Scelta che non cade proprio dalle nuvole, preceduta da mesi e mesi di rumors: con oltre 71 milioni di iscritti paganti e altri 159 affiliati al modello gratuito (il doppio rispetto a Apple Music), un fatturato che nel 2017 conta su 5 miliardi di dollari (oltre il 38% in più rispetto ai 3,6 miliardi del 2016) e una valutazione, riportata da CNBC, attestata attorno ai 23 miliardi di dollari, Spotify, attualmente il più grande fornitore di musica in streaming al mondo, ha fatto domanda per quotarsi in borsa a Wall Street. Il servizio di streaming ha depositato i documenti per l’IPO presso la Securities and Exchange Commission, rivelando inoltre il valore dell’offerta al pubblico dei propri titoli (fino a 1 miliardo di dollari). Spotify inizierà dunque il trading sul New York Stock Exchange (NYSE) sotto il ticker name di “SPOT”, entrando direttamente sul mercato azionario ed evitando così il tradizionale percorso di quotazione che prevede un prezzo fisso iniziale predeterminato dei titoli offerti al pubblico.
Sempre a proposito del servizio streaming: di recente, attraverso un comunicato ufficiale, l’azienda ha annunciato l’introduzione dei crediti di produttori e songwriter su ogni traccia. Dello scorso anno invece il lancio del servizio Wrapped Spotify (che permette agli utenti di riassumere un anno di musica ascoltata sulla piattaforma). Digital Music News ha inoltre indagato sui dati relativi al fatturato dell’azienda, evidenziando una notevole discrepanza tra le cifre del fatturato e gli stipendi dei manager, mentre Thom Yorke e Geoff Barrow sono di recente tornati a polemizzare sugli scarsi introiti ottenuti dagli artisti sulla piattaforma. Non è un segreto infine che la multinazionale guidata da Daniel Ek stia tuttora faticando a produrre utili a causa dei costi relativi alle licenze discografiche e alle numerose cause legali che le vengono intentate. L’utile operativo della piattaforma, sempre nel 2017 – EBIT -, ha un valore negativo per 460 milioni di dollari e una perdita ante imposte pari a 1,4 miliardi di dollari.
Ormai celebre la dichiarazione di Jimmy Iovine di Apple Music secondo la quale «nel loro complesso i margini di profitto derivanti dallo streaming [in generale] siano ancora troppo risicati».