Paul Banks
Paul Banks, Interpol (2022)

Interpol

L'eleganza dell'oscurità, la magniloquenza dell'epica

1997-2003: Turn on the bright lights

Amo questa città in modo emotivo e irrazionale, come quando ami tua madre o tuo padre anche se sono ubriachi o ladri. Ho amato questa città tutta la mia vita, per me è come una gran donna.

New York

Di citazioni su New York nel mare magnum del web così come sui bigliettini dei cioccolatini se ne trovano a bizzeffe, ma chi più di Woody Allen (uno stranamente parco in fatto di massime sulla sua città natale) potevamo citare per aprire il monografico di una band che della Grande Mela è figlia – stilistica ed estetica – come poche altre. 

New York probabilmente non s’è mai accorta di aver dato i natali agli Interpol e probabilmente di loro non si troverà traccia negli annali comunali. E non è solo una questione di perdita di aderenza sociale del rock nel XXI secolo, perché molto probabilmente anche Velvet Underground, Ramones, Television, BlondieTalking Heads e Sonic Youth, a loro tempo, in città potevano camminare tranquillamente (più o meno) per strada senza il rischio di essere continuamente fermati per un autografo. 

Il fatto è che a New York qualsiasi cosa accada si perde in un amen nel bagliore delle sue luci, nel frastuono dei clacson delle migliaia di taxi perennemente bloccati in coda, nelle voci dei milioni di persone in frenetico andirivieni lungo i marciapiedi delle vie identificate con numeri ordinali. Tutti vanno in tutte le direzioni, il massimo paradigma del relativo. Potrebbe nascervi il Messia e non avere le stigmate dell’Assoluto, perché «in New York freedom looks like too many choices», cantavano gli U2 nel loro brano intitolato alla città e contenuto in All That You Can’t Leave Behind. Eppure, New York sa farsi da megalopoli a paesino e sprizzare umanità come nessun altro posto al mondo. In questa contraddizione sta la sua unicità e probabilmente è anche in essa che generazioni di artisti hanno trovato la scintilla dell’ispirazione.

Essere di passaggio a New York è quasi una condizione naturale, anche chi vi nasce in realtà si sente di passaggio. Eppure a New York hai sempre la sensazione di essere a casa. Gli Interpol ci sono nati come gruppo ma non come singoli membri, perlomeno per tre quarti della lineup storica (il quarto componente, peraltro oggi non più in formazione, è comunque di sangue misto colombiano/tedesco). E paradossalmente, ciò che fa degli Interpol una band newyorchese fino al midollo è proprio questo senso del venire da altrove. Del resto, le stesse hands that built America – per citare ancora gli U2 – non erano mani del posto.

La New York che partorisce gli Interpol è intrisa di inquietudini da fine millennio (paranoie che al confronto con quanto la realtà riserverà di lì a poco tra attentati terroristici da fantascienza, crisi economiche e pandemie, fanno quasi tenerezza). Il 2000 è alle porte con tutto il carico di incertezze che il passaggio comporta, e il cinema hollywoodiano, da sempre tra le principali cartine di tornasole del sentiment collettivo, racconta in tempo reale tali ansie con vere e proprie perle di cospirazionismo distopico come MatrixThe Truman ShowNemico pubblico, Ipotesi di complotto, Cube e Pleasantville, senza tralasciare la vena catastrofista di impronta sia fantascientifica (Independence Day, Armageddon, Godzilla, Deep impact) che naturale (Twister, Dante’s Peak, Vulcano). Ma la realtà non è da meno. Nell’estate 1997 Al Qaeda ha già messo nel mirino l’Occidente “infedele” iniziando a progettare i sanguinosi attacchi alle ambasciate USA in Kenia e Tanzania dell’anno successivo, e nei meandri di qualche mente malata si sta già ordendo l’attacco alle Torri Gemelle.

Ovviamente, tutto ciò nessuno può prevederlo e men che meno Daniel Kessler, diciassettenne di origini inglesi, studente della NY University a Manhattan e con la passione per la chitarra, che insieme ai due suoi compagni di università Greg Drudy e Carlos Dengler forma il nucleo originario dei futuri Interpol. Kessler già conosce in piccola parte i meccanismi che regolano l’industria musicale poiché quando viveva a Londra aveva lavorato per un’etichetta indipendente, la Domino, maturando un’esperienza nel campo che si rivelerà preziosa nel momento in cui la nuova band inizierà a muovere i primi passi sulla scena underground newyorchese. In pratica, è lui il primo manager di una formazione che ha messo in piedi tra mille difficoltà visto che – strano a dirsi in un posto come Manhattan – fatica non poco a trovare persone interessate.

Il primo a essere contattato è Drudy. «Viveva nel mio stesso dormitorio – racconterà Kessler – e aveva appena iniziato a suonare la batteria per cui non è che fosse questo granché, ma io ero felice all’idea di poter finalmente suonare con qualcuno poiché la ricerca di altri componenti fu difficile al punto che mi trovai costretto a rivolgermi anche a persone che non avevano mai preso in mano uno strumento». Con Dengler l’approccio è simile: «Parlammo di musica e venne fuori che in passato aveva suonato la chitarra. Lo invitai a una prova, gli diedi un basso e scattò subito una buona chimica tra noi». Ai tre si aggiunge Paul Banks, anche lui nato in Inghilterra e studente nello stesso ateneo. Con Kessler – del quale è più giovane di quattro anni – si sono conosciuti a Parigi durante un campus estivo. Fin da piccolo, Banks è una sorta di giramondo costretto a continui spostamenti al seguito della famiglia per via del lavoro del padre. A tre anni lascia l’Essex per trasferirsi con i suoi in Michigan; dopo un breve soggiorno in Spagna, i Banks volano di nuovo oltreoceano, prima in New Jersey, poi in Messico e infine Paul si stabilisce a New York per gli studi. Ha una grande passione per la musica e di tanto in tanto compone in proprio ma quando Kessler gli propone di completare il quartetto inizialmente è riluttante dal momento che si immagina più come un solista, pertanto si riserva di decidere se entrare o meno nel combo solo in un secondo momento e dopo aver capito bene che tipo di musica gli altri abbiano in mente di fare.

Già, a che musica guarda la nuova formazione? I riferimenti più immediati sono i maestri della dark-wave di matrice principalmente inglese del periodo compreso tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, ma filtrata secondo un’estetica peculiare caratterizzata da uno spleen fortemente decadente e malinconico. A Banks l’idea piace e alla fine accetta l’invito del gruppo divenendone il cantante, oltre che secondo chitarrista. Ma tra i primi problemi per la nuova band c’è il dover decidere come chiamarsi. «Alcune sere ci presentammo sul palco senza un nome ma era chiaro che la questione non poteva più essere rimandata», rivelerà sempre Kessler. Tra le soluzioni vagliate per il moniker vi sono Las Armas, The French Letters, Cuddleworthy e The Weapons ma a spuntarla è la sigla arrivata fino a noi, però con un inciso: il riferimento non è all’omonima forza di polizia internazionale ma a un nomignolo che il vocalist si porta dietro dai tempi della scuola.

Il primo risultato in studio dell’attività degli Interpol è l’EP Fukd ID #3, pubblicato l’11 dicembre 2000 per l’etichetta Chemikal Underground, fondata nel 1994 dal gruppo indie rock scozzese Delgados, sotto il marchio Fukd ID e in tiratura limitata di 1.000 copie. Il lavoro (recensito pochi anni dopo su SentireAscoltare) è composto da una quaterna di brani incisi con un registratore a quattro tracce: PDA, Roland e 5 (registrate nel 1998) e Precipitate (fissata su nastro l’anno seguente). Le prime due troveranno posto, in versioni differenti, anche nella tracklist dell’album di debutto, Turn On The Bright Lights, che uscirà di lì a due anni. Fukd ID #3 è l’unico lavoro degli Interpol nella primissima formazione dal momento che alcuni mesi prima Drudy – già membro anche del gruppo screamo newyorchese Saetia e della formazione hardcore di Philadelphia Hot Cross, oltre che proprietario dell’etichetta Level Plane da egli stesso fondata – ha lasciato la band. Al suo posto è arrivato Sam Fogarino, classe 1968 e già militante in Holy Terrors, Gus, Wahoos, Napoleon Solo, Ton-ups e The Last Night. Addirittura, all’inizio degli anni ’90 Fogarino era stato contattato da Marilyn Manson per entrare nella sua band ma aveva rifiutato. Originario di Philadelphia ma poi trasferitosi in Florida e in seguito a New York, il nuovo drummer ha conosciuto Kessler nel 1998 e la sua prima con i nuovi compagni va in scena il 20 maggio 2000 al Mercury Lounge. È con lui che la band dà alle stampe il secondo EP, l’autoprodotto Precipitate, uscito nel gennaio 2001 (c’è anche la review su SA) e contenente, oltre alla title-track e PDA già presenti sul precedente extended play, Song Seven e A Time to Be So Small, canzone quest’ultima che addirittura ritroveremo sul secondo full-length, Antics, pubblicato nel 2004.

Ovviamente anche l’attività live è febbrile. Gli Interpol tengono regolarmente concerti in città per tutto il 2000 e nei primi mesi dell’anno seguente, prima di volare nel Regno Unito ad aprile per una serie di date tra Scozia e Inghilterra che – è la speranza dei quattro – aprirà alla band un varco anche sul mercato britannico. Ai brani già pubblicati si affiancano in setlist alcune nuove composizioni che il gruppo sta approntando nelle stesse settimane e che, in versione ultimata, faranno fatto parte dell’album in cantiere.

All’inizio del 2002 gli Interpol incrociano i destini con Matador, etichetta indipendente fondata a New York alla fine degli anni ’80 e sotto la cui egida sono usciti album di artisti epocali come Pavement, Teenage Fanclub e Liz Phair. Matador fa parte di Beggars Group, compagnia proprietaria o distributrice di etichette quali – tra le altre – 4AD, Rough Trade, XL e Young. Così Kessler ricorderà il primo approccio con il management della label: «Scrissi una e-mail a Gerard (Cosloy, co-presidente Matador insieme al fondatore Chris Lombardi, ndSA) e lui rispose: “Ok, mandatemi la registrazione”. Dopo averla ascoltata ci ricontattò e ci disse: “Figo, ma non credo che possiamo farla uscire adesso”. Restammo in contatto e circa un anno dopo gli mandammo alcuni altri demo insieme alle Peel Session (la celebre serie di esibizioni radiofoniche per BBC Radio 1 inventata dal DJ e conduttore britannico Jonh Peel a cui la band aveva partecipato nell’aprile 2001, ndSA) e gli piacquero. Così lui e Lombardi ci chiamarono e facemmo una bella chiacchierata. Iniziò tutto da lì, avvenne tutto in modo molto naturale». Naturale, sì. In effetti la storia degli Interpol ha poco dello straordinario: niente aneddoti succosi, niente leggende su firme di contratti avvenute chissà dove, niente miracoli dell’ultimo secondo. L’ascesa e l’affermazione della band sarà nell’ordine delle cose, e visto il talento – individuale e collettivo – non c’è da stupirsi.

Con Matador gli Interpol pubblicano il terzo EP, l’omonimo, che vede la luce il 4 giugno 2002 e contiene, oltre all’onnipresente PDA, ormai superbo, coinvolgente e claustrofobico cavallo di battaglia, NYC (che non solo apparirà anche sull’album di debutto ma gli fornirà anche il titolo, essendo la frase turn on the bright lights contenuta nel testo) e Specialist, che non finirà sul disco ma sarà comunque presente come bonus track nelle edizioni australiana e giapponese.

Still YouTube dal video di “PDA”

L’EP, ottimamente accolto anche dalla critica, è seguito da un’analoga pubblicazione composta, oltre che da versioni alternative di NYC, Specialist e PDA, da prime versioni di titoli con cui presto impareremo a familiarizzare come Say Hello To The Angels, Obstacle 1 e Leif Erikson. La breve raccolta, intitolata The Black EP, viene pubblicata da EMI il 12 agosto. Entrambe le pubblicazioni, Interpol e The Black, spianano così la strada al full-length di debutto che vede la luce il 19 agosto, trainato dal singolo PDA – e chi sennò – per cui la band ha anche girato un video promozionale per la regia di Christopher Mills. Le registrazioni si sono tenute nel novembre precedente ai Tarquin Studios di Bridgeport, nel Connecticut, e sono state co-prodotte da Peter Katis e Gareth Jones.

L’album rappresenta il compendio di una cifra andata consolidandosi nel corso del tempo. Il piglio spiccatamente derivativo, come detto, è temperato da uno stile originale che sarà a sua volta fonte di ispirazione per miriadi di band venute dopo. Turn On The Bright Lights è uno dei capisaldi dell’ondata post-punk revival che caratterizzerà gli anni Zero (Killers, Franz Ferdinand, Bloc Party, Editors e moltissimi altri ringrazieranno vivamente) e manifesto rock, insieme a Is This It degli Strokes ma anche a Echoes dei Rapture, della New York appena entrata nel nuovo secolo. La differenza con l’esordio di Julian Casablancas e soci, però, sta nel fatto che il debutto dei Nostri arriva dopo la tragedia dell’11 Settembre e le sue arie oscure e melanconiche risultano forse addirittura “politicamente scorrette” per una città che sta tentando di rialzare la testa. È anche questo fotografare, suo malgrado, un preciso momento storico a rendere il lavoro uno dei più importanti degli ultimi vent’anni.

Nel timbro vocale baritonale e asettico di Banks è fin troppo facile rinvenire la disperazione di un Ian Curtis, ma in verità i Joy Division sono solo una delle tantissime pietre angolari su cui è costruito l’edificio sonoro dei Nostri, anche perché laddove la formazione di Manchester si caratterizzava per un tiro più snello, ancorché spettrale, ipnotico e puntellato da cadenze frenetiche e scattose, il sound dei newyorchesi è molto più stratificato e le sue ritmiche più lineari. Tra i riferimenti si rintraccia infatti il lascito dell’intera epopea wave a suo tempo andata in scena su entrambe le sponde dell’Atlantico, dagli Echo & The Bunnymen ai Chameleons, dai Killing Joke ai Bauhaus, dai Siouxsie and the Banshees ai Cure, dai Comsat Angels ai Teardrop Explodes, dagli Psichedelic Furs ai summenzionati Television e Sonic Youth (ma si potrebbe continuare a lungo…). Sugli intrecci di chitarre, la ritmica dello stesso Banks e quella solista di Kessler in grado di sciorinare riff ipnotici e potenti, si innalza una mistura sonora imponente corroborata da una sezione ritmica poderosa e raffinata in cui il drumming possente, martellante ma anche “melodico” di Fogarino – vero valore aggiunto del collettivo, per chi scrive – si intreccia alle trame di un Dengler il cui basso è parte integrante dell’assemblamento compositivo. Il tutto ammantato di quell’aura intellettual/accademica in odore di Velvet Underground, Wire e Talking Heads, oltre che del fervore stiloso e metropolitano degli Ultravox.

Non è un disco dall’immediata digeribilità, Turn On the Bright Lights. I ritornelli più che giocare sulla vocazione melodiosa sono costruiti su livelli difformi e disturbanti di chitarre e tastiere, un wall of sound che più che produrre soavi e canterine vibrazioni squassa le viscere dando luogo a spasmi di devozione manichea. Se ti prendono, gli Interpol, non ti mollano più. Sono un incantesimo endovenoso a rilascio graduale che non provoca reazioni avverse. Il sound tanto magniloquente e misterioso quanto torvo, lugubre e da bassifondi, è troppo magico per non ammaliare. Enfasi e romanticismo da una parte, tenebre e sconforto dall’altra. Le luci luminose del titolo, più che accendersi paiono spegnersi avvolgendo l’anima in un buio appena rischiarato dalle stelle di una NYC, sognante elegia alla città natale dei ragazzi e magnifica eccezione in un disco a dire il vero non troppo generoso in tema di ballate sospese, costituita da un crescendo etereo di sei corde dalle spiccate reminiscenze shoegaze di Ride e Slowdive a sostegno di un cantato accorato, trascinante e rapsodico.

La copertina di “Turn On The Bright Lights”

I testi sono personali ma volutamente vaghi e aperti a più interpretazioni. Inoltre non disdegnano di prendere spunto dalla realtà per ricollegarsi a esperienze del vissuto, come Obstacle l che traendo spunto dalla notizia del suicidio di una modella si ricollega probabilmente al tema della perdita e della morte di una persona amata in passato («But it’s different now that I’m poor and aging / I’ll never see this face again / You go stabbing yourself in the neck»). Relazioni sentimentali in via di disfacimento che tornano in PDAYou are a past dinner, the last winner / I’m raking all around me / Until the last drop is behind you»), mentre l’omosessualità è il tema di Hands Away e il sesso caratterizza Say Hello To The Angels And something’s coming over me, I see you in the doorway / I can’t control the part of me that swells up when you move into / My airspace») ma anche Stella Was A Diver And She Was Always Down, ispirata alla Trilogia degli Illuminati, serie di romanzi scritta da Robert Shea e Robert Anton Wilson in cui il protagonista faceva sesso con una ragazza chiamata – appunto – Stella all’interno di un sottomarino il cui nome, Leif Eriksson, dà il titolo anche alla traccia conclusiva del disco.

Tornando all’aspetto musicale del lavoro, a dispetto di un certo rigore stilistico dell’impalcato, non si è al cospetto di un blocco monolitico e monotono. Nella loro uniformità, le undici tracce sono variegate. E se a posteriori si può dire che Obstacle 1 (secondo singolo estratto, con videoclip diretto da Floria Sigismondi) e PDA hanno contribuito per prime al conio presso la Crusca dell’aggettivo interpoliano, l’opening Untitled replica l’epicità degli U2 degli anni Ottanta prima ancora che tanti (da Coldplay e Kings Of Leon in giù) si buttino sul filone e Say Hello To The Angels presenta contorsionismi di pura scuola Smiths. Come detto, scovare agganci nella musica degli Interpol rischia di diventare un egotico esercizio di stile ma i ragazzi ci danno dentro a prescindere dai padri putativi, e passaggi come Obstacle 2, gaudente rincorrersi di voce e chitarre, Roland, cavalcata uptempo dalla verve combat stradaiola da Guerrieri della notte (il protagonista del testo è un macellaio serial-killer polacco che squarta e seziona le sue vittime con i suoi coltelli legalmente detenuti: non proprio un tema da post-11 Settembre…), Hands Away, mistica e lisergica che scorre come una lastra di ghiaccio sull’olio, e Stella Was A Diver And She Was Always Down, conturbante fluire di saliscendi lungo sei e passa minuti, si impongono con prepotenza riservando a un secondo momento l’eventuale giochino dei rimandi. Anche perché poi non meno estasiante è il dittico a fortissima impronta emozionale composto dallo struggente intrico di The New e dal solenne e devastante crescendo di Leif Erikson, a chiudere il disco in maniera che più degna non si sarebbe potuto.

Turn On The Bright Lights ottiene responsi entusiastici da parte della critica essendo stato molto apprezzato in particolare negli ambienti indie. Non poche recensioni hanno toni da ovazione e le valutazioni altissime sono conseguenti. Alla fine dell’anno molte testate specializzate, tra cui Pitchfork (che gli assegnò un voto pari a 9.5/10), NME (8/10) e Stylus, lo inseriscono nelle rispettive liste dei migliori album del 2002. Inoltre lo stesso Pitchfork lo inserirà in terza posizione tra i 100 migliori album del periodo 2000-2004 nonché in ventesima tra i 200 migliori del decennio; NME in ottava posizione tra i 100 migliori del decennio e addirittura tra i 500 dischi più grandi di tutti i tempi; e Stylus in sesta posizione tra i 50 migliori album del periodo 2000-2005 nonché in ventesima tra i 100 del decennio. Anche per Rolling Stone Turn On The Brighlights (al quale la rivista in un primo momento assegna 3 stelle su 5) risulta tra i 100 migliori album degli 00s, e per il Guardian è il 50mo migliore album del XXI secolo. Nel suo piccolo, anche SentireAscoltare lo recensì all’epoca con toni entusiastici nelle parole di Antonio Pancamo Puglia (e c’è anche la review per il decennale. Del resto la storia della band si incrocia con quella di SA, che nel 2022 compie vent’anni). Il favore riscontrato tra gli addetti ai lavori non ha però un contraltare di analogo lignaggio sul piano commerciale, anche se l’album entra sia nella Top200 di Billboard (al numero 158, anche se nella categoria degli album indipendenti si piazzò al 5°) che nella classifica UK (101). Ad oggi il disco ha venduto circa 1 milione di copie in tutto il mondo, con 522mila nei soli Stati Uniti e 100mila in UK.

La copertina del New Musical Express del 29 marzo 2003

Il tour a supporto di Turn On The Bright Lights, iniziato ufficialmente a fine giugno 2002, va avanti praticamente senza soluzione di continuità fino a fine ottobre 2003 toccando in special modo Stati Uniti, UK ed Europa continentale, ma spingendosi anche in Giappone e Australia. Roma (Classico Village), Milano (Rolling Stone) e Rimini (Velvet) sono le date italiane autunnali del 2002, mentre ancora Milano (Transilvania), Firenze (Auditorium Flog) e Bologna (Estragon) quelle primaverili del 2003. Sono mesi sfiancanti per la band, che al termine del lunghissimo giro mondiale non si concede l’auspicato e meritato riposo ma si ritrova ai soliti Tarquin Studios per dare il via alle registrazioni del secondo lavoro.

2004-2005: Antics

Siamo diventati famosi? Non credo che abbiamo mai guardato alla faccenda in questo maniera. Non abbiamo mai voluto essere la “band del momento”.

Antics vede la luce il 27 settembre 2004, anticipato dall’accattivante singolo di lancio Slow Hands, pubblicato a metà agosto e che anticipa il netto cambio di direzione musicale del gruppo. Non più piéce costruite per sovrapposizione di eterei strati dal piglio evocativo ancorché denso ma un sound più tagliente in cui il basso di Dengler risplende di nuova luce abbracciando i riff di un Kessler ancor più protagonista. Il primo estratto dà anche la misura di una predisposizione molto più danzereccia, oltre che radio-catchy, del gruppo a rievocare quello smoderato bighellonare per le strade di New York dei tardi 70s facendo clubbing tra Studio 54 e CGBG. La sensazione è di un accantonamento delle arie oppressivo/melanconiche della prima prova a favore di un approccio più sfrontato, vivo, pulsante, per non dire ottimista, come ad averne abbastanza delle arie rarefatte ed ermetiche della dark-wave e accendere davvero le luci, cioè venire allo scoperto e fare il botto compiendo il salto dalla dimensione di band da club a quella da arena. Ci riusciranno? Nì. Banks e soci non diventeranno mai famosi come i Nirvana o gli Smashing Pumpkins e gli resterà per sempre addosso il – per certi versi irresistibile – lezzo degli scantinati, del sottobosco indipendente, della “scena”. Ad ogni modo, Antics sarà tra i dischi che più contribuiranno all’uscita dal quel cono d’ombra schivo e fieramente uncool del post-punk revival.

Il nuovo rock ‘n’ roll di inizio 00s, con le sue mille declinazioni anche in chiave garage, blues, psych, folk, new wave ed elettronica, strizzava decisamente l’occhio al dancefloor. Quello compreso tra 2003 e 2005 è un periodo d’oro in cui escono dischi come Elephant dei White Stripes, Hot Fuss dei Killers, Fever To Tell dei newyorchesi Yeah Yeah Yeahs, così come newyorchesi sono i TV On The Radio che debuttano con Desperate Youth, Blood Thirsty Babes, ma anche gli LCD Soundsystem, la cui mirrorball sul loro album di debutto omonimo è una dichiarazione d’intenti, i succitati Rapture di Echoes e ovviamente gli Strokes, che dopo il fulminante esordio continuano a macinare consensi anche con Room On Fire. Ma anche in Gran Bretagna non stanno a guardare: ci sono i Franz Ferdinand dell’esordio omonimo e di You Could Have It So Much Better, i Bloc Party di Silent Alarm, gli Editors di The Back Room e gli Hives (che sono svedesi ma la sostanza non cambia) di Tyrannosaurus Hives.

Gli Interpol hanno contribuito a innescare qualcosa (l’ultimo grande sommovimento del rock?) però è oggettivo che per tecnica individuale e qualità compositive si distinguono rispetto a molti loro compagni di strada. Banks e soci soddisfano anche i palati più fini per cui va bene considerarli parte di un discorso generale ma fino a un certo punto. Inoltre, adesso non fanno più solamente parte di una scena: «Non so se possiamo più dirci una band di New York, perché in effetti non ci siamo mai lì – spiega Fogarino in un’intervista –. Una band può dirsi locale prima di esplodere, prima di iniziare a suonare in giro per il mondo, dopodiché non lo è più».

Antics è un’altra opera importantissima per l’epoca, un altro caposaldo senza il quale non si potrebbe capire appieno la riviviscenza dell’immaginario wave di inizio millennio. Ma stavolta le coordinate cambiano nonostante l’overture No Exit, esistente già ai tempi delle session del precedente lavoro, presenti analogie col percorso seguito finora grazie a quel suo avvolgente e caldo incedere di tastiera su una cadenza downtempo a sostegno della solita voce baritonale di Banks funebre padrona di una scena evocante panorami folk/Americana. «We ain’t going to the town/We’re going to the city», recita l’intro, ma è solo l’entrata serale in città, quando ti guardi intorno in cerca non di un riparo per le tue stanche ossa ma del locale più adatto a iniziare in baldanza la nottata di bagordi. La successiva Evil, infatti, è il tarlo della tentazione fin dall’iniziale e malandrina linea di basso che nello sfidare l’ascoltatore stende anche il tracciato dei successivi tre minuti e mezzo (il pezzo è anche il secondo estratto e il protagonista del videoclip ufficiale è un simpatico pupazzo protagonista di un incidente stradale), mentre in Narc (che in slang newyorchese sta per narcotic, termine che negli ambienti della criminalità indica un informatore della polizia, una spia) lo smanettone diventa Kessler grazie a un riff epocale sostenuto dalla chitarra ritmica di Banks che monta ciclicamente come onde di Hiroshige dirette verso una centrale nucleare. E se Take You On A Cruise più che una traversata transoceanica è un’intima e romantica capatina a Staten Island, Slow Hands pialla la selva intricata a furia di mitragliate prima di una seconda metà del disco (dieci le tracce totali) forse meno immediata ma parimenti seducente in cui a imporsi è, se possibile, ancora di più il drumming prepotente, insistito e martellante di un Fogarino in stato di grazia e vero artefice dell’ascesi di episodi falsamente dimessi come Not Even Jail e C’Mere (terzo singolo). E non meno interessanti sono Public Pervert, dalle reminiscenze estive di una passeggiata al chiaro dei lampioni in Central Park, Length Of Love, onirica e stordente, e la conclusiva e già citata A Time To Be So Small, che in quanto risalente a uno dei primi EP è ancora fortemente intessuta di quel climax.

Still dal video di “Slow Hands”

Sul piano tematico Antics non è un album politico nonostante il clima generale – siamo in piena era Bush jr. – richiami all’argomento. A novembre si terranno le elezioni presidenziali che confermeranno il presidente texano come inquilino della Casa Bianca per altri quattro anni e a cavallo tra settembre e ottobre un gruppo di artisti politicamente impegnati – tra cui Bruce Springsteen, Pearl Jam, Ben Harper e i R.E.M. (questi ultimi, nel loro tour del 2003, in un paio di date omaggiarono gli Interpol con una cover di NYC) – si imbarca nel Vote For Change Tour per incoraggiare gli elettori a votare contro “W.”. Gli Interpol non fanno parte della carovana: «Non siamo una band politica – dice Banks -. Abbiamo le nostre opinioni sul clima politico attuale ma gli Interpol non c’entrano niente. Per me hanno più a che fare col fuggire da ciò, con l’evitare l’inevitabile». Anche in Antics i temi dominanti sono personali e per nulla semplici da interpretare. Esplorano varie tipologie di relazione, ma anche il desiderio, la sessualità, la lontananza e la lussuria.

In generale, la critica accoglie calorosamente anche Antics, benché con punte di entusiasmo leggermente inferiori rispetto a Turn On The Bright Lights. Pitchfork gli dà 8.5/10, Q e NME rispettivamente 4/5 e 8/10; anche Rolling Stone opta per 4/5, mentre Spin decide per un A-. Lo stesso Pitchfork lo inserisce poi al 27mo posto tra i migliori 50 album del 2004, Q al decimo, Spin al nono e NME nella lista dei 500 migliori album di tutti i tempi. Anche SA lo promosse nella recensione a cura di Edoardo Bridda. Sul lato vendite, il disco supera di gran lunga il suo predecessore negli Stati Uniti raggiungendo il 15mo posto della classifica di Billboard e toccando la vetta della medesima chart nella categoria Indipendenti, mentre in UK arriva al numero 21. Come numero di copie vendute, Antics e grossomodo sovrapponibile allo stesso lavoro del 2002 con poco più di 500mila negli States e 100mila nel Regno Unito.

L’album regala agli Interpol una manciata di pezzi in grado di competere con quelli del fortunatissimo debutto soprattutto dal vivo. Le scalette si allungano arrivando, nella composizione tipo, a una divisione perfettamente equa tra i due lavori. Ma i momenti nuovi non fanno rimpiangere i vecchi, anzi gli sono complementari sul piano stilistico e il flow ne trae benefici. Dal vivo la band è uno spettacolo nello spettacolo, un live act che infiamma l’atmosfera e trasforma la sala in un catino ribollente passione con la forza di un’energia che prorompe dal di dentro e senza bisogno di preamboli o strizzatine d’occhio. Salgono sul palco nell’ombra e nell’ombra se ne vanno, ma non lasciano mai le cose come prima. E poi uno stile unico sul palco, molto poco coreografico ma accattivante. Incravattati come a una serata di gala, gli Interpol sembrano dei Madness molto poco mad, ma freddi e distaccati: Banks immobile, chitarra in mano, piglio distaccato e lo sguardo perso nel vuoto; Dengler nelle sue pose algide, molto posh; Kessler alle prese con la sei corde ma con le gambe che se ne vanno per conto loro nei suoi tipici balletti da “molleggiato”; e poi Fogarino, una macchina da guerra con la pettinatura sempre perfettamente in ordine e giusto un rigagnolo di sudore a solcargli la fronte.

Gli Interpol live a Glastonbury il 25 giugno 2005

Anche il tour a supporto del sophomore è lungo e stancante. Tanto per cominciare, a lavori ultimati, i quattro si imbarcano in un festival itinerante per gli States insieme a – tra gli altri – Cure, Mogwai e Rapture fino a fine agosto. Poi da metà settembre il tour vero e proprio con date in Europa, USA, ancora Europa (Velvet di Rimini e C-Side di Milano le date italiane a inizio dicembre) e poi Giappone a gennaio prima del ritorno negli Stati Uniti a cui fa seguito una seconda tranche di date primaverili nel Vecchio continente (Teatro Saschall di Firenze e Vox di Nonantola, nel Modenese, gli appuntamenti nostrani in questa nuova leg) e una terza in Nord America prima di un ultimo giro per i festival estivi europei (in cui rientrano anche esibizioni come support act di U2 e Coldplay) e infine Australia, Nuova Zelanda, ancora Giappone e Messico. Ormai gli Interpol sono famosi in tutto il mondo e tutto il mondo li reclama. Ma non è finita, perché a settembre altre date li aspettano in Nord America per circa un mese prima di chiudere anche questa seconda campagna decisiva per lo status di band tra le più amate e influenti della loro generazione. A corredo di tutto, nel 2005 gli Interpol trovano anche il tempo di pubblicare il brano Direction per il secondo volume, pubblicato a giugno, della colonna sonora della serie TV targata HBO Six Feet Under, oltre che di dare alle stampe, in autunno, Interpol Remix, il primo EP di remix di brani della band, nella fattispecie scelti tra quelli presenti in Antics a ulteriore conferma – semmai ce ne fosse bisogno – della versatilità e della natura ballabile dell’album. Viene in mente a tal proposito un paragone strano, quello con War degli U2, un lavoro che non si sarebbe mai detto avesse un’anima dancefloor e che invece fornì i primi assaggi da club dei quattro dublinesi per quello che da lì in avanti sarebbe diventato un vero e proprio filone parallelo della loro discografia ufficiale. Anche per gli Interpol l’accostamento con le discoteche può sembrare blasfemo ma invece calza. I pezzi scelti per l'”esperimento” sono NARC, Length Of Love, Public Pervert e Not Even Jail, remixati rispettivamente – pensate un po’ – dagli stessi Banks, Fogarino, Dengler e Kessler.

2006-2008: Our Love To Admire

Credo che la cosa bella del nostro gruppo sia che ogni membro è importante allo stesso modo. Mettiamo tutti da parte l’ego perché sappiamo cosa ci rende davvero una band: la chimica tra noi.

Dopo una pausa di tre mesi seguita alla fine del tour, il nuovo anno si apre con l’annuncio di Fogarino del ritorno in studio degli Interpol per iniziare i lavori al nuovo album, ma soprattutto con l’anticipazione data dallo stesso drummer riguardo al fatto che la formazione lascerà la Matador per firmare con un’altra etichetta, annuncio che diviene ufficiale ad agosto e confermato il 1 settembre dalla nuova label, Capitol Records.

Our Love To Admire, il terzo lavoro in studio, vede la luce nel luglio 2007, anticipato un paio di mesi prima dal singolo The Heinrich Maneuver dal quale appare chiaro che gli Interpol abbiano deciso di alzare l’asticella, non solo evitando di ripetersi rispetto ad Antics ma anche andando oltre se stessi con un’opera stavolta di non semplicissima assimilazione che si rivela ascolto dopo ascolto. Con Our Love To Admire crescono gli Interpol ma anche i loro aficionados. La nuova fatica sembra infatti voler prendere per mano i fan con l’obiettivo di affinarne il senso estetico a guidarli lungo lo stesso percorso seguito dalla band, sebbene a un primo ascolto possa emergere un po’ di delusione: Turn On The Bright Lights è sempre più un’eco lontana e Antics somiglia al fratello sveglio di questo nuovo lavoro; così come non si scorgono singoli potenzialmente spacca-radio. La stessa The Heinrich Maneuver inizialmente suscita perplessità e la sensazione che Banks e soci ormai il meglio l’abbiano già dato. E invece, col ripetersi dei passaggi, la terza prova rivela tutto il suo splendore dipanando poco a poco una magia tutta sua. Le canzoni si incollano nell’anima e, benché prese una per una in un primo momento non colpiscano nel segno, nel loro insieme acquisiscono un senso più alto. La scrittura è molto più elaborata, il suono tipicamente semplice e diretto cede il passo a un elaborato compositivo molto più chic e ricercato, con le tastiere parte integrante degli arrangiamenti fin dalle battute iniziali del processo di stesura. «Maybe it’s time / We give something new a try» canta Banks in No I In Threesome, ed è un po’ una frase manifesto. Del resto, già l’apertura affidata all’ostica e lenta, nonché desolata e maestosa, Pioneer To The Falls – sei minuti di introspettiva elegia dalle reminiscenze quasi remiane e cantata da Banks con crooning maledetto e consumato à la Jim Morrisonmostra l’irto sentiero verso cui la band intende inerpicarsi. Ma i caratteri peculiari del suono Interpol restano intatti nella succitata – e terzo singolo – No I In Threesome e pure nella possente e minacciosa Mammoth (secondo estratto, giocato tutto sul drumming instancabile di un Fogarino a livelli sublimi), nella rapsodica Pace Is The Trick e soprattutto in quella Rest My Chemistry che diventa fin da subito uno dei pezzi forti dal vivo grazie anche a un riff ipnotico in pienissimo stile The Edge tra i più riusciti del campionario kessleriano e adagiato su un caracollare tipicamente brit-pop, novità assoluta per i quattro newyorchesi. La sostanza resta la stessa ma la forma cambia eccome. Alcuni azzardi hanno del clamoroso, considerando l’indole del gruppo, che non si fa scrupolo di negare se stesso per rivelarsi in nuove vesti. All Fired Up è costruita su un riff quasi rockabilly, poi “interpolizzato” in un gioco di incastri che a un ascolto attento non può non lasciare sbalorditi. Anche Who Do You Think è costruita su un riff rompicampo, mentre Wrecking Ball si avventura addirittura nei territori presidiati da Brian Eno prima di aprirsi a un sontuoso finale orchestrale.

La copertina di “Our Love To Admire”

Anche in questo caso i testi giocano coi significati facendo leva anche sullo humor. No I In Threesome più che un pezzo a sfondo sessuale è un modo sarcastico per trattare il tema del tradimento («Babe, it’s time we give something new a try / Oh, alone we may fight, so just let us be three»). The Heinrich Maneuver è invece un omaggio a uno degli autori preferiti di Banks, Henry Miller, soprannominato Heinrich («E’ stato il primo autore con cui ho sentito intima connessione, la sua scrittura era il riflesso esatto di quello che provavo. Ha quel tono così confidenziale nel mettere insieme aneddoti della sua vita ed elaborarli come una filosofia. Pensai che potevo provare anch’io a fare così», spiega il cantante). Rest My Chemistry è infine uno dei passaggi più oscuri e personali con al centro i conflitti interiori dovuti alla dipendenza da sostanze stupefacenti del protagonista, allusione neanche troppo velata ai problemi di droga avuti in passato da Banks.

Stranamente, Our Love To Admire è il primo album registrato dagli Interpol a New York (Electric Lady Studios e The Magic Shop) ed è prodotto dalla band insieme a Rich Costey, già dietro alla consolle per Absolution (2003) e Black Holes And Revelations (2006) dei Muse, e il summenzionato You Could Have It So Much Better (2005) dei Franz Ferdinand, tra gli altri. L’album fa registrare la miglior performance del gruppo in fatto di riscontri commerciali, debuttando nella top5 sia nella classifica statunitense che in quella britannica e vendendo, a livello mondiale, 154mila copie nella prima settimana; è numero 4 della chart di Bilboard con 73mila copie vendute nei primi sette giorni prima di scendere al numero 26 e poi uscire dalla graduatoria dopo 10 settimane con un totale – aggiornato al 2009 – di 209mila copie vendute nei soli States, il che lo rende l’album meno venduto sul territorio statunitense tra i primi tre della band nonostante sia quello che, ad oggi, ha raggiunto la posizione più alta in classifica. Pure nel Regno Unito il disco sbanca (2° posizione) e in molti altri Paesi raggiunge la vetta o comunque piazzamenti di vertice. Anche dal punto di vista della critica il disco è generalmente apprezzato. Uncut, Q e Mojo gli assegnano una valutazione di 4/5, e NME 8/10 e Pitchfork la sufficienza piena, al pari di Spin.

L’Our Love To Admire Tour inizia a metà aprile in Canada con una scaletta che, almeno nelle prime uscite, si mostra parca nel rivelare i nuovi brani. Poco a poco però le nuove composizioni prendono piede scalzando alcune delle precedenti. L’opening Pioneer To The Falls, No I In Threesome, The Heinrich Maneuver e Rest My Chemistry diventano classici in grado di scongiurare qualsiasi eventuale calo di tensione. A fine maggio la band torna in USA e a seguire ancora nel Vecchio continente per date in proprio e partecipazioni a festival estivi. Il rimpallo tra Europa e America settentrionale ha un breve intermezzo “esotico” con un paio di comparsate agostane in Giappone ma fino a inizio dicembre i Nostri restano on the road pressoché ininterrottamente toccando anche l’Italia in due occasioni, il 12 novembre a Firenze (Teatro Sachall) e il giorno seguente a Milano (Alcatraz). Questa parte del tour frutta anche un nuovo EP, il sesto in carriera per la band ma stavolta una raccolta dal vivo. Si intitola Live in Astoria, contiene sei brani (quattro dal nuovo disco e due dall’esordio) registrati all’Astoria Theatre di Londra la sera del 2 luglio e vede la luce il 27 novembre 2007.

Gli Interpol live all’Astoria

Il giro mondiale riprende a febbraio 2008 con date in Nuova Zelanda e Australia a cui segue il primo passaggio della formazione in America Latina, con concerti in Cile, Argentina e Brasile. L’ultima branca di un tour forse addirittura più sfiancante dei precedenti si tiene infine a luglio in Europa con ritorno nel nostro Paese a Ferrara (piazza Castello), il 15.

2009-2011: tra aneliti solisti e abbandoni, l’inizio della fase calante

Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro ma l’addio di Carlos ha lasciato un buco enorme perché lui era una parte fondamentale del nostro processo creativo.

Andati temporaneamente in soffitta gli Interpol, a fine 2008 Banks si chiude nei Seaside Lounge Studio di Brooklyn per lavorare al suo esordio solista, pubblicato il 4 agosto dell’anno successivo sotto lo pseudonimo di Julian Plenti e intitolato Julian Plenti Is… Skyscraper. Non è la prima volta che un membro della band persegue un progetto per conto suo: all’inizio del 2007 Fogarino si era unito ad Adam Franklin (Swervedriver) sotto la sigla The Setting Suns (poi rinominata Magnetic Morning) per un EP di sei tracce pubblicato su iTunes. Ma Banks è il primo dei quattro a realizzare un album vero e proprio. La verve in solitaria del vocalist, tuttavia, risale a ben prima del suo approdo in formazione. Del resto abbiamo detto degli indugi che accompagnarono il suo ingresso in lineup proprio per il fatto che voleva fare musica in proprio. Fin dal 1996 Banks compone canzoni e le suona in piccoli club della sua città ma con l’entrata negli Interpol ripone nel cassetto la carriera solista finché, approfittando del primo vero momento di stacco da molti anni, si rimette a lavorare sull’idea, coadiuvato da Peter Katis, ingegnere del suono per Turn On The Bright Lights e Antics. E il risultato è a suo modo sorprendente. Allontanandosi dal sound Interpol ma al contempo non recidendo mai del tutto il legame con lo stesso, Banks partorisce un lavoro molto alt-folk oriented. Nella crepuscolare On The Esplanade, sorretta da un arpeggio di chitarra acustica morriconiano e appena sfiorata da morbide vibrazioni di archi, emerge tutto il piglio cantautorale del trentunenne musicista. Un cantautorato da loft di Manhattan, delle “sofa songs”. Stesso discorso per la quasi title-track Skyscraper, dai lezzi urbani ma anche ideale e inquietante sottofondo per la scena di un duello western. Ma che fare unicamente il menestrello voce e chitarra non sia la massima aspirazione di Plenti/Banks appare chiaro dalla bellissima opening Only If You Run e dalla nevrastenica Fun That We Have, che fanno del Nostro una sorta di novello Ryan Adams. Così come a rompere il mood malinconico, introspettivo e confidenziale che pervade l’impianto sono anche le trombe cavalleresche di Unwind. Da una parte la chitarra e l’apporto hand-played di un nutrito numero di ospiti quali – tra gli altri – il suo compagno di band Fogarino (in Games For Days, che infatti è uno degli episodi più affini al classico sound Interpol) e gli amici Mike Stroud, del duo elettronico Ratatat, Charles Burst degli Occasion e Striker Manley degli Stiff Jesus; dall’altra l’uso di synth e di Logic Pro, un software per comporre musica. Julian Plenti Is… Skyscraper rappresenta allo stesso tempo un divertissement ma anche una vetta che Banks non raggiungerà mai più in nessuna incarnazione extra-Interpol, dal secondo e ultimo album solista Banks (2012) ai side-project degli anni successivi di cui comunque accenneremo più avanti ma senza troppa enfasi.

Paul Banks/Julian Plenti nella copertina del suo album d’esordio solista

Attenzione che invece merita quanto avviene nel corso 2010. In primis l’addio degli Interpol a Capitol e il conseguente riapprodo a Matador, ma soprattutto l’abbandono di Dengler. Sul nuovo cambio di label, Fogarino spiegherà: «Quelli di Matador erano offesi. Ci dissero che erano stati feriti dal nostro addio, però ci volle un minuto per rimettere a posto le cose e dopo di allora non abbiamo più sentito il bisogno di andarcene di nuovo. Matador è da dove veniamo, una grande etichetta e un gran posto dove stare. Per fare un paragone, il loro ufficio è sempre aperto, posso andarci ogni volta che voglio e parlare con chiunque di qualsiasi cosa. Posso prendermi una pausa e andare in sala conferenze così come posso bermi una tazza di caffè o una birra insieme alle persone che sono lì, le quali sono prima di tutto fan della musica. Negli uffici di Capitol, al contrario, sono entrato solo due volte e ho dovuto prendere appuntamento, aspettare in sala d’attesa e avendo a disposizione per il colloquio solo un tempo predeterminato». Sull’addio di Dengler, invece, è poco dopo la fine delle lavorazioni per il quarto album in studio della band, l’omonimo dato alle stampe il 7 settembre, che si registra la dipartita. «Dopo la fine dei lavori in studio – è l’annuncio dell’ensemble ai propri fan – Carlos ci ha detto di non voler più suonare con noi. Ha deciso di seguire altri percorsi e di porsi altri obbiettivi. La separazione è stata assolutamente amichevole, e tutti noi gli auguriamo, di cuore, fortuna e felicità. Noi, per parte nostra, resteremo fan estremamente rispettosi di questa persona eccezionalmente dotata». Anni dopo lo stesso Dengler dirà a Spin: «Provavo tanto dolore a stare nella band, a far parte dell’industria discografica. La cosa stava limitando il mio impulso creativo. Non che non ci abbia provato ad aggiustare le cose, ho tentato per tre anni, ma alla fine mi sono detto: “OK, ne ho abbastanza di questa merda da rockstar. Chi sono io veramente?”». E in una successiva intervista a NME il bassista affermerà: «Il mio addio alla band? Benché io fossi uno dei compositori, oggi mi sento come se fossi stato solo una confusa comparsa o un sopravvissuto a stress post traumatico». Esatto: Dengler era uno dei compositori. Di più. La musica degli Interpol nasceva proprio dall’incastro tra il suo basso e la chitarra di Kessler. Come detto, Dengler partecipa alle registrazioni di Interpol ma il suo abbandono pone una seria ipoteca sul futuro della band alla quale verrà a mancare un tassello decisivo nella costruzione dei brani.

Del resto, lo stesso quarto album non è all’altezza dei precedenti nonostante una prima metà più che rassicurante. Se Interpol ha un difetto è infatti proprio lo squilibrio qualitativo tra i primi cinque pezzi e la restante cinquina. Da Success a Barricade (primo singolo ufficiale condiviso il 3 agosto), passando per Memory Serves, Summer Well (secondo estratto) e Lights primo assaggio come free download concesso dal gruppo sul proprio sito a inizio maggio (e poi pubblicata come terzo singolo a febbraio 2011) – sembra davvero di assistere alla rinascita del marchio dopo gli ultimi avvenimenti. Si diceva che Interpol sarebbe stato un ritorno a Turn On The Bright Lights – refrain giornalistico di ogni vigilia di nuovo disco per la speranza malcelata dei più “talebani” rimasti al 2002 –  ma in realtà è profondamente diverso. Pur senza avere la disperata prorompenza dell’opera prima, sembra consolidare la sensazione di una maturazione giunta a compimento, per il definitivo approdo nel gotha del rock. La succitata Lights, in questo senso, avvalora la percezione grazie alla sua magniloquente sacralità a tinte dark con la quale, ancora una volta, gli Interpol si dimostrano maestri nel disegnare clamorosi panorami sonori in un crescendo di pathos tenebroso a onorare uno stile comunque già ricopiato da tempo in ogni dove. Anche Summer Well e Barricades sono gioielli interpoliani e luminosissimi esempi di come l’incassatura tra basso e chitarra sia decisiva nel loro caso. Il problema, però, è che da Always Malaisie (the man I am) in poi la tensione cala paurosamente e l’ammiraglia, dopo essere salpata al suono delle fanfare e con progetti di conquista, si trasforma in una bagnarola bucherellata da ricondurre in porto alla svelta per non colare a picco. I ragazzi si sono giocati le carte migliori in apertura e portare la faccenda a conclusione si rivela molto più ostico del previsto. Ma il paradosso è che al confronto con quanto la band saprà fare nel prosieguo di carriera anche la seconda metà di Interpol è un capolavoro. Senza voler essere sprezzanti, gran parte dei brani presenti sui due dischi  successivi farà rimpiangere anche una Safe Without, una The Undoing o una Try It On (quarto singolo).

Interpol viene registrato agli Electric Lady Studios di New York ed è autoprodotto dalla band. La critica non è molto generosa nei suoi confronti: Pitchfork lo boccia sonoramente (4.6/10) e anche per Spin e Rolling Stone il disco non raggiunge la sufficienza. Solo Consequence Of Sound gli dà 4/5, mentre NME lo giudica da 6. Ciononostante, il disco entra nella Top10 sia in America (6° posizione) che in Gran Bretagna (10°), attestandosi di poco sotto gli standard raggiunti dal predecessore nelle medesime chart.

Per il tour a supporto dell’album, iniziato a giugno 2010 dagli Stati Uniti, la band sostituisce Dengler con David Pajo, tra le altre cose ex bassista e co-fondatore degli Slint con cui nel 1991 ha inciso il seminale Spiderland, l’album che molti considerano l’iniziatore del post-rock. Tra le date estive degli Interpol inizialmente figurano anche alcune serate come opening degli U2 per la leg statunitense del mastodontico 360 Tour, che però viene cancellata poco prima della partenza per un infortunio occorso a Bono. L’occasione di aprire per la formazione irlandese sul palco di uno dei tour più grandi e costosi della storia si ripresenta comunque a settembre: Banks e soci suonano infatti a Parigi, Bruxelles, San Sebastian, Siviglia, Coimbra e Roma (stadio Olimpico) riscuotendo apprezzamenti anche presso le oceaniche folle in trepidante attesa per gli U2, tanto che saranno chiamati a scaldare il pubblico “uduico” anche in alcune occasioni del recupero della leg USA riprogrammata in primavera/estate 2011. Nel frattempo il tour mondiale a supporto di Interpol va avanti ma i ragazzi in corso d’opera devono nuovamente sostituire il bassista dopo che Pajo, durante la pausa a febbraio tra due delle branche USA ed europea del giro, ha annunciato l’addio all’attività on the road con la band per dedicare più tempo alla sua famiglia. Al suo posto arriva Brad Truax. In primavera gli Interpol suonano di nuovo in Italia, a Roma (Atlantico) il 30 maggio e all’Heineken Jammin‘ Festival di Mestre (VE) il 10 giugno, date che si aggiungono all’appuntamento milanese del precedente 17 novembre al PalaSharp. Che l’estenuante calendario dal vivo, unito alle vicissitudini interne degli ultimi mesi, abbia un po’ sfibrato i quattro appare chiaro dalle dichiarazioni di Fogarino dopo le esibizioni ai festival di Reading e Leeds di fine agosto, allorquando il batterista ammette: «Ci serve una lunga pausa. Gli Interpol ne hanno bisogno. Dobbiamo recuperare e separarci per un po’». Detto, fatto: dopo un pugno di concerti in Sud America a novembre l’attività della band viene in pausa a tempo indeterminato.

Gli Interpol sul palco del 360 Tour degli U2 a Roma

2012-2017: El Pintor

Resti in pista perché hai ancora qualcosa da tirare fuori, qualcosa che senti di dover dire.

Chi fa fruttare lo hiatus più di tutti, perlomeno dal punto di vista discografico, è ancora una volta Banks il quale dapprima dà alle stampe, a fine giugno, un EP dal titolo Julian Plenti Lives…, e poi, a ottobre, il suo secondo album solista, Banks, un lavoro decisamente meno riuscito del precedente; non a caso sarà l’ultimo tentativo in solitaria del leader che nel prosieguo di carriera porterà avanti, in parallelo con la casa madre, solo progetti collaborativi. Il titolo di questo sophomore vuole innanzitutto sottolineare come l’artista abbia seppellito definitivamente il suo alter ego Julian Plenti, smentendo quindi quanto asserito nel titolo del succitato EP uscito a inizio estate. Del resto, non c’è più bisogno di prendere le distanze da una band non più all’apice del proprio splendore. Banks però si mostra “solidale” con i suoi compagni imboccando il medesimo crinale con un album fiacco, sbiadito e sonnolento. C’è veramente poco da salvare, poco di davvero originale, fresco, allettante, sghembo rispetto alle traiettorie già battute con e senza gli altri al fianco: forse solo l’allucinata opening The Base e la giocosa No Mistakes. Per il resto, sussulti non ne producono stanche litanie come Arise, Awake e Lisbon, né pigre contorsioni come Young Again, I’ll Sue You e Paid For That, mentre Over My Shoulder e Summertime Is Coming finiscono ancora una volta per aggrapparsi – ça va sans dire – a quanto già fatto dagli Interpol, per i quali invece il 2012 si segnala per la reissue in versione deluxe, rilasciata a inizio dicembre, dello sfavillante esordio Turn On The Bright Lights. È il primo segnale di una carriera che dopo soli dieci anni – e quattro album – deve già ricorrere alle ristampe di materiale già edito per restare sul pezzo. Lo stesso album di debutto verrà stato ri-festeggiato nel 2017 con un tour dedicato per il quindicinale, mentre i tre lustri di Antics e i due di Our Love To Admire saranno salutati, rispettivamente nel 2019 e 2017, con speciali edizioni in vinile.

Nel 2013 Fogarino imita il vocalist dando alle stampe pure lui un full-length, non da solo ma come membro degli EmptyMansions, progetto collaborativo insieme a Brandon Curtis (già fondatore dei Secret Machines e turnista dal vivo con gli Interpol in veste di tastierista) e il chitarrista dei Jesus Lizard, Duane Denison. L’album, intitolato snakes/vultures/sulfate, vede la luce ad aprile via Riot House.

Anche Kessler annuncia, nel 2014, l’inaugurazione di un suo side-project, i Big Noble, insieme al sound designer Joseph Fraioli/Datach’i. Il duo dà alle stampe l’album First Light, ma la differenza è che annuncio e pubblicazione (datata febbraio 2015) arrivano nel pieno della campagna per il nuovo album degli Interpol, El Pintor. Già, nel frattempo è arrivato il quinto lavoro in studio della band il cui titolo, come si può cogliere facilmente, è anche un anagramma del nome della formazione. È il primo disco senza Dengler e i ragazzi hanno nuovamente cambiato bassista, stavolta affidandosi alla soluzione “interna” rappresentata da Banks, il quale già in passato aveva preso occasionalmente in mano il quattro-corde; mentre Curtis da touring member diventa partecipante effettivo in sala di registrazione nelle medesime vesti di tastierista.

El Pintor esce il 9 settembre su Matador, anticipato di circa un mese dal singolo All The Rage Back Home, il cui preludio “liturgico” schiude un portale millenario che dà accesso a quei mondi cupi, misteriosi e disperati a cui gli Interpol ci hanno sempre abituati. Il gruppo sembra magicamente rinato o perlomeno lungi dalle profezie delle cassandre che preannunciavano una parabola ormai irrimediabilmente compromessa. Peccato però che andando avanti nell’ascolto le cassandre si rivelano azzeccate perché la formazione a tre (Banks-Kessler-Fogarino) sulla lunga distanza non regge il confronto con lo schieramento completo: l’abbiamo detto, Dengler era una componente fondamentale in fase di composizione. Ma paradossalmente, in un disco realizzato senza il bassista storico e che quindi si poteva immaginare ritmicamente “monco”, alcuni brani risplendono proprio dello stile groovy di Antics: Be Me Desire e Same Town, New Story ondeggiano gaudenti proprio sullo stile dell’album del 2004. Nel complesso, però, El Pintor ha come effetto l’istituzionalizzazione di un sound diventato ormai innocuo. Gli Interpol si sono come editorsizzati con uno stile tanto riconoscibile quanto ridotto a parodia di se stesso. In più, la pigrizia compositiva prende il sopravvento e l’insistito sbizzarrirsi nel creare riff fantasiosi con cui aprire i brani sembra più un modo per mascherare la pochezza del prosieguo. Primo estratto e qualche altro episodio a parte, nessuno dei dieci momenti riesce lontanamente a ricreare l’epica dirompente dei tempi andati. I downtempo come My Blue Supreme e Breaker 1 ci provano ma alla fine pure loro suonano ripetitivi, mentre quando i bpm aumentano (Anywhere) la sensazione è di un pauroso scollamento tra intenzioni ed effettive possibilità del combo. Ma intendiamoci, non è tutto da buttare. Everything Is Wrong, dove Banks ci dà giù col basso e il drumming di Fogarino seduce coi suoi repentini cambi di ritmo, sarebbe un delitto non imporla nelle scalette, mentre la conclusiva Twice As Hard azzarda addirittura soluzioni psichedeliche.

Paul Banks in una still YouTube dal video di “All The Rage Back Home”

A partire da giugno la band si imbarca nel solito lungo tour promozionale. El Pintor Tour li vede impegnati nell’abituale avanti e indietro tra USA ed Europa intervallato da (stavolta più brevi) detour in America Latina e Oceania. In Italia, dopo una prima apparizione a fine gennaio 2015 al Fabrique di Milano la band si ripresenta per ulteriori quattro date a cavallo tra agosto e settembre: Torino (Spazio 211), Prato (piazza del Duomo), Roma (Ippodromo delle Capannelle, concerto recensito su SA) e Treviso (Zona Dogana) le città nostrane toccate da un giro mondiale che si conclude il 6 settembre all’Electric Picnic Festival di Stradbally, in Irlanda.

Ad aprile 2016, in occasione del Record Store Day, El Pintor ha un corollario in El Pintor Remixes, versione dell’album con rimasticamenti dei brani ad opera di artisti quali Tim Hecker, Panda Bear (stupenda la sua interpretazione “animalcollectiviana” di All The Rage Back Home), The Field, Factory Floor, Ghost Culture, Becoming Real, Man Without Country e Beyond The Wizards Sleeve. Il 2016 è anche l’anno in cui Banks si unisce a RZA del Wu-Tang Clan per il progetto collaborativo Banks & Steelz sotto la cui egida esce il 26 agosto l’album Anything But Words.

Nel 2017, come già detto, gli Interpol si imbarcano nel tour per i quindici anni di Turn On The Bright Lights che li impegna da agosto a ottobre principalmente in Europa (AMA Festival di Asolo, in provincia di Treviso, e Carroponte di Sesto San Giovanni le date italiane) e in piccola parte in Stati Uniti e Messico (con l’appendice dell’unica data giapponese a novembre dell’anno successivo). La particolarità di queste date (raccontate anche in un documentario condiviso in streaming a maggio 2018) è ovviamente l’esecuzione nella sua interezza dell’album d’esordio seguita dai bis affidati a brani dagli album successivi. E come riportato in precedenza, proprio uno degli album successivi, Our Love To Admire, nello stesso 2017 è oggetto della ristampa per il decennale.

2018-presente: Marauder e i progetti in divenire

Scriviamo musica “strana” che qualche volta si avvicina al mainstream, ma non abbiamo mai fatto un disco che non contenesse cose strane. Finché non inizi a chiederti cos’è che le persone vogliono sentire e ti concentri su ciò che appaga te, non perderai la tua integrità.

Il 2018 si apre con la pubblicazione di un’altra “derivazione” di El Pintor, un EP intitolato alla stessa maniera e contenente tre bonus track (The Depths, Malfeasance e What Is What) rimaste fuori dalla lista del disco. Ma il piatto forte arriva il 23 agosto, giorno in cui la band dà alle stampe Marauder, il sesto lavoro in studio pubblicato sempre su Matador e prodotto da Dave Fridmann (Mercury Rev, Flaming Lips, MGMT). L’album è anticipato dai singoli The Rover (uptempo dal sound asciutto e tagliente), Number 10 (stradaiola e furente) e If You Really Love Nothing (galoppata quasi iggypopiana). La sensazione dopo il triplo antipasto è di una band più ispida e concisa, meno alla ricerca della “costruzione dal basso” ma più della palla lunga buttandola sul fisico. Il suono è più scarno, meno arioso e tenebroso, e la registrazione in presa diretta è la bussola che orienta i tre durante la lavorazione. Resta tuttavia quel sapore di lato oscuro della Grande Mela nella funkeggiante Complications, così come interpoliana fino al midollo è Stay In Touch, che – nomen omen – resta in contatto con la cifra caratteristica del gruppo al pari di Flight Of Fancy, mentre Mountain Child è un interessante compromesso tra vecchio e nuovo corso. Dopo il piattume della prova precedente, si accoglie con piacere la volontà dei tre di togliersi la polvere di dosso. La formula base è sempre la stessa ma declinata in chiave più disturbata, come confermano NYSMAV e Surveillance, due tra gli episodi migliori del lotto. Nel complesso però, e nonostante il tentativo di rinnovarsi ancora una volta prendendo le mosse dalle intenzioni che a suo tempo avevano animato lo stesso Our Love To Admire, Marauder oltre a una piena sufficienza non può ambire. Di solito, quando la produzione di un artista rallenta fino a un disco ogni quattro anni significa che le idee latitano e tirare su una decina di brani passabili diventa un’impresa. Attendersi un nuovo capolavoro dagli Interpol, nel 2018, è più una professione di fede.

Gli Interpol in una foto promozionale del 2018 (still da YouTube)

Il disco ha anche un’appendice rappresentata dall’EP A Fine Mess, uscito a maggio dell’anno successivo e contenente alcune tracce rimaste escluse dal full-length. Due dei brani, la title-track e The Weekend, vengono condivisi come singoli.

Altro giro altra corsa. A giugno 2018, in anticipo di un paio di mesi rispetto alla pubblicazione dell’album, gli Interpol si imbarcano nell’ennesimo tour mondiale. 135 date (tra cui quella italiana di Sesto al Reghena, in provincia di Pordenone) in cinque continenti fino a quella conclusiva di Lima, in Perù, il 12 novembre 2019. Dopodiché – è storia recente – la pandemia ha travolto programmi e progetti di tutti. Gli Interpol si sono comunque tenuti impegnati, se non altro a livello di singoli membri, o per meglio dire del frontman: il solito Banks, a giugno 2020, avvia un altro side-project, stavolta al fianco del cantautore e polistrumentista newyorchese Josh Kaufman e dell’ex batterista dei Walkmen, Matt Barrick, insieme ai quali dà vita ai MUZZ il cui LP di debutto omonimo vede la luce il 5 giugno.

A giugno 2021 arriva l’annuncio riguardo al fatto che Banks, Kessler e Fogarino sono al lavoro su un nuovo album da circa un anno, il che riaccende la curiosità dei fan: gli Interpol si terranno più vicini al concetto espresso nel titolo del loro primo album (ri)accendendo le luci o, al contrario, propenderanno per quello del secondo pubblicando buffonate?

I primi dettagli rivelano sorprendenti influenze (Pet Sounds, i Red Hot Chili Peppers, il John Frusciante di Blood Sugar Sex Magik e del solista Niandra LaDes and Usually Just a T-Shirt) e soprattutto i buoni propositi («Questo potrebbe essere un lavoro fottutamente diverso»); poi finalmente a inizio aprile 2022 arriva il titolo del nuovo lavoro, The Other Side Of Make-Believe, e il brano di lancio, Toni, un singolo/videoclip sbaraglia carte con Banks nelle inedite vesti di poliziotto newyorchese ripiombato negli anni ’70 di un videoclip à la Spike Jonze: un gustoso antipasto in attesa del disco, annunciato per il 15 luglio via Matador. Ma non mancano neanche le prime rivelazioni sulla natura dell’opera. E se il lead single ripresenta la band con un brano non così scuro come avremmo potuto aspettarci dopo due anni di pandemia, anzi tutt’altro (un giro di piano guida tensioni, calore e un’eleganza se vogliamo à la The National, e un  tempo fieramente 4/4 tipico degli Arcade Fire come dei Nostri trainato dalla batteria, con chitarra, basso e voce a fare il loro, come il trio sa fare), il resto si annuncia come una rivoluzione stilistica a partire dalle modalità lavorative. Nei primi mesi del 2021, infatti, gli Interpol si sono riuniti per concentrarsi  da soli sul nuovo materiale in una casa in affitto sui monti Catskill, prima dei ritocchi finali apportati a Londra, entrando in studio per la prima volta assieme al veterano Flood (Mark Ellis) e ritornando a collaborare con l’ex co-produttore Alan Moulder, ovvero il team responsabile di molti capolavori degli anni ’90, tra cui Mellon Collie & the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins. A detta del gruppo, nel successore di Marauder le qualità individuali di ogni singolo membro sono state potenziate e l’edificio sonoro ne risulta rinforzato, con Kessler a progettare l’architettura (immancabilmente componendo davanti a qualche film per trovare l’ispirazione, come fa di solito), Banks ad appendere i quadri e Fogarino a pensare al mobilio.

Nondimeno, la formazione ha annunciato anche un tour, in partenza ad aprile con date in tutto il mondo inclusi due speciali appuntamenti il 14 e 15 giugno alla Roundhouse di Londra e ancora tappe al Rose Bowl Stadium di Losa Angeles e al City Palacio De Los Deportes a Città del Messico.

Sul piano della riuscita, però, The Other Side Of Make-Believe certifica lo stato critico dell’ispirazione di una band che neanche la cura Flood/Moulder riesce a scuotere. Il settimo disco in studio è la conferma che ai ragazzi di Manhattan servirebbe ben altro che affidarsi a mani sapienti e che magari un giro in territori lontani, per esempio qualche stato del Sud (Georgia o affini), da quelli solitamente battuti potrebbe essere più salutare. Al pari di Toni, i successivi tre assaggi (Something ChangedFables e Gran Hotel) della nuova fatica rischiano di farsi ricordare più per i relativi clip (del secondo tra i tre summenzionati è però uscito solo il lyric-video) che per la musica, mentre per il resto è  davvero difficile salvare qualcosa. Non si salvano l’annacquata opening Into The Night, l’arresa e slavata Mr. Credit e nemmeno Greenwich, nonostante l’indovinata e disturbata coda cacofonica. Così come annoiano la pallida Renegade Hearts, la velleitaria Passenger, la pur azzardata Big Shot City e la soporifera Go Easy (Palermo), che ha il solo merito di chiudere il sipario su un lavoro fallimentare in cui solo pare divertirsi solo Kessler, per niente sorretto da un Fogarino che (rispetto ai suoi standard) non è più il valore aggiunto e da un vocalist che sonnecchia (anche come testi in passato ha fatto molto meglio). L’epico e magniloquente sound di Turn On The Bright Lights è ormai solo un pallido ricordo e ogni accostamento di questi Interpol qua con quelli là appare perfino blasfemo.

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