Midori Takada (JP)

Biografia

Ipnosi per un mondo nel caos

Se avete qualche familiarità con il mercato delle ristampe e con i dischi per cui tendono a impazzire i collezionisti, vi sarete probabilmente accorti che il 2017 è senza ombra di dubbio, all’interno di determinati circoli di appassionati, l’anno della ristampa di Through the Looking Glass di Midori Takada.

Si tratta di un album pubblicato in Giappone nel 1983 e mai più ristampato in nessun formato, che però con gli anni ha acquisito a tutti gli effetti lo status di disco di culto – il che comprende anche l’essere stato venduto su Discogs a più di 600 euro. Come si genera questo tipo di culto non è dato sapere in maniera precisa. Sicuramente la riscoperta di certe sonorità rilassate, al confine tra minimalismo, ambient, exotica e new age, ha contribuito non poco, come anche la spinta a scoprire tesori nascosti che da sempre anima gli appassionati e che internet ha reso molto più facile. Ma di sicuro sappiamo anche che molto ha fatto in questo caso il misterioso sistema di autoplay di YouTube, che per qualche sconosciuta ragione che probabilmente sta a metà strada tra qualche algoritmo e il gusto personale di un appassionato, ha fatto sì che un video caricato quattro anni fa sulla piattaforma da un utente di nome Jackamo Brown (che avrà scaricato il disco da qualche peer to peer? O da qualche music blog nell’epoca in cui questi, dediti alla riscoperta di pietre preziose, andavano per la maggiore? O che forse lo avrà rippato personalmente da una rara copia originale in suo possesso?) abbia raggiunto la considerevole cifra di un milione e ottocentomila views, abbastanza insolita per un misconosciuto lavoro di avanguardia giapponese dei primi anni ’80 di una compositrice non molto popolare, stampato in pochissime copie e pressoché inesistente nel mondo reale.

È un disco la cui bellezza parla da sola, e lo fa in modo talmente auto-evidente da poter essere addirittura capace di avvicinare a nuovi mondi sonori chi solitamente è abituato a ben altri ascolti.

Sicuramente, è il caso di dirlo subito, il motivo principale del successo del disco, e quello che più deve avere spinto il passaparola, è che si tratta di un lavoro bellissimo, di un vero capolavoro, uno di quei rari dischi in grado davvero di rapire l’ascoltatore. Chi segue questo genere di cose sa che spesso è l’entusiasmo per la scoperta di un tesoro nascosto a galvanizzarci più ancora che il suo valore effettivo, che a volte bastano delle belle sonorità per farci gridare al miracolo, quando si tratta in realtà soltanto di buoni dischi, o di dischi sorprendenti per una serie di motivi (una commistione di generi, l’anticipazione di tendenze di là da venire nel tempo) ma non effettivamente meravigliosi.

Non è questo il caso, e penso che uno dei principali motivi del “successo” postumo di Through the Looking Glass stia nel fatto che è un disco capace di rapire anche l’ascoltatore occasionale, quello non avvezzo alle sonorità dell’avanguardia, alla sperimentazione, alla ricerca di stranezze sepolte negli archivi. È un disco la cui bellezza parla da sola, e lo fa in modo talmente auto-evidente da poter essere addirittura capace di avvicinare a nuovi mondi sonori chi solitamente è abituato a ben altri ascolti.

Anche attrice performativa e appassionata di pittura, Midori Takada, nata a Tokyo nel 1951, ha dapprima lavorato alla fusione tra Africa e Giappone all’interno del progetto Mkwaju Ensemble, in compagnia di Junko Arase e Yoji Sadanari. Il terzetto di percussionisti, affiancato in studio da vari ospiti tra cui Hideki Matsutake (già assistente di Isao Tomita e collaboratore della Yellow Magic Orchestra) pubblica due album nel 1981, Mkwaju e Ki-Motion. Si tratta di lavori riuscitissimi e geniali, a cavallo tra jazz, funk e afro-beat, perfette rappresentazioni di quel periodo di estrema creatività giapponese. Escono non a caso per Better Days, etichetta cardine di quella scena che dalla Yellow Magic Orchestra era partita per poi intraprendere strade varie e coloratissime, tra la disco, il funk, la fusion e mille altre influenze da tutto il mondo ma – e questa è una delle cose più interessanti – senza mai perdere di vista un certo retroterra pop, un certo desiderio di piacevolezza.

“Nella mia testa vedo la musica come un veicolo simile alla pittura, che include anche i colori e lo spazio”.

Un’etichetta rappresentata da artisti geniali come Yasuaki Shimizu (il suo Kakashi è un altro di quei dischi che i collezionisti si strappano di mano a botte da centinaia di euro), il synth pop d’avanguardia dei Mariah, Kazumi Watanabe e perfino Ryuichi Sakamoto. Lo stesso mondo di cui è perfetta incarnazione quell’altro genio di Haruomi Hosono (fondatore con Sakamoto della Yellow Magic Orchestra), pur senza avere mai inciso per Better Days. Anche i Mkwaju Ensemble sono stati un nome di culto fra i music blog negli ultimi anni, per l’originalità della loro proposta poco convenzionale, che ha mischiato strumentazioni tradizionali ai computer e all’elettronica, generando brani come la proto-house dalle sonorità minimaliste di Tira Rin o l’ambient dilatatissima di Hot Air. I due album da cui sono tratte sono stati pubblicati entrambi nel giro di sei mesi e registrati in un mese, il primo in primavera e il secondo in autunno; questo si riflette moltissimo sull’atmosfera che si respira all’interno dei due lavori, il primo più ritmato mentre il secondo più rilassato – ma sono due lati della stessa medaglia e davvero non è possibile separarli nella loro rappresentazione di aspetti differenti dell’esperienza umana, della sua magia e del suo mistero.

Ma a Midori questo non basta, e un paio di anni dopo decide di dedicarsi da sola alla composizione di un disco più personale, più magico e minimale, per il cui titolo si ispira al classico Attraverso lo specchio di Lewis Carrol, seguito di Alice nel paese delle meraviglie. Registrato in soli due giorni ai Victor Aoyama Studio, con in mente l’idea di fondere certa tradizione percussiva africana con le atmosfere caratteristiche della spiritualità nipponica, in compagnia soltanto di un ingegnere del suono e di percussioni, campanelli, una bottiglia di Coca Cola usata come strumento a fiato, registratori, un pianoforte e di un armonium, si tratta di una suite in quattro pezzi di cui ricorda : “Fu necessaria un sacco di concentrazione e di energia: tutte le composizioni stavano già nella mia testa, ma le note erano praticamente impossibili da eseguire contemporaneamente. Quindi come nella pittura, ho creato strati di suoni uno sopra l’altro, uno per uno, senza perdere di vista la mia immagine iniziale”. Un certosino lavoro di studio e di sovraincisioni dunque: “Nella mia testa vedo la musica come un veicolo simile alla pittura, che include anche i colori e lo spazio”.

Se il primo brano è il più rarefatto e celestiale, classicamente vicino al minimalismo più meditativo, la seguente Crossing si avventura in territori più simili a quelli battuti da Steve Reich (ma anche alle suggestioni da quarto mondo che è in grado di scatenare un Jon Hassell) e il lavoro percussivo si fa ipnotico e impressionante, Trump l’eloil è il pezzo che più la fa avvicinare a una compositrice classica e la conclusiva Catastrophe si carica invece progressivamente di un’energia inaspettata, in un viaggio che dai territori paradisiaci dell’apertura porta a una progressiva distruzione dello status quo, sulla quale il titolo della traccia non lascia molti dubbi.

L’altro album importante della poco prolifica carriera della musicista giapponese è uscito nel 1990, si intitola Lunar Cruise e si tratta di una collaborazione con il grandissimo pianista e compositore Masahiko Satoh, autore fra le altre cose del bellissimo Deformation (in trio, nel 1969) e della splendida colonna sonora del capolavoro visionario di animazione Belladonna of sadness (1975). Lunar Cruise è un lavoro di improvvisazione in cui i due artisti trovano un’intesa perfetta tra i synth digitali e il piano di Satoh e le mille percussioni, marimba, vetri, legni, gong, catene, campane e tamburi di cui si occupa Midori. L’album vede ospiti in un paio di pezzi anche i fiati (suonati da Kazutoki Umezu) e il basso del già citato Haruomi Hosono, vero e proprio prime mover, con la sua genialità e il suo estremo eclettismo, di tutta quella scena elettronica e sperimentale che a partire dalla YMO arriva fino ai lavori di cui stiamo parlando in questo pezzo.

Il suo unico altro lavoro pubblicato da solista è Tree of Life, del 1999, album un po’ più classico e minimale ma non per questo meno affascinante. Il produttore è ancora Masahiko Satoh, e ad accompagnare le marimba, le campane e i tamburi di Midori c’è la cinese Jiang Jian Hua, virtuosa dell’erhu – uno strumento tradizionale sinico che funziona un po’ come una specie di violino a due corde. Se è vero che di lavori come Through the Looking Glass, così peculiari, ipnotici, personali, in grado di toccare chiunque, ce ne sono pochi, è anche vero che sarebbe un peccato se ci si limitasse alla sola scoperta di quello, e non si andasse a scavare un po’ anche in queste altre notevolissime uscite alle quali ha partecipato Midori Takada. La buona notizia è però che la ristampa di Through the Looking Glass sarà accompagnata, nel corso del 2017, dalla ristampa di quasi tutti gli altri lavori di cui abbiamo parlato, sia i due del Mkwaju Ensemble che Lunar Cruise, il tutto grazie alla collaborazione tra la svizzera We Release Whatever The Fuck We Want e l’americana Palto Flats, che dopo avere pubblicato nel 2015 anche la ristampa di Utakata No Hibi dei Mariah sembra volersi specializzare nel recupero di perle giapponesi.

Midori, a seguito della ristampa, ha anche intrapreso un piccolo tour europeo nel mese di aprile, che purtroppo non ha toccato l’Italia. Ma forse questo rinnovato interesse nei confronti della sua opera ci darà prima o poi la possibilità di vederla anche dalle nostre parti. Del resto, in un mondo dominato dal caos, c’è sempre bisogno del conforto salvifico che l’arte più ipnotica e incantatrice può dare all’umanità. Anche se Midori non sembra avere in mente lo stesso obiettivo: “Come risultato del mio suonare, io assolvo alla mia identità”.

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