“SanPa”: le critiche alla docu-serie e la dura presa di distanza della comunità di San Patrignano

La docu-serie "SanPa" è già il "caso" di quest'inizio di 2021.

Senza dubbio, SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, la serie di Netflix sulla comunità romagnola di recupero per tossicodipendenti, è già il “caso” di questo inizio 2021. Il docu-film in cinque puntate con la regia di Cosima Spender e disponibile in 190 paesi, ha riattizzato il fuoco delle polemiche in primis sul fondatore della comunità, Vincenzo Muccioli, morto nel 1995 e considerato da molti come l’esaltazione del senso del patriarcato e della figura dell’uomo forte, e poi su una serie di questioni strettamente legate alla comunità nata nel 1978 e ancora attiva. Questioni sociologiche, politiche, economiche. C’è infatti chi nell’opera ravvisa l’assenza di un punto di vista antiproibizionista, così come di contestualizzazione, tanto che il dibattito – prevedibilmente – è andato allargandosi a tutta una serie di discorsi che certo non possono essere sottaciuti. Come non tener conto – sostengono i critici – dell’Italia degli anni ’70 e di un universo giovanile perso di fronte allo sbriciolarsi del senso di comunità (intesa nell’accezione più ampia del termine), delle istanze, dei sogni e delle speranze che l’avevano animato a partire dalla fine del decennio precedente; così come non si possono ignorare altre problematiche come la volontà del mercato di disperdere la protesta giovanile del ’77 inondando le piazze di eroina; la mancata risposta dello Stato e della politica; la disoccupazione.

Ma SanPa non ha trovato il favore neppure della stessa comunità, che in un comunicato ufficiale dell’altro ieri ha preso le distanze dalla serie:
Il racconto che emerge è sommario e parziale, con una narrazione che si focalizza in prevalenza sulle testimonianze di detrattori, per di più, qualcuno con trascorsi di tipo giudiziario in cause civili e penali conclusesi con sentenze favorevoli alla Comunità stessa, senza che venga evidenziata allo spettatore in modo chiaro la natura di codeste fonti.
Nella nota la comunità spiega di aver ospitato per diversi giorni, per «trasparenza e correttezza» e per «permettere una ricostruzione quanto più oggettiva e informata», la regista della serie:
È stata libera di parlare con chiunque all’interno della comunità, e abbiamo inoltre fornito l’elenco di un ampio ventaglio di persone che hanno vissuto e o tuttora vivono a San Patrignano e della quale conoscono bene storia passata e presente
Ma invece:
L’elenco che è stato totalmente disatteso, ad eccezione del nostro responsabile terapeutico Antonio Boschini […]. Si è preferito lasciare spazio ad un resoconto unilaterale che paia voler soddisfare la forzata dimostrazione di tesi preconcette
Il messaggio si conclude col rammarico dell’organizzazione per quanto è stato portato sullo schermo, e in che modo:

Avevamo espresso fin dall’inizio la preoccupazione per gli effetti che un prodotto televisivo di ricostruzione delle vicende trascorse all’interno della comunità, se non ricostruite e presentate in maniera equilibrata e adeguatamente contestualizzate, poteva avere sulla odierna realtà di San Patrignano, con i suoi oltre 1000 ospiti. Purtroppo, ci troviamo a constatare che i timori erano assolutamente fondati. Spettacolarizzazioni, drammatizzazioni e semplificazioni presenti nel prodotto rendono quest’ultimo chiaramente costruito per scopi di intrattenimento commerciale e non come una seria ricostruzione documentaria, e potrebbero colpire le numerosissime persone e le loro famiglie che affrontano il grave problema della tossicodipendenza, oggi ancora emergenza nazionale. Persone alle quali San Patrignano ha sempre aperto le proprie porte e accolto gratuitamente in un programma terapeutico basato su principi e metodi molto distanti da quelli descritti nella docu-serie come dimostrato da diversi studi indipendenti di prestigiosi atenei sia nazionali che internazionali.

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