancora bene – anche per un suono che ha aumentato in una certa misura la ballabilità – ma le recensioni sono ancora, se non acrimoniose, quantomeno avvolte in una cauta sufficienza. Per noi, le motivazioni sono da trovare nel fatto che gli Interpol “ci mettono la maturità di dieci anni da musicisti risultando meritatamente classici. Classici precoci però. La loro proposta è fondata cioè su compromessi difficili da digerire, gli stessi che allontanarono gli U2 dalla fragranza primigenia e dai fan della prima ora“.

Questi giudizi dividono praticamente la carriera degli Interpol in due, come qualità generale degli album. Ovvio che El Pintor, pubblicato a settembre 2014 e anticipato dai brani Ancient Ways e All Rage Back Home, è risultato decisivo per definire lo stato di salute della band. Sfida che la formazione vince siglando «l’album più personale mai realizzato dagli Interpol», afferma Diego Ballani in sede di recensione.

El Pintor, che viene prodotto dalla band, e registrato a New York all’interno degli Electric Lady Studios e Atomic Sound con la supervisione di James Brown (Foo Fighters, Arctic Monkeys), il missaggio di Alan Moulder (My Bloody Valentine, Nine Inch Nails) e la masterizzazione di Greg Calbi, è un disco che riesce a rinnovare (nella continuità) il suono di una band che si è scrollata di dosso i fantasmi del passato ed ha acquisito nuove dinamiche e prospettive. Tra gli ospiti da segnalare ci sono Brandon Curtis (The Secret Machines) alle tastiere, Roger Joseph Manning, Jr. (Beck) alle tastiere – in Tidal Wave – e Rob Moose (Bon Iver) alla viola e al violino in Twice as Hard;

Segue un lungo tour che tocca, tra le altre date, il Primavera Sound 2015 e l’Italia per 4 date a settembre all’interno di Home Festival 2015, Rock In Roma 2015, TOdays e Prato Estate.

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