Cronaca di un assassinio. “Murder Most Foul”, la gravità dei tempi vista da Bob Dylan

Una canzone registrata “qualche tempo fa”. Lunga diciassette minuti. Lenta e implacabile come onde che si abbattono su una spiaggia tiepida, sul nostro cuore esposto e intimorito.

Una canzone registrata “qualche tempo fa”. Lunga diciassette minuti. Lenta e implacabile come onde che si abbattono su una spiaggia tiepida, sul nostro cuore esposto e intimorito.

Come a sottolineare la gravità dei tempi, Bob Dylan sorprende tutti tirando fuori dal cilindro Murder Most Foul, la prima canzone inedita composta di suo pugno da otto anni a questa parte. Si tratta di una ballata costruita su una tessitura sfibrata di pianoforte, gli archi che aleggiano sinistri e pietosi, una trama esile e sparsa di spazzole e quella voce, una voce assieme risoluta e amichevole, come uno sguardo che ti circonda e ti attraversa. La cronaca dell’assassinio di JFK si spampana in un caleidoscopio di icone, citazioni, personaggi e canzoni, l’io narrante ondivago che ti ubriaca, accentuando il senso di epica collettiva precipitata nella colpa insanabile della Storia, in un’apocalisse orizzontale.

Frammenti di immaginario che prima esplodono e poi collassano per la forza centripeta di una cultura ferita a morte ma ancora viva, alla ricerca disperata di verità («What is the truth, and where did it go? / Ask Oswald and Ruby; they oughta know»), immersa nella consapevolezza amara dell’innocenza irrimediabilmente perduta. Viene da pensare a una Jokerman rotolata fino all’ultimo respiro del crepuscolo, a una Not Dark Yet rapita dalle sirene del passato, a Libra e Underworld di De Lillo messi a macerare in un brodo folk blues. È una canzone meravigliosa e terribile, un testamento, un richiamo.

«Stay safe, stay observant and may God be with you». Sì, Bob. Adesso non resta davvero altro da fare.  

Tracklist