Iosonouncane (IT)

Biografia

Iosonouncane è in realtà Jacopo Incani, musicista sardo trapiantato a Bologna e originariamente negli Adharma. La carriera solista di Incani comincia nel 2010, quando il Nostro dà alla stampe La macarena su Roma. Il disco diventa un piccolo caso discografico – capace di arrivare alla finale delle Targhe Tenco di quell’anno – e somma una «biografia da loopstation, campionata su più livelli, in cui si mescolano infanzia da cantautore, adolescenza barrettiana e attualità da discepolo di Flying Lotus. Ascolti che trovano spazio in uno scantinato della Bologna meno allineata tra un laptop e una chitarra acustica». Nei testi cinici e spietati del musicista si coglie il Gaber più tagliente, nella voce un Dalla acido e violento, disperso in uno zapping di ghezziana memoria e condito con gli scarti della TV spazzatura. L’album «mette a nudo il vivere squallido di un’Italia da alberghetto a ore in bilico tra call center e precarietà, razzismo e disparità sociale. Vi si dà voce dall’interno, senza attenzione per le buone maniere o rispetto per la sensibilità retorica di chi nel disastro quotidiano ha trovato un proprio spazio vitale. Perché quando la tragedia della realtà sgomita per emergere e tu ci sei dentro fino al collo, non puoi far altro che raccontarla per com’è: surreale, cinica, violenta».

Dopo quasi cinque anni passati in gran parte in Sardegna a lavorare sul nuovo disco (e dopo aver pubblicato il brano Le sirene di luglio nel 2012), a marzo 2015 esce Die, secondo album del musicista. Il lavoro è un deciso passo avanti e al tempo stesso un ritorno alle radici dell’amata Sardegna, con un mood che sa più di epica che di quotidiano vivere. Tantissimi ospiti (tra cui Bruno Germano, Paolo Angeli, Alek Hidell, Simone Cavina, Mariano Congia, Paolo Raineri, Serena Locci) e una strumentazione ricchissima (i contributi più particolari: filicorno baritono, tromba, trombone, sax baritono, chitarra sarda preparata, canto a tenore sardo) nobilitano un album avventuroso e complesso. Die «ha il ritmo lento e il peso specifico della terra e della natura, persino la sua innata violenza, eppure è logico e comprensibile, razionale e adulto, se contrapposto al collage paranoico, urbano e “sociale” che ha caratterizzato il passato di Incani», sottolinea Fabrizio Zampighi in recensione. «Nei sei brani di Die mancano le staffilate sarcastiche de La macarena su Roma e quel cinismo teatrale che tanto ha raccolto in passato; eppure l’impressione è che ci sia molto più di Incani in questi solchi, che in tutto quello che è uscito fino ad ora a nome Iosonouncane».

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