“Shining”. Rivelato perché Stanley Kubrick scartò il finale di Stephen King

"Shining" è largamente considerato una capolavoro del cinema horror e uno dei migliori film della storia del cinema in generale. Tuttavia, come molte delle produzioni di Stanley Kubrick, la lavorazione fu alquanto travagliata a causa del modus operandi del regista

Shining è largamente considerato un capolavoro del cinema horror e uno dei migliori film della storia del cinema in generale. Tuttavia, come molte delle produzioni del geniale Stanley Kubrick, la lavorazione fu alquanto travagliata a causa del modus operandi del regista; uno dei problemi principali emersi durante la parte conclusiva delle riprese riguardò il finale della pellicola, che non avrebbe ricalcato quello scritto nelle pagine del romanzo omonimo di Stephen King. Grazie a un’intervista concessa a Entertainment Weekly, il produttore esecutivo del film Jan Harlan e la co-sceneggiatrice Diane Johnson, hanno rivelato qualche dettaglio inedito sulla riscrittura dell’atto finale del film.

Stando alla prima stesura dello script, Kubrick aveva già considerato un finale diverso rispetto a quello di King, cosa che poi cambiò nello script delle riprese e poi nuovamente per il primo montaggio del film. A quanto pare, la versione del film che tutti abbiamo visto, balenò nella mente di Kubrick solo a riprese quasi concluse. «Stanley non era interessato a dirigere un horror – ricorda Harlan – non credeva nei fantasmi. Quando, però, la Warner gli propose il libro disse: “Beh, potrebbe essere una bella sfida, ma devo avere la libertà di cambiare ciò che voglio”. Stephen King era molto felice all’idea (almeno all’epoca), è un prerequisito ovvio per fare un film. E Stanley di sicuro cambiò drasticamente il libro».

A chi non avesse mai letto il romanzo, basti sapere che il finale ruota attorno al confronto tra Danny e il padre posseduto, Jack, il quale è capace di combattere l’influenza dell’Overlook Hotel per permettere al figlio di scappare. Jack perirà nell’esplosione della struttura causata dallo scoppio della caldaia. Danny così riesce a mettersi in salvo insieme alla madre, Wendy, e al cuoco, Dick.

«Kubrick cambiò il finale, perché era convinto fosse un cliché far saltare tutto in aria – aggiunge la Johnson – pensava potesse esserci un modo più potente, metaforicamente e visivamente. Eliminò un sacco di dialoghi, specialmente quelli di Wendy, che parla molto di più nel copione che nel film. Sulla carta nessuno muore, eccetto Jack. Ma Stanley era convinto che qualcun altro dovesse rimanere ucciso, perché…era un film horror. Così abbiamo iniziato a pensare e a scrivere diversi trattamenti in cui un altro personaggio oltre a Jack veniva ucciso. Parlammo della morte di Wendy, di Dick e per un breve momento anche di Danny. La parte che più interessava Kubrick era il rapporto padre-figlio tra Danny e Jack. Di un ragazzino che ha paura del proprio padre».

La discussione vira successivamente sull’ultimo frame vero e proprio, in cui vediamo Jack presente in una foto dell’hotel risalente al ballo del 4 luglio 1921. «La fotografia è stata sempre considerata come il finale del film. A Kubrick è sempre piaciuta l’idea del labirinto, anche se lo modificò parecchio rispetto al romanzo», dichiara la sceneggiatrice, con Harlan che aggiunge: «I membri del cast e della troupe gli chiedevano in continuazione: “Puoi spiegarmelo?” e lui ribatteva: “Non spiego mai niente. Non lo capisco nemmeno io. È un film di fantasmi”. Non è un film con un messaggio serio al suo interno. So che c’è molta gente che pensa che Kubrick non farebbe mai un film senza un vero messaggio, e così sono state inventate parecchie teorie, alcune anche disgustose.

«In realtà esistevano altre due scene che sono state successivamente tagliate dopo le prime proiezioni private a un pubblico ristretto, perché Warner credeva che il film fosse troppo lungo. Quindi furono scartati alcuni minuti all’inizio e alla fine. Una scena è quella, che io pensavo fosse fondamentale, dello scrapbook. Il succo del libro di King era che lo scrapbook fosse il dono malefico con il quale l’hotel prendeva controllo di Jack. La seconda scena era invece ambientata in ospedale, dove capivamo che Danny e Wendy erano sopravvissuti e stavano bene. Ma qui nessuno credeva a quello che avevano raccontato, soprattutto il manager dell’hotel, Ullman. Così, proprio quando il pubblico comincia a mettere in discussione tutto ciò che ha visto, Ullman dà a Danny la stessa pallina da tennis che era rotolata fuori dalla camera 237. In altre parole, era successo veramente e gli eventi magici erano anch’essi reali». «Il finale della pallina da tennis è identico a quello visto poco prima con la fotografia: è inspiegabile», conclude la Johnson.

Per leggere l’intervista al completo e conoscere maggiori dettagli sulla lavorazione di Shining, vi rimandiamo al sito di EW.

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