Kevin Morby (US)

Biografia

– Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.
– Dove andiamo?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.
(Jack Kerouac)

Se per un attimo, facendo ricorso alla nostra immaginazione, provassimo a proiettare la figura di Kevin Morby nell’epoca a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta dello scorso secolo, e più precisamente all’interno di un qualche café del Greenwich Village, avvolto dal fumo di sigarette e di joint mentre strimpella una vecchia sei corde, tutto ci apparirebbe assolutamente verosimile. Lo si potrebbe vedere passeggiare al fianco di poeti sognatori, hipster dalle barbe incolte, occhi spiritati e animo irrequieto. Immerso in happening di poesia mentre ascolta anfetaminiche declamazioni esistenziali. E fin troppo facile sarebbe sostituirlo con il ragazzo che nella copertina di The Freewheelin’ Bob Dylan tiene a braccetto la sua dolce metà, forse perché è evidente la somiglianza, quanto meno artistica, che lo lega al Bob Dylan in questione, ovvero quella radice folk che è alla base di tutta la produzione targata Morby.

Like a (modern) hobo

Si comincia da due aspetti che hanno rappresentato le uniche certezze – per quanto paradossale possa sembrare – dell’infanzia e dell’adolescenza di Kevin: viaggio e cambiamento. Dopo la nascita della sorella maggiore Caleb in Nebraska, la famiglia Morby – a causa del lavoro “nomade” del capofamiglia, impiegato alla General Motors – comincia il proprio peregrinare in Texas, e più precisamente a Lubbock (città natale di Buddy Holly), in cui Kevin vedrà la luce il 2 aprile 1988. Ma nemmeno il tempo di fessurare gli occhietti, che il pargolo si vede trascinato prima a Detroit, poi ancora a Tulsa, Oklahoma City ed infine Kansas City dove, dopo anni, potrà trovare sì un po’ di tranquillità, ma allo stesso tempo dovrà cominciare a convivere con frequenti attacchi di panico. Almeno fino al 2006, quando decide di cambiare ancora, questa volta per volontà sua, e di trasferirsi nella Grande Mela. Sacco a pelo sulle spalle e flaconcini di ansiolitici nello zainetto, comincia così la vita da adulto di Kevin, una sorta di hobo del ventunesimo secolo. Perché in fondo non è poi così sbagliato inquadrarlo nell’ottica di un moderno vagabondo. Un irrequieto girovago alla ricerca (più per volontà di altri che sua) di quell’inafferrabile libertà, umana e artistica. Così, Kevin e la sua musica per certi versi finiscono per incarnare questa immagine romantica degli Stati Uniti d’America. Una fotografia sfocata che arriva dritta dal passato, con il viaggio – grande oggetto delle narrazioni dell’epoca beat (e qui ci si ricollega alla “visione” dell’inizio) – sullo sfondo.

Sottobosco newyorchese

Kevin sbarca a New York non ancora diciottenne. Comincia a lavorare come babysitter presso una famiglia che in cambio gli offre vitto e alloggio, e nel frattempo inizia a frequentare quel sottobosco culturale newyorchese nel quale poter cominciare a tessere amicizie. A partire dal 2010 si ritrova così a suonare il basso (ruolo, per così dire, di ripiego) nei Woods, band di Brooklyn capitanata da Jeremy Earl che già allora, siamo sul finire degli anni Zero, poteva considerarsi il fulcro della scena psych-folk dell’east coast. Il nome di Morby figurerà nei Woods per la prima volta in At Echo Lake e vi rimarrà legato fino a Bend Beyond (nel mezzo, l’uscita di Sun and Shade). Ma nonostante la preziosa esperienza in una delle più importanti realtà nu-folk in circolazione, già si può intuire che la band è vista da Morby come un semplice trampolino di lancio. Nel frattempo, infatti, il Nostro comincia a dare forma, insieme alla coinquilina Cassie Ramone (Vivian Girls), ai The Babies, progetto nel quale riversare tutto ciò che è riuscito ad assorbire dalla scena punk-rock del Kansas e dai due anni passati tra le fila dei Woods. Ma se in questi Kevin poteva sentirsi relegato al ruolo di comprimario, dovendo lasciare spazio alla figura quasi sacra di Earl, nella sua nuova creatura può ricavarsi uno spazio da “protagonista”, in vista dello step successivo, quello del debutto solista.

Solitudine e tradizione

Prima di fare il grande passo il riccioluto chitarrista del Midwest ha però bisogno di un’altra svolta. Ecco così che nel 2013 decide di fare armi e bagagli per trasferirsi sulla costa ovest, a Los Angeles. Mollare tutto e immergersi in un habitat a lui non familiare. Volti e nomi sconosciuti dai quali ripartire, un ambiente nuovo nel quale tuffarsi e da cui trarre ispirazione. Per iniziare Morby sceglie di riavvicinarsi alla musica tradizionale americana (folk, rock’n’roll e blues), ed è proprio sulle basi di questa scelta che nasce Harlem River (Woodsist, 2013). Bob Dylan, Bill Fay, Lou Reed e Leonard Cohen formano il pantheon nel quale Kevin trova rifugio spirituale, e ad uscire è un album inevitabilmente derivativo, ma allo stesso tempo ispirato e autentico. Le otto tracce registrate con l’aiuto di Rob Barbato (Cass McCombs, La Sera, Bleached, The Fall) a sorpresa risentono pochissimo del trasferimento di Morby nell’arida California, ma anzi, come lo stesso cantautore avrà modo di spiegare, rappresentanto una lettera d’amore alla New York che per sette anni lo ha ospitato, e che in quei giorni è alle prese con la metabolizzazione del lutto della morte di Lou Reed. E proprio lo spirito di quest’ultimo sembra attraversare Harlem River. Lo si sente soffiare in Reign e poi vagare in un orizzonte nostalgico e nebuloso (nel duetto con Cate le Bon di Slow Train o nel lento incedere di Miles Miles Miles, o ancora al fianco della tintinnante Sucker In The Void). Una musica dal filtro vintage sulla quale Morby adagia, con la stoffa del grande cantautore, testi introspettivi, che si interrogano sulle insicurezze e sulle sfide dell’essere giovani.

In quest’ottica Still Life (Woodsist, 2014) sembra essere fatto della stessa identica pasta del suo predecessore. Restano chiari i riferimenti al Bob Dylan più sferzante in The Ballad of Arlo Jones e a quello più posato e melanconico, epoca Blood On The Tracks, in Amen. Ma ancora più evidente è l’influenza di Bill Fay, che emerge in tutta la sua limpidità in Parade (traccia che non a caso viene introdotta, in versione live, da I Hear You Calling dello stesso cantautore inglese), e che insieme alle altre ballate del disco, All of My Life e Our Moon, rappresenta il fiore all’occhiello della produzione targata Morby. Tracce che, se non fosse per la futilità dei nostri tempi, avrebbero tutto ciò che è necessario per rimanere scolpite nella storia.

Ma in Still Life, e poi nel successivo Singing Saw (Dead Oceans, 2016), si comincia a percepire l’influenza delle bucoliche vedute dell’ovest. Il rock’n’roll di Motors Running, le psicotrope Drowning e Dancer e gli arpeggi spettrali di Bloodsucker hanno quindi il compito di accompagnare l’ascoltatore attraverso gli aridi sentieri dell’entroterra californiano, e ad uscire è il ritratto di una melanconica passeggiata durante un rosso tramonto estivo. Le stesse sensazioni che caratterizzano Singing Saw, in cui il quasi trentenne cantautore riesce a dar sfoggio della sua capacità di assorbimento e fa tesoro dei cambiamenti e di tutto ciò che questi si trascinano dietro. Nella terza uscita in solitario Morby si immerge nella notte californiana. Una notte dai riflessi tristi, a tratti spettrali e inquietanti (vedi i sette minuti della title track o la coeniana Water). Ma nonostante questo vortice di “negatività”, Morby riesce, ancora una volta, a porsi come uno dei più promettenti songwriter di nuova generazione, con una musica che continua a incarnare gli Stati Uniti da nord a sud, da est ad ovest, spaziando dal folk-blues (Cut Me Down) all’impegno politico (I Have Been To The Mountain dedicata a Eric Garner, ragazzo di colore ucciso dalla polizia di New York nel luglio 2014), a momenti esotici (Black Flower). Per poi arrivare ai cuori dei suoi fan grazie a ballate fuori-tempo come Drunk On a Star, vera specialità di un cantautore che dove passa, lascia il segno.

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