Ricoverato al San Salvatore di Pesaro dallo scorso 4 marzo per le complicazioni polmonari legate al Covid-19, Mirko Bertuccioli, noto anche come Zagor, non ce l’ha fatta ed è morto oggi pomeriggio all’età di 46 anni.
Bertuccioli, anche noto come gestore del negozio di dischi Plastic, aveva fondato i Camillas nel 2004 assieme a Vittorio “Toto” Ondadei. La band, che ha raggiunto il definitivo successo su scala nazionale nel 2015 grazie a Italia’s got talent, ha pubblicato quattro album tra cui Discoteca Rock pubblicato nel 2018. Di seguito il post di commiato della band e un ricordo personale di Stefano Pifferi.
Sono sempre lì a dire e fare e cantare e rovesciarvi e sorridervi.
Posted by I Camillas on Tuesday, April 14, 2020
«Eravamo al bancone del Fanfulla, a Roma, per il Nolebol, un festival itinerante in zona Pigneto. Mentre bevevamo gli dico “Mirko, io a luglio faccio quarant’anni… vi va di suonare in piscina?”. Lui sgrana gli occhi, fissa un punto non ben identificato tra il balcone e l’universo e mi fa: “Si può fare… ci mettiam dei boccagli e suoniamo in piscina”… Serio. Non tanto per. Lui pensava VERAMENTE di suonare DENTRO la piscina. Perché Mirko Bertuccioli in arte Zagor Camillas, ovvero metà del duo che più di chiunque in questi anni ha unito pop accessibile e surrealtà totale, era così e a parlarne al passato, tra le lacrime che deformano lo schermo e offuscano la tastiera del computer, rimane così: l’essere più puro, più bello, più sorridente, più aggregatore che io abbia mai conosciuto. E la testimonianza è nei millemila cerchi concentrici che continuava ad allargare, con la sua simpatia, con la sua umanità, con la sua amicizia che rimaneva sempre, sempre, sempre uguale, che non ci si vedesse da una settimana o da tre anni. E così da un concerto si arriva a un compleanno in piscina e da lì a sentirli suonare al matrimonio di amici e poi al ritrovartelo affettivamente legato a persone a cui vuoi bene e poi ancora a far saltare i nipoti sul letto con le note de Il gioco della palla e poi ancora in televisione a lasciare a bocca aperta tutti, in cerchi concentrici che ti fanno girare la testa oggi a osservarli o pensarli.
No, non è un coccodrillo, questo. Non ha la pretesa di esserlo per la mancanza di lucidità di chi scrive ora e perché Mirko probabilmente più che un coccodrillo avrebbe voluto, chessò, un pappagallo o una scimmia urlatrice o un altro qualsiasi animale di quella zoologia fantastica che è stata la sua vita e che è la sua vita. Perché uno come Mirko si faceva fatica a contenerlo in vita per quanto era vulcanicamente bello e si farà fatica a contenerlo, spezzettato in ognuna delle millemila persone che lo stanno disperatamente piangendo ora e che ne hanno clamorosamente goduto prima, da ora in poi quando continuerà a vivere in ognuno di noi. Perché ognuno di noi ha una immagine, un ricordo, un aneddoto, una parola, uno sguardo di Mirko, esattamente come quello che ho scritto sopra e quell’atomizzazione gli permetterà di vivere oltre la merda che l’ha portato via. E non è una cosa che capita a molti, quella di vedere tantissimi occhi piangere tutti insieme come si faceva prima, quando però le lacrime erano di gioia e non di disperazione. Sei sempre qui, Mirkone, “a dire e fare e cantare e rovesciarci e sorriderci».
