Salone del Libro 2018. Bertolucci e Guadagnino tra cinema e rivoluzione

Bernardo Bertolucci e Luca Guadagnino hanno discusso di cinema e Sessantotto al Salone del Libro di Torino

(foto di Ireneo Alessi)

Maggio 1968. Bernardo Bertolucci, a quattro anni da Prima della rivoluzione, gira e distribuisce Partner, una pellicola che, ispirata da Dostoevskij, dalla psicanalisi e da Godard, inquadra un periodo così denso e rivoluzionario dal punto di vista dei sogni, delle illusioni e degli slogan che lo nutrivano. Nel 2003 il regista parmense torna sul Sessantotto con The Dreamers e lo “evoca” dagli spazi chiusi di un appartamento dove tre ragazzi si rifugiano nella libido e nella cinéphilie.

Sono passati cinquant’anni da quel fenomeno socio-culturale che ha segnato un punto di svolta nella storia della cultura di massa, e Bertolucci, ospitato a Torino dal Salone del Libro, continua a rivendicare la forza politica, sociale e artistica dei movimenti rivoluzionari. Anche nel cinema. «È stato il bisogno fisiologico di trasgressione, che si respirava in quel periodo, a spingermi a girare Ultimo tango a Parigi (1972), un film che deve tanto anche alla lettura frenetica degli scritti di Georges Bataille. Il ’68, checché se ne dica a proposito degli strascichi negativi che ha comportato, ha portato istanze rivoluzionarie anche nella settima arte, pensiamo ad esempio alle inquadrature».

E dalle lezioni apprese e di riflesso trasmesse da Bertolucci ha poi fatto tesoro Luca Guadagnino – presente assieme alla scrittrice Elena Stancanelli – un altro maestro del cinema italiano che sa farsi apprezzare fuori dai confini nazionali. C’è un filo comune che lega i due cineasti: non solo la notorietà internazionale, ma anche la capacità di valorizzare la bellezza formale ed emotiva del cinema. Caratteristiche che emergono nitide in Call Me By Your Name (Chiamami col tuo nome), la pellicola con cui il regista siciliano si è guadagnato quattro candidature agli Oscar 2018, conquistando una statuetta per la sceneggiatura (estratta dall’omonimo romanzo di André Aciman). «Quando sto lavorando a una pellicola – ha dichiarato – non penso alla storia ma al gesto di girare. Confesso che ho iniziato ad amare questa arte grazie a Bertolucci: non solo amavo i suoi film ma anche la sua figura ironica».

Una figura, quella di Bernando Bertolucci, capace di incutere il fascino unico che riservano personaggi colmi di saggezza, quelli che lasciano il pubblico incantato ed estasiato. Un po’ come se fosse reduce da un’intensa seduta di meditazione: «Meditare – ha chiuso il regista – sia in incontri come questo che come pratica trascendentale è una delle esperienze più fantastiche dell’esistenza. Condivido il pensiero di David Lynch, anzi quando ci incontriamo parliamo solo di quello piuttosto che di cinema. Ho visto e apprezzato la terza stagione di Twin Peaks: Lynch ha trovato una specie di limbo in cui le cose avvengono e tutto gli è permesso». Anche in questo caso, come a proposito del Sessantotto, parlare di rivoluzione è più che lecito.

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