La storica etichetta americana Burger Records ha chiuso definitivamente i battenti per gli sviluppi seguiti a una serie di accuse di molestie da parte di suoi addetti, ma anche delle band del roster, ai danni di minorenni. Lo rivela Pitchfork mercoledì 22 luglio, ma la vicenda ha avuto inizio qualche giorno fa. Vale la pena di ripercorrerla brevemente.
Tutto è partito da alcune denunce indirizzate all’etichetta, accusata di creare i presupposti per comportamenti predatori e abusi sessuali verso adolescenti. Le accuse sono state rivolte anche a band che incidevano per la label quali – riporta Consequence Of Sound – Growlers, Frights, Buttertones, SWMRS e Cosmonauts, tra le altre.
Molte delle rivelazioni sono state raccolte nella pagina Instagram Lured by Burgers Records, un account – si legge nella descrizione del profilo – «dedicato a dare voce e supporto a coloro che sono stati vittime di abusi sessuali da parte di addetti coinvolti in Burger Records».
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La casa discografica, secondo i denuncianti, sarebbe stata «responsabile di aver creato una cultura basata su tendenze pedofile e feticismo nei confronti degli adolescenti, permettendo agli sfruttatori di avvicinare le centinaia di ragazzi e ragazze che pagano per andare ai loro concerti». Nel concreto, uomini della Burger Records avrebbero «attirato adolescenti nei furgoni, nella stanza sul retro degli uffici dell’etichetta e in un magazzino dello stesso lotto appartenente alla label». In un post anonimo, una ragazza ha anche affermato che quando aveva 15 anni fu «accolta in una stanza da un gruppo di uomini dai 29 anni in su che le offrirono alcol, droghe e un passaggio a casa».
In un post diffuso sui social, Burger Records si era subito scusata e promesso tolleranza zero: «Sono state portate alla nostra attenzione diverse storie di adescamento di minori. Ebbene, vogliamo far sapere a tutti i nostri artisti e all’intera comunità della Burger che saremo inflessibili con questo tipo di comportamenti. Tolleranza zero significa rimozione di coloro che si sono macchiati di queste condotte da tutte le nostre piattaforme, distruzione dei supporti fisici e fine dei nostri rapporti, senza se e senza ma. Inoltre, i responsabili saranno denunciati alle autorità competenti. Abbiamo già preso misure contro gli artisti che ci sono stati riferiti nei giorni passati, senza rimuoverne il catalogo, poiché doneremo i proventi delle vendite alle vittime dei loro abusi».

In una nota rilasciata lunedì sera, inoltre, Burger Records, oltre a scusarsi con le vittime degli abusi («Chiediamo profondamente scusa a chiunque abbia sofferto per le brutte esperienze fatte con noi e con la scena di cui siamo parte. Siamo anche immensamente dispiaciuti per il ruolo giocato da Burger nel perpetuarsi, all’interno di essa, di una cultura tossica e mascolina») si era impegnata ad «apportare importanti cambiamenti strutturali alla propria organizzazione, nonché a creare e attuare misure volte ad affrontare ciò che ha permesso che si verificassero tali danni». Il co-fondatore Sean Bohrman avrebbe assunto «un ruolo di transizione nell’etichetta», mentre Lee Rickard «avrebbe abbandonato immediatamente il suo ruolo di presidente», venendo sostituito in via provvisoria da Jessa Zapor-Grey. Non solo. L’etichetta aveva promesso che avrebbe marcato una netta linea di distinzione tra la vecchia e la nuova Burger Records, intanto cambiando nome in BRGR RECS, e poi dandosi una chiara impronta femminile creando un comparto, che sarebbe stato denominato BRGRRRL, interamente composto da donne e volto al sostegno e alla crescita delle musiciste.
Il terremoto seguito alle accuse, però, è stato così forte da travolgere anche il nuovo management. Come dicevamo a inizio articolo, la casa discografica ha infatti definitivamente chiuso i battenti. Ad annunciarlo è stato Bohrman («Abbiamo deciso di chiudere per sempre», ha detto. Quindi niente BRGR RCRDS? «No», è stata la sua risposta lapidaria) dopo che la stessa Zapor-Gray aveva dichiarato di non voler assumere il ruolo di presidente ad interim: «Il mio progetto – sono state le sue parole – era quello di iniziare subito a verificare se Burger potesse essere salvata e resa migliore, quindi consegnarla a una futura amministrazione non collegata alla precedente gestione. Diversamente, se questa possibilità non ci fosse stata, avrei approntato la via per la chiusura definitiva». «Quando mi è stato chiesto di prendermi questa responsabilità – continua il messaggio – ho pensato che avere un ruolo in un cambiamento positivo, non solo per Burger Records ma per tutta la scena, fosse rischioso ma valesse la pena. Tuttavia, dopo un’attenta revisione, ho informato l’etichetta del fatto che non credo più che riuscirò a raggiungere i miei obiettivi assumendo la leadership in un clima come quello attuale. Pertanto, ho deciso di allontanarmi completamente dalla label per concentrarmi sugli altri miei progetti».
E ora che succede? Tutte le uscite su Burger saranno rimosse dalle piattaforme streaming: «Ho chiesto di buttare giù tutto – ha detto Bohrman – anche se probabilmente non sarà una cosa istantanea». E gli artisti del roster? «Ogni nostro artista è proprietario della sua musica, per cui può ricaricare i suoi album in streaming liberamente, se vuole. Detesto avere a che fare con gli avvocati, per questo non facciamo mai contratti alle band», ha rivelato il co-fondatore.