Sono sbucati fuori “a mezzanotte in punto”, come recita una miliare work-song della Romagna bracciantile, annunciati da un boato ai limiti del noise, con il theremin su di giri e un pianoforte che snocciola erotismo funerario a passo di balera finnico-cubana. Gli Extraliscio hanno inondato il palco dell’Ariston vestiti di tutto punto e chiamati a distillare carnale eleganza d’antan in completi bianco-neri.
Il loro Sanremo è avvolto da una Bianca Luce Nera, scandita in duetto da Mirco Mariani con Davide Toffolo, che qui non è tanto quello dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ma quello della cumbia riconvertita in formato hipster. Dagli Extraliscio, rei di avere spalancato quel time warp che in pochi anni ha trasportato gli eroi delle balere Moreno il Biondo e Mauro Ferrara nei contesti più improbabili, furoreggiando dai centri sociali ai teatri dell’intellighenzia milanese, puoi aspettarti di tutto, dai valzer delle aie alle sfuriate balkan. Questa volta è toccato a un Sudamerica di classe antica e impatto contemporaneo, che verosimilmente inaugura un nuovo corso stilistico per il gruppo, sostenuto con passione fanatica da un’entusiasta Elisabetta Sgarbi, che firma pure il testo insieme a Pacifico e Mirco Mariani.
Bianca Luce Nera palpita di attrazione fra gli opposti, esaltando l’ineludibile incastro di coppia in cui il magnetismo animale spazza via i miti consigli della ragione. E già che c’è si permette di sciorinare al Festival mirabilie panelliane come “Mi curi medicamentosa / Mi pungi come ragno ortica / Stringi forte calamita”.
E il liscio? Nelle chat dei patiti duri e puri è stato dichiarato morto proprio ieri sera, a mezzanotte in punto, ma si sa che in ogni genere musicale c’è una frangia intransigente (vivaddio! è segno di vitalità, e il liscio ne ha bisogno!). Il summenzionato liscio, dicevamo, è pervenuto eccome, nei rivoli clarinettistici di Moreno il Biondo, sostenuto dal sax di Fiorenzo “il migliore” Tassinari, a dare nervatura timbrica di origine controllata alla canzone. La forza del progetto è infatti sempre stata quella di evocare interi mondi e immaginari popolari (non per forza romagnoli) con pochi e precisi dettagli. E quando sono entrati i ballerini costumati e piroettanti è stata magia vera, a tempo euforico di polka, anche se il tempo era un altro.
Certo, è criminale il sotto-utilizzo di un titano canoro come Mauro Ferrara (che probabilmente si rifarà nella serata dei duetti, quando gli Extraliscio porteranno all’Ariston un residuato electro-bellico come il Trautonium, per farne il perno di un medley da balera novecentesca a partire dall’immortale Rosamunda di Jaromír Vejvoda), ma la canzone è quella giusta, potente e memorabile. Costringerà il mainstream italiano a ricordare la lezione e il fascino della musica popolare dell’evo industriale, quella che si abbeverava alla geografia (senza temerne le recrudescenze ideologiche) e mirava a un esotismo “bello e straniero”, tutto da immaginare. E da ritrovare oggi, come un sentimento perduto. Come cantano gli Extraliscio: “Ti ho cercato in ogni cosa / E ti ho trovato e ti cerco ancora”.