Paolo Conte (IT)

Biografia

It’s Wonderful

Il suo manager deve correre a farsi due whisky per realizzare. I francesi si stanno spellando le mani dagli applausi, e nemmeno l’uomo al pianoforte ci può credere. Come non riesce a credere alle sue orecchie quando, alla terza data in cinque giorni in quel teatro nel quarto arrondissement, un tassista lo riconosce e gli chiede: «Andate al Théatre de la Ville?».

I concerti parigini del 12, 15 e 16 marzo 1985 aprono a Paolo Conte la porta dei palcoscenici internazionali. Sono la consacrazione. Assomigliano ai pezzi di un puzzle le combinazioni che hanno portato l’avvocato di Asti ad esibirsi per la prima volta all’estero, proprio nella Ville Lumiére che tanto lo aveva ispirato. La triangolazione principale coinvolge un cantante catalano, un giornalista francese e uno scout ligure di prima classe, tutti mossi dalla passione verso i testi e le note messe insieme da Conte. Uno che solo qualche anno prima mai si sarebbe immaginato di cantare le sue canzoni. Trovava ridicolo esibirsi in pubblico, forse per quella voce così profonda e atipica. O per la sua vocazione all’introspezione, la stessa che lo aveva portato sugli scogli di San Remo – a riflettere secondo alcuni, a farsi un bagno secondo altri – dopo la prima esibizione al Premio Tenco. Un’apparizione fugace, a dirla tutta. Quattro pezzi, suonati uno dopo l’altro dietro un paio di occhiali scuri. Quando le circa duemila persone che riempiono la sala invocano il bis, l’avvocato è già fuori. Probabilmente a realizzare la svolta della carriera.O forse il momento cruciale è stato il primo ascolto di una puntina su un long playing americano. Oppure il primo incontro con uno di quei personaggi che si materializzano nelle storie dei grandi per facilitare loro la strada. Ma è inutile cercare gli alibi adatti, gli incastri puntuali e le alchimie perfette per raccontare la storia di Paolo Conte. Se è riduttivo definirlo talento e naturale chiamarlo Maestro, sembra intanto obbligatorio riconoscerlo tra i musicisti, compositori, parolieri e canzonettisti più grandi della musica italiana. O sarebbe più giusto dire internazionale. Perché l’avvocato di Asti è una delle poche cose che all’estero osannano e invidiano alla musica italiana. Il perché si trova nella sua opera, semplice e complessa insieme. Atemporale e attuale. Estetica come la pittura, romantica come la poesia e precisa come la matematica. Un abisso di bellezza.

«Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così …»

Ragazzo-scimmia del jazz

Si mercanteggia, si spaccia, si passa sottobanco. Il nazionalismo e l’autarchia del regime fascista fanno del jazz qualcosa di losco, di stupefacente. L’unica via legale per l’approdo è quella che consente titoli tradotti ed eseguiti rigorosamente da orchestre italiane. Così Saint-Louis Blues diventa Tristezza di San Luigi e Louis Armstrong si trasforma in Luigi Braccioforte. La censura non riesce però a bloccare tutto e così alcuni dischi arrivano insieme agli spartiti, decifrati e suonati nei salotti di musici e cultori. Tra questi ci sono Gigi e Tina. Lui è un notaio con il vizio del pianoforte, ispirato dalla musica classica come dalla leggera. La loro passione porta le sonorità del Nuovo Mondo nella loro casa di Asti, ma quando la guerra incalza anche sulla cittadina piemontese, la famiglia si trasferisce in campagna, nella fattoria di nonno Attilio.Paolo Conte nasce il 6 gennaio del 1937. Ricorda dunque i bombardamenti, l’occupazione della città, la fuga verso la campagna e poi la repressione. Quando i tedeschi vanno via, li vede sfilare in ritirata dalla tenuta di famiglia. Finita la guerra, il ragazzo non si rivela propriamente un enfant prodige. Preferisce giocare a pallone col fratello Giorgio più che impegnarsi nelle lezioni di pianoforte volute dai genitori. L’insegnante a un certo punto s’arrende. Tuttavia di quei giorni non resta solo l’ambidestro educato nel ruolo di ala sinistra, ma anche una passione sincera e viscerale per il jazz. Decisivo è il contributo di zio Gino, tipico viveur del dopoguerra innestato nella tradizione notarile di famiglia. Accompagna il nipote ai concerti jazz e nella scoperta delle influenze che arrivano d’oltreoceano. È lui il protagonista di Lo Zio (Appunti di viaggio, 1982), una carrellata cinematografica tra i viali di Vienna e quelli di Shangai. Una dedica al mondo e alla sua scoperta.

Giorgio Conte decide che quelle canzoni meritano il successo. Comincia a scandagliare tutti i giorni i quotidiani per scovare i concerti nella zona astigiana. Una volta arrivato nei locali dei live, si scola un paio di bicchieri per rompere il ghiaccio e si avvicina al cantante di turno, artisti come Peppino di Capri o Fred Buongusto, facendogli ascoltare le registrazioni

Paolo Conte comincia così a fondare fin dall’adolescenza diversi gruppi: Barrelhouse Jazz Band, Taxi For Five, The Lazy River Band Society. Tutti nomi che tradiscono una spiccata influenza americana. «Eravamo un po’ ridicoli, come tutti gli innamorati», dirà anni dopo ricordando i rocamboleschi spostamenti senza un’automobile di città in città per esibirsi. La lontananza della provincia e l’assenza ad Asti di una scena musicale rilevante non è comunque un male assoluto. Non avendo frequentato gli ambienti del jazz di Milano o di Torino, Conte approfondisce il jazz internazionale e ne diventa un cultore. Arriva anche il passaggio in Rai con un gruppo di semiprofessionisti e, quando ha 25 anni, esce per Rca The Italian Way To Swing, extended play firmato dal Paolo Conte Quartet. Nella formazione suona il vibrafono (infatuazione intermedia tra il trombone e il pianoforte) con il fratello Giorgio alla batteria, più un pianista torinese e un contrabbassista di Asti. La critica stronca il lavoro.

Al trombone, un giovane Paolo Conte con una delle sue prime formazioni jazz.

Nel frattempo si laurea alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parma, specializzandosi in diritto civile. Nel suo studio incontra Egle, che sposerà. Pratica la professione senza abbandonare mai la musica e gli anni ’60 segnano il cambio di passo. Con Ed ora te ne vai interpretata da Vanna Brosio inaugura la fortunata carriera da autore insieme al fratello, che diventa il suo primo sponsor. Oltre ad affiancarlo inizialmente nella composizione, Giorgio Conte decide che quelle canzoni meritano il successo. Comincia a scandagliare tutti i giorni i quotidiani per scovare i concerti nella zona astigiana. Una volta arrivato nei locali dei live, si scola un paio di bicchieri per rompere il ghiaccio e si avvicina al cantante di turno, artisti come Peppino di Capri o Fred Buongusto, facendogli ascoltare le registrazioni. Nessuno decide di interpretarle, ma da quegli incontri arrivano consigli, pareri, incoraggiamenti e, soprattutto, il contatto per arrivare ad una casa discografica milanese, la stessa di Celentano. Da quel momento parte una sfilza di successi.

Un motivo chiuso in un cassetto aspetta intanto di essere tirato fuori da tre anni. Al testo pensa il paroliere Vito Pallavicini. C’è questo individuo solitario intrappolato nella canicola estiva della città.  È il 1968. Celentano se ne innamora, gli Italiani pure

Nel 1967 esce La coppia più bella del mondo (con testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete) di Adriano Celentano e Claudia Mori, l’anno successivo è il turno di Insieme a te non ci sto più cantata da Caterina Caselli, poi Tripoli 1969 con Patty Pravo e nel 1970 Messico e Nuvole per Enzo Jannacci. Grin grin grin, per Carmen Villani, finisce in un film osé; Domenica Domani, con la voce di Jimmy Hallyday, apre l’omonima trasmissione tv. L’avvocato decide poi di affidare ad un suo cliente il motivetto per un naufragio triste e sghembo, che esce nel 1974 per la Numero Uno. Il cliente si chiama Bruno Lauzi, la canzone Onda su Onda.Un motivo chiuso in un cassetto aspetta intanto di essere tirato fuori da tre anni. Al testo pensa il paroliere Vito Pallavicini. C’è questo individuo solitario intrappolato nella canicola estiva della città. Ricordi infantili e nostalgia di un amore si avvicendano nella controra pomeridiana su un ritmo altalenante di accordi in maggiore e in minore. È il 1968. Qualcuno la fa ascoltare ad Adriano Celentano mentre il capo del Clan è in bagno, di mattina presto, con il rasoio e la schiuma da barba nelle mani. Il molleggiato se ne innamora, gli Italiani pure, e Azzurro diventa un inno nazionalpopolare. È anche una vittoria personale dell’autore, che ha sfidato con una marcetta il gusto dell’epoca: «Tutte le mie canzoni nascono con questo spirito: scrivere una musica fuorimoda, un po’ segreta, che vada a cercare in fondo a noi le risonanze della nostra identità». Tra il fischio di un aeroplano e quello di un treno, l’Africa dell’oleandro e del baobab in giardino, Paolo Conte scrive un capolavoro della canzone. «Azzurro tocca vette di perfezione difficilmente raggiungibili», avrebbe aggiunto il compositore premio Oscar Nicola Piovani. «Il giorno in cui Celentano registrò Azzurro portai a casa una copia del provino – avrebbe ricordato anni dopo l’avvocato – Era tardi ma mia madre era ancora alzata. Andammo tutti e due in cucina e accesi il magnetofono. Mia madre si mise a piangere. Mi domando ancora adesso quanto ci fosse, in quelle lacrime, di passato o di futuro».

Con quella faccia un po’ così

Un’automobile è intrappolata nella nebbia della Pianura Padana. Una coltre così fitta «che sembra di essere in un bicchiere di acqua e anice». L’uomo al volante è Amilcare Rambaldi, ex partigiano ed esportatore internazionale di fiori sanremesi. Ma soprattutto è il fondatore del Premio Tenco, che scopre dall’autoradio questo pianoforte e questa voce primitiva snocciolare canzoni di provincia e solitudine.

Il patron del Tenco si procura i primi due album e poi invita quell’artista misterioso alla rassegna cantautorale. Ma Paolo Conte, in realtà, non aveva mai deciso di cantare. Nasce tutto in modo rocambolesco, quando l’avvocato va a Roma per una causa a livello nazionale e passa per gli studi della Rca in Via Tiburtina

«Ricercai il suo primo disco, difficile fu trovarlo, e presi così la “cotta” per lui – avrebbe ricordato in seguito – Giunto all’età in cui si fa il bilancio della propria vita sentimentale, mi accorsi, ascoltando le sue canzoni, che egli stava parlando anche di me. Mi ritrovavo in molte delle situazioni da lui raccontate, avevo conosciuto le sue “donne”, avevo sofferto i suoi stessi tormenti, avevo sognato le stesse evasioni, accumulato gli stessi rimpianti; il “cinquantennio” l’avevo proprio passato così e avevo visto splendere nel cielo, sempre più pallide, le “Lune di marmellata”. Ecco perché avevo l’impressione di averlo sempre conosciuto». Il patron del Tenco si procura i primi due album e poi invita quell’artista misterioso alla rassegna cantautorale. Ma Paolo Conte, in realtà, non aveva mai deciso di cantare. Nasce tutto in modo rocambolesco, quando l’avvocato va a Roma per una causa a livello nazionale e passa per gli studi della Rca in Via Tiburtina. Lascia un demo (con i brani cantati da lui) a Lilli Greco, chiedendogli di trovare un interprete alla Celentano per quei brani. «Ma lavoreremo con queste cose per un disco!», gli dice il produttore entusiasta dei pezzi. L’autore ne aggiunge altri e disegna un abbraccio futurista tra un uomo e una donna che diventa la cover del suo omonimo primo disco. È la prima di tante, esempio della passione dell’avvocato per le arti visive, il disegno e la pittura su tutte. A provare il fatto che non si tratta di un semplice passatempo saranno alcune mostre e una laurea honoris causa. «Spero in una vecchiaia feconda, per consacrarla tutta al dipingere», avrebbe confessato.

La cover del primo omonimo lavoro da solista, con un disegno dello stesso avvocato

Superando le avventure cromatiche e tornando alla musica, fa specie evidenziare come non avrebbe mai pensato di cantare, lui, che anche in seguito confermerà di conservare una mentalità da autore: «Quando scrivo a una canzone penso sempre all’interprete ideale. E non sono io quello, bensì Aznavour».Paolo Conte è un grande esordio.

I racconti di Conte mettono al centro il dopoguerra e il suo entusiasmo. I suoi eroi e il suo vaudeville fanno parte dell’immaginario di un Paese intraprendente e aperto nuovamente al mondo

C’è la già citata Onda su Onda. C’è una coppia di sposi non più giovani di ritorno da una domenica sera in balera in La Fisarmonica di Stradella. C’è la foto di un viaggio scattata più per ostentazione che per ricordo in Tua cugina prima (Tutti a Venezia). C’è la cartolina di una gita in spiaggia di un ragazzotto di provincia in una Giornata al Mare. E poi c’è Sono Qui Con Te Sempre Più Solo, prima puntata della Quadrilogia del Mocambo, un locale di provincia gestito da un tipo in gamba assediato dall’incomunicabilità che attanaglia lui e le sue relazioni amorose. È la storia di un uomo del dopoguerra che vuole vivere oltre le sue possibilità, un romanzo di appendice che trova nel “tinello marron” il simulacro di routine. Gli episodi del Mocambo attraverseranno quattro dischi diversi fino al 2004 (album Elegia) con la riapertura del locale, la sua chiusura e il suo ricordo. I racconti di Conte mettono al centro il dopoguerra e il suo entusiasmo. I suoi eroi e il suo vaudeville fanno parte dell’immaginario di un Paese intraprendente e aperto nuovamente al mondo. Hanno lo stesso carattere di un provinciale avventuriero e rinfrancato dagli anni del Miracolo italiano. Nonostante lo spessore artistico e il talento che esprime il disco, l’esordio non riesce a sfondare. I risultati non fanno però arrendere Conte e Greco, che cominciano a lavorare al sequel per l’anno successivo. Un altro omonimo, un altro disegno in copertina. Il secondo lavoro annovera pezzi memorabili come Genova Per Noi, La Topolino Amaranto, Pittori della Domenica, Luna di Marmellata e Naufragio a Milano, primo pezzo in napoletano.

Leggenda vuole che quest’ultimo non sapesse si trattasse di una rassegna così prestigiosa. Ma tant’è, qualcuno lo presenta come Piero Conte e con quattro pezzi smonta la platea

Se i risultati artistici sono eccellenti, quelli discografici non lo sono affatto. Nei negozi nemmeno si trovano i due 33 giri, che Rca ha già messo fuori catalogo. Poi, un giorno all’improvviso, squilla il telefono. «Vieni, siamo fra amici», dice Rambaldi invitando l’avvocato al Premio Tenco. Leggenda vuole che quest’ultimo non sapesse si trattasse di una rassegna così prestigiosa. Ma tant’è, qualcuno lo presenta come Piero Conte e con quattro pezzi smonta la platea. Bastano quelli per spiazzare tutti e per introdurre quell’individuo misterioso che da quel momento sarebbe rimasto una specie di mosca bianca nel panorama musicale italiano. Gli anni ’70 sono quelli delle canzoni impegnate e politicizzate, un mondo a Conte estraneo, ma Francesco Guccini e co. lo aspettano a braccia aperte: «Non appartenevo al loro mondo, ma tutti mi accolsero con calore. […] Lo spazio che mi hanno dato in mezzo a loro, non lo avrei mai trovato nei circuiti normali, tradizionali».Al Tenco l’avvocato incontra anche il suo nuovo manager, Renzo Fantini, figura fondamentale nella sua carriera. Passata la sbornia si mette di nuovo a scrivere. Nel 1979 esce Un Gelato Al Limon e le vendite migliorano. Lì dentro ci sono Bartali, La Donna d’inverno, Gelato al Limon, Blue Tangos, Sudamerica. E la felpata title-track, dedica alla moglie Egle e ballata per le perplessità e gli entusiasmi che porta ogni nuovo amore. Un motivo che Lucio Dalla e Francesco De Gregori rileggeranno in una veste più estroversa e rockabilly nel loro nel loro tour (poi album) Banana Republic, dello stesso anno. Qualche tempo dopo l’uscita dell’album, in una serata romana affogata dalla canicola estiva, l’avvocato e la moglie avrebbero incontrato un giovane che li saluta scusandosi. È il principe De Gregori, forse imbarazzato dallo stravolgimento del suo arrangiamento. Il terzo album di Conte potrebbe bastare per costruirci sopra una carriera, ma all’avvocato non basta. E menomale, perché solo due anni dopo arriva Paris Milonga, un capolavoro. Alle prese con una verde milonga omaggia la danza argentina ricca di elementi africani e uno dei suoi più grandi interpreti, Atahualpa Yupanqui. «È un dio, un genio», avrebbe detto Conte di lui dopo averlo incontrato al Tenco. Tributo a La premiere fille di George Brassens è invece L’ultima donna, sfuriata per tre chitarre in stile manouche. Madeleine ammicca alla poesia e al ricordo, mentre Parigi è l’incontro passionale di due amanti clandestini in una città sotto la pioggia. Via con me non ha bisogno di presentazioni. Il quarto album di Paolo Conte è un viaggio tra i locali della Boca e i café di Saint-Germain, una dichiarazione d’amore alla donna e alla musica. Unico neo della produzione è la copertina. «È una sbarbina», dice l’avvocato per niente soddisfatto dell’artwork. Ad ogni modo, l’album ottiene un riconoscimento tale che viene presentato (in via inedita) in un’apposita “Giornata Contiana” al Premio Tenco.

Al Premio Tenco, con un po’ di amici.

Il 25 marzo del 1981 arrivano in tanti a Sanremo per festeggiare il disco tra uno spettacolo al Casinò e una cena di gala nel Salone delle Feste.Alla rassegna settembrina dello stesso anno un giovane e paraculo Roberto Benigni dedica all’autore astigiano Mi piace la moglie di Paolo Conte. Touché, e l’avvocato risponde con una dedica alla zia del comico. L’esordio da regista del comico toscano, Tu mi turbi del 1983, svela poi che dietro la gag si cela una collaborazione cinematografica. Il maestro firma la musica del film, che anticipa tra le altre cose i temi di Sparring Partner e Macaco. E poi c’è Le chic e le charme, ballata in chiusura dedicata proprio a Benigni e alla figura del comico. La composizione di colonne sonore era cominciata tuttavia nel 1980, con Un amore in prima classe di Salvatore Samperi. Negli anni arrivano anche gli adattamenti teatrali di Moby Dick, On The Road, Corto Maltese e La Freccia Azzurra, oltre a una serie di collaborazioni con Lina Wertmuller.

Il quinto album dell’avvocato è un affresco in movimento che unisce Hemingway a Giovanni Gerbi, ciclista piemontese protagonista di Diavolo Rosso. Una rosa dei venti che estremizza la voglia di esotismo e la spinta immaginifica della provincia

Paris Milonga apre un trittico dal quale non si torna più indietro. Nel 1982 è il turno di Appunti di Viaggio, capolavoro di paesaggi in movimento e di percorsi introspettivi in cui si trovano l’escapismo di Fuga all’Inglese e il panorama spirituale di Nord, la rumba al fulmicotone di Dancing e la melancolica Gioco d’Azzardo. Il quinto album dell’avvocato è un affresco in movimento che unisce Hemingway a Giovanni Gerbi, ciclista piemontese protagonista di Diavolo Rosso. Una rosa dei venti che estremizza la voglia di esotismo e la spinta immaginifica della provincia. «Il mio esotismo – avrebbe detto Conte in seguito – è un malessere che i francesi chiamano ailleurs, il senso dell’altrove, tipico degli scrittori novecentisti, ed è una forma di pudore che fa sì che certe storie che magari possono essere quotidiane, normali, della nostra vita reale vengano invece trasferite in un teatro più strano, più lontano, più immaginifico, più fantasmagorico per attutire il senso della realtà e trasformare la povertà che può esserci nel contenuto di una storia raccontata in qualche cosa che può essere più vicino alla favola, alla fiaba».

«È tutto un complesso di cose che fa sì che io mi fermi qui ».

Ad Appunti di Viaggio segue due anni dopo il terzo omonimo. Paolo Conte del 1984 viene pubblicato anche in Olanda ed è per molti il capolavoro del compositore astigiano. I testi in inglese apparsi in Tu mi turbi vengono riscritti in italiano e danno vita a Sparring Partner e Macaco. Altre vette del lavoro sono Gli Impermeabili (terzo capitolo della quadrilogia del Mocambo), Come di, Chiunque e Sotto le stelle del Jazz. Il sesto album diventa la rampa definitiva per Conte, che nel giugno del 1984 sigla il contratto che lo porterà per tre date al Theatre de la Ville. Appuntamenti resi possibili grazie anche al cantautore catalano Lluis Llach, sponsor e patito dell’avvocato, e al fiuto di Jacques Erwin, giornalista parigino tra i più influenti: «Pianista dal tocco delicato e sfumato, una musica swingante tra jazz e rumba, un voce un po’ strascicata leggermente nasale da pianista da bar, dei testi immaginifici, romantici e buffi di una grande potenza evocativa, un diabolico crescendo finale: questo è Paolo Conte: la forza tranquilla di un musicista che reinventa il jazz con la sensibilità latina».

Come in un rendez-vous

È così che nel marzo del 1985 Conte atterra a Parigi, strappa applausi al Theatre de la Ville e approda definitivamente sui palcoscenici internazionali. Dalle esibizioni verrà fuori un album live (Concerti, 1985), e l’articolo dopo il quale sembrerà superfluo disquisire ancora dell’avvocato. Lo scrive Monique Malfatto, per Le Monde de la musique: «Strano fenomeno italiano, questo maestro Conte, avvocato di Asti, la capitale piemontese del vino buono. È innanzitutto il musicista-poeta della provincia del mondo. Tutta la sua musica tradisce l’amore per il jazz, ma anche per la classica, il varietà francese, i ritmi latinoamericani (del tanfo e di Yupanqui). Una miscela esplosiva, ma non sorprendente: la classica senz’altro per via dell’educazione borghese: il jazz per il senso d’apertura che ha dato a questo figlio del dopoguerra; le musiche francesi e latinoamericane per i riferimenti socioculturali (la Francia, cugina prima d’Oltralpe; il Sud America, dove la diaspora piemontese si è fortemente inserita). […] Ogni parola, ogni nota sono una scorpacciata d’umorismo, di tenerezza e di poesia. Ogni verso, un’immagine che evoca un’altra cosa, un altrove, un dentro. Ogni canzone, una rappresentazione realista dell’immaginario. Niente di meglio per rendere i sogni e la banale realtà della profonda provincia del mondo. Basta un pizzico del genio intuitivo di un poeta, di uno strano cantante, di uno strano italiano».Il pezzo parla così bene la lingua di quelle note che, quando Conte saluta la giornalista, accogliendola per un’intervista, le dice senza troppa ironia che le domande sono inutili: lei sa già tutto di lui. Eppure, dopo la tournée tra Italia, Olanda, Francia, Germania e Svizzera, del compositore astigiano si deve tornare a scrivere.

Max merita due righe a parte. È il ritratto in Mi bemolle di un personaggio misterioso e avvolto dal segreto. Un uomo che Conte immagina alto, bello, con le spalle larghe. Sul pentagramma ne sfuma la descrizione con un motivo che rimane nella storia. Il mistero diventa buffo o incredibile qualche tempo dopo

Nel 1987 esce infatti Aguaplano. È un album doppio, che esce in edizioni speciali e ridotte in Francia, Spagna, Austria, Germania, Benelux, Svizzera, Grecia, Canada e Giappone. Il lavoro estremizza un discorso cominciato con il precedente omonimo. I testi si fanno più complessi ed ermetici, le note seguono anch’esse un sentiero di ulteriore complessità e stratificazione. Dal doppio emergono così alcuni pezzi che rimangono degli evergreen. Basta pensare all’enigmatica title-track, o alla sghimbescia Ratafià, alla napoletana Spassiunatamente come all’abissale ballata Recitando. E ancora, Amada Mia, che finisce in una pubblicità della Lancia, e la leggiadra dedica al suo chitarrista Marco Villotti, Jimmy, ballando. Max merita due righe a parte. È il ritratto in Mi bemolle di un personaggio misterioso e avvolto dal segreto. Un uomo che Conte immagina alto, bello, con le spalle larghe. Sul pentagramma ne sfuma la descrizione con un motivo che rimane nella storia. Il mistero diventa buffo o incredibile qualche tempo dopo: «[…] Due mesi dopo sono andato in tournée in Canada, dove ho voluto conoscere gli abitanti indigeni di quelle terre, cioè i pellerossa. Sono stato presentato al capo degli Huroni, che era alto due metri, aveva le spalle larghe e si chiamava Max». Paolo Conte Live, nel 1988, cristallizza un altro tour formidabile nell’esibizione allo Spectrum di Montreal, così come il video Nel Cuore di Amsterdam, registrato al Royal Theatre Carré della capitale olandese. Parole d’amore Scritte a Macchina del 1990 segna un ritorno ad una forma più canzonettistica, pur ricorrendo a cori e sperimentazioni elettroniche che suonano come una novità nella discografia dell’avvocato. La copertina la disegna Hugo Pratt, il padre di Corto Maltese, che aveva già illustrato venti canzoni dell’avvocato per un volume speciale edito da Lato Side.

La cover di “Parole d’amore scritte a macchina” disegnata da Hugo Pratt

Nel 1991 gli viene conferito Il premio Librex Guggenheim “Eugenio Montale”, che riconosce il valore della penna di Conte nella sezione “versi per musica”. Nel corso degli anni si aggiungeranno la laurea honoris causa dell’Università di Macerata in lettere moderne, quella in pittura dell’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.Con Novecento, del 1992, si torna invece a soluzioni musicali e narrative più familiari al primo Conte. È una dedica al secolo e alle sue avanguardie musicali, e con le stesse prova a giocare, imbarcandosi in combinazioni in bilico tra la canzone, il jazz e la musica classica. Due anni dopo, Una Faccia in Prestito, intende complicare ancora una volta il discorso presentando tracce dall’arrangiamento più composito e degli ispirati spunti narrativi.

Tutto il resto è pioggia, e Francia

L’unico legame è una canzone francese, avrebbe raccontato in seguito. À cheval sur mon bidet è in realtà più una filastrocca, ma fa lo stesso. Al piccolo Paolo la canta la nonna torinese, una donna che appartiene all’800. È «la sola cosa francese che avessi dentro». Una bazzecola, si dirà, eppure potrebbe essere il seme della relazione romantica e passionale che sboccerà tra la Francia e l’autore. Con un occhio di riguardo per la musa Parigi. L’amore per la Ville Lumière, già dichiarato e ricambiato, esplode definitivamente nel 2001, quando esce Razmataz, un progetto fluviale al quale Conte lavora da circa trent’anni.

Conte ricostruisce la sua epoca ideale, e lo fa attraverso eroi e archetipi che raccontano quel periodo. Ci sono i borghesi, gli espressionisti, i viveur, gli stilisti, gli sportivi e gli scrittori. Tutti in un vortice di culture e influenze sul quale si staglia l’incontro, epico e romantico, tra la cultura bianca e quella nera.

Un album, un DVD e un libro di disegni raccontano la storia di Razmataz, ballerina che arriva a Parigi con la compagnia di jazz americana Hot Jamboree per esibirsi al Le Soir, in Rue de la Revue Negre. Il nome della protagonista viene da un disco di Jimmy Johnson, e nello slang degli anni Dieci vuol dire “bugiarda”. Il viaggio della Hot Jamboree riporta in vita tutti quelli delle compagnie degli anni Venti dal Nuovo al Vecchio Mondo. In questo caso, la protagonista si perde nella capitale francese tra la musica, i colori, i motori e il turbinio degli anni Venti. Conte ricostruisce la sua epoca ideale, e lo fa attraverso eroi e archetipi che raccontano quel periodo. Ci sono i borghesi, gli espressionisti, i viveur, gli stilisti, gli sportivi e gli scrittori. Tutti in un vortice di culture e influenze sul quale si staglia l’incontro, epico e romantico, tra la cultura bianca e quella nera. «Razmataz – racconta lo stesso Conte – è in forma di racconto la celebrazione dell’incontro della vecchia Europa con la giovane musica nera. È questo incontro avviene nella città più adatta a farne mediazione e testimonianza: Parigi». Nello stesso 2001 la Francia, incantata e incantatrice, riconosce al maestro i suoi sforzi conferendogli l’onoreficenza di Chevalier dans l’ordre des arts e lettre, mentre nel 2010 Parigi gli accorda l’onorificenza più importante della città, la Grande Médaille de Vermeil. Si corona così una relazione cominciata con Blue Tangos, continuata con Paris Milonga e sublimata da Razmataz.Il piano bar riapre comunque nel 2004, con Elegia, album introspettivo e maturo che rinnova toni e stili con esperienza ed autentico tatto contiano. Dalla tournée dell’album vengono fuori due album e un DVD che riprendono l’esibizione all’Arena di Verona. Oltre a tanti evergreen e a chicche spolverate per l’occasione (che diventa un cult della discografia), Conte presenta anche l’inedito Cuanta Pasion. Più o meno nello stesso periodo, con il maestro Bruno Fontaine si lavora al progetto Paolò Symphonique. Si tratta di un concerto in due parti, una prima che vede il maestro affiancato dal suo gruppo e una seconda in cui suona con un’orchestra sinfonica. Il progetto è proposto dall’Auditorium di Lione e dall’Orchestre Nationale de Lyon e arriva infine ad esibirsi anche ad Atene, Parigi e Venezia.

«L’enorme lavoro che sta dietro alla composizione è un lavoro pieno, in sé, di felicità»

Renzo Fantini, lo storico produttore, è l’anello di congiunzione tra Psiche, del 2008, e Nelson, del 2010. Se il primo è l’ultimo album prodotto da Fantini, il secondo è quello a lui dedicato dopo la sua scomparsa. I due lavori si rifanno alla narrazione e all’orchestrazione classica di Conte, che si serve di drum machine e dello spagnolo, del francese, dell’inglese e del napoletano par mettere in musica i suoi ritratti. Nelson è anche dedica al suo cane, un pastore francese «dal carattere difficile ma con orecchie musicali», che dipinge in copertina.Tra il 2014 e il 2016 escono altri due lavori che testimoniano la vivacità compositiva e narrativa di Conte. Snob riprende temi e movimenti familiari rinnovando l’incontro tra la provincia e la città, tra ritmi africani e melodie platensi, tra la canzonetta e l’aria. Di altra sostanza è fatto Amazing Games, disco completamente strumentale che rappresenta un episodio unico nell’intera discografia dell’autore e che rispolvera temi e motivi scritti a partire dagli anni Novanta. Alcuni sono parti di colonne sonore, altri esperimenti di composizione. Il risultato è ad ogni modo apprezzabile, vivace e ispirato, in bilico tra Nino Rota e Bill Evans.

Amazing Games

C’è qualcosa di intrigante, nel codice civile, che pare uno svago enigmistico. Tutti quegli incastri, quelle combinazioni labirintiche di articoli e commi, fanno assomigliare il diritto a un rebus. Un gioco per menti sottili e creative. Amazing Games, appunto. Allo stesso modo è disarmante come la musica di Paolo Conte, ricca di stratificazioni, di elementi di complessità e di grovigli compositivi, riesca a mantenere una freschezza capace di farla arrivare a tutti.

L’avvocato di Asti è per l’appunto esempio di una parabola musicale indicativa del secolo Novecento, che tra pop e avanguardie mischia la classica con la canzonetta, il jazz e la filastrocca, la cultura alta con la cultura bassa.

Una leggerezza che lo rende più nazionalpopolare di quanto sembri. Basti pensare ad Azzurro, al sodalizio con Benigni, a Via con me e all’omonimo programma condotto da Fabio Fazio con la collaborazione di Roberto Saviano. L’avvocato di Asti è per l’appunto esempio di una parabola musicale indicativa del secolo Novecento, che tra pop e avanguardie mischia la classica con la canzonetta, il jazz e la filastrocca, la cultura alta con la cultura bassa. Per questo motivo le sue sonorità riescono a parlare un linguaggio universale, a mescolare influenze da etnie diverse e partorire suggestioni che non si fermano ai confini dello Stivale. E senza frontiere sono i paesaggi abbozzati nelle canzoni, appunti di diari che elogiano il viaggio, che esaltano panorami spirituali e anelano ad avventure esotiche.Il maestro in questo modo ha forgiato il suo universo. Un mondo dalla vocazione letteraria che mette insieme Corto Maltese e Josephine Baker, Juan Alberto Schiaffino e Fats Waller, Sidney Bechet e Giovanni Gerbi, Carlos Gardel e Dante Giacosa. Spesso sulle tracce degli anni ’20 e sempre alla ricerca di quel fotogramma che è incipit di ogni racconto. Le canzoni di Conte sono infatti memorabili e suggestive perché descrizione di un momento, di un attimo. Non il prima, né il dopo, ma una sensazione e uno stato d’animo che permette l’immediata identificazione dell’ascoltatore. Si pensi al tifoso in attesa di Bartali, alla paura del pilota di Aguaplano o alla danza buscaglioniana di Boogie.

«La vera musica, che sa far ridere e all’improvviso ti aiuta a piangere»

Manco a dirlo, un discorso del genere potrebbe accartocciarsi nel pensare a quella narrazione della provincia che caratterizza soprattutto gli esordi del maestro. Eppure, proprio dalla provincia, quella mai sotto i riflettori, si estende l’ampio respiro del patrimonio contiano. La provincia da questa prospettiva è come il minimo comun denominatore dell’italiano medio. Lontana e dimenticata, nelle storie e nelle relazioni, è proprio nel suo margine e in seno a quella solitudine che scaturisce l’interesse per il mondo, quello aggredito dallo zio Gino e dispensatore di Lp americani. Lontano dai salotti e dalle troupe televisive, Paolo Conte ha scritto alcune delle pagine più belle della musica italiana. Eclettico dello scat e funambolo del kazoo, è rimasto estraneo al tormento di apparire proprio delle star. Anche perché lui è un maestro, non una popstar. Un artista nella sua casa di campagna alla ricerca di quel momento che colga pronti «ballerini che aspettan su una gamba, l’ultima carità di un’altra rumba». It’s wonderful.[Bibliografia: Ernesto Capasso, Paolo Conte Il viaggiatore di paesaggi incantati, Arcana Edizioni, 2003; Enrico de Angelis, Conte, Franco Muzzio Editore, 1989; Enrico de Angelis, Tutto un Complesso di cose Il libro di Paolo Conte, Giunti, 2011; Vincenzo Mollica, Paolo Conte Parole e canzoni, Einaudi Stile Libero, 2003; Vincenzo Mollica e Hugo Pratt, Le canzoni di Paolo Conte, Lato Side, 1982; Cesare G. Romana, Quanta strada nei miei sandali, in viaggio con Paolo Conte, Arcana, 2006]

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