Tutta la poesia di Francesco De Gregori per la prima volta su vinile 180 grammi

De Agostini pubblica i 35 album di Francesco De Gregori su vinile 180 grammi

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Con quella sua voce nasale, ha forgiato uno stile canoro. I suoi testi, ricchi di immagini e costrutti, e la musica, semplice nell’arrangiamento ma complessa nell’impatto all’ascolto, lo hanno portato nella storia della canzone. Francesco De Gregori è una pagina di storia della cultura italiana: un personaggio schivo, lontano dai riflettori mediatici, che si è guadagnato le luci del palcoscenico trasportando in Italia il fascino poetico dei grandi songwriter americani, da Cohen a Bob Dylan, e facendo propria l’eredità di nomi tutelari della canzone italiana come Tenco e De Andrè.

Dall’esordio con Theorius Campus (1972), nel corso dei suoi 34 album, il cantautore nato a Roma ha raccontato l’esistenza, i sentimenti che la popolano, e la società, reduce dall’utopia del ’68, facendo volare le parole sulle ali della libertà. Fuori da moralismi e bigottismi, imperanti in Italia all’epoca dei suoi primi lavori, De Gregori è stato spesso osteggiato dalla stampa e dai media generalisti per il suo utilizzo sfrontato – ma mai volgare e banale – del linguaggio. È fisiologico così l’incontro nel 1974 con un altra personalità estroversa come quella di Fabrizio De Andrè: per l’album Volume Ottavo del cantautore genovese, il romano firma cinque brani, tra cui Canzone per l’estate. È il preludio a quanto accade l’anno successivo, quando Francesco pubblica l’album da più parti considerato il suo capolavoro, Rimmel. Gli arrangiamenti sono più accurati e densi rispetto alle precedenti pubblicazioni, i testi giocano su chiaroscuri sentimentali, le melodie risuonano semplicemente travolgenti. Come in Buonanotte Fiorellino, la ballad hit del disco, una dedica amorosa cantata, però, con ironia e sguardo disincantato in una osmosi di sensazioni.

Al capolavoro, e alle relative difficoltà di replicarlo, segue Bufalo Bill (1976): il disco prende le mosse dallo show di commiato dell’attore statunitense per tracciare la parabola decadente del sogno americano. Ancora una volta, l’analisi sociale e i messaggi politici sono filtrati da una raffinata sensibilità poetica, ma, in un periodo storico di forte politicizzazione, le accuse di strumentalizzazione a scopo di lucro da parte della sinistra più oltranzista non lo risparmiamo. Scalfiscono De Gregori al punto da portarlo a interrompere nel 1977 la carriera musicale dopo una vibrante protesta durante un concerto al Paladido di Milano. È solo, per fortuna, una pausa di riflessione che prelude a un ritorno alla canzone di denuncia: nel 1978 esce il suo album omonimo contenente brani dal forte impatto critico e sociale come Generale, L’Impiccato e La Campana, prima di sfornare, l’anno seguente, Viva L’Italia, album prodotto da Andrew Loog Oldham, in cabina di regia per i Rolling Stones dal 1963 al 1967. Uno sguardo sull’attualità italiana dagli occhi della musica folk americana con punte di richiamo alle sonorità latine e sudamericane.

Con Titanic (1983) – ispirato alla tragedia del transatlantico che diventa allegoria per raccontare il tracollo di una generazione – De Gregori conquista finalmente il pubblico di massa. Merito anche del singolo La Leva Calcistica del ’68 che usa il calcio – lo sport preferito dagli italiani – come metafora per dipingere le contraddizioni e l’ipocrita evoluzione di chi aveva creduto nel sogno del Sessantotto. La ballata al piano diventerà immancabile accompagnamento sonoro di trasmissioni calcistiche. E il rapporto con l’universo visivo De Gregori lo stringe direttamente con la soundtrack del film Flirt, diretto nel 1983 da Roberto Russo, incentrato su una relazione amorosa tormentata e macchiata da un fantasioso sospetto di tradimento. L’EP contiene La Donna Cannone, dove libertà e amore trovano congiungimento e completezza nella morte. Canzone tra le più famose della storia che sarà anche oggetto di cover nei concerti da parte di Joan Baez. Nello stesso anno, esce Banana Republic, riproduzione del tour live che vede duettare De Gregori e Lucio Dalla, già uniti nel singolo Ma Come Fanno i Marinai.

Dopo alcuni lavori più sottotono, come Scacchi e Tarocchi (1985) e gli oscuri Terra di Nessuno (1987) e Miramare 19.4.89 (1989), De Gregori si dedica intensamente all’attività dal vivo, immortalata su disco in tre lavori, Niente da capire, Musica leggera e Catcher In The Sky. Il ritorno in studio è targato 1996 con Prendere o Lasciare, seguito da Amore nel Pomeriggio (2001) a cui partecipano anche Franco Battiato e Nicola PiovaniSono lavori che, nonostante il tentativo di apertura a sonorità più contemporanee, testimoniano una certa debolezza del cantautore in fase di scrittura. Ma nel 2005 con Pezzi il Nostro sembra rifarsi: atmosfere classic rock e rimandi desertici si uniscono a invettive contro le speranze disilluse di cambiare il mondo e l’Italia. Forse il “canto del cigno” del cantautore romano perché i successivi Claypsos (2006) e Per Brevità Chiamato Artista (2008) non raggiungono i livelli di successo e di ispirazione del disco del 2005. Nel 2010, Dalla e De Gregori si ritrovano sul palco scambiandosi le canzoni (escluse La Donna Cannone e Caruso): l’incontro in tour è suggellato dal doppio cd Work In Progress che esce due anni prima della scomparsa del musicista bolognese. Sconvolto dall’addio all’amato collega, De Gregori non smette di lavorare alle tracce dell’album Sulla Strada (2012): l’ispirazione – lo si intuisce dal titolo – è il romanzo on the road di Jack Kerouac per un disco che, contrariamente alle aspettative, si allontana musicalmente dalla tradizione dylaniana per assorbire le componenti della canzone popolare in uno sguardo sul passato dell’Italia (recensione di Giulio Pasquali).

L’amore per Bob Dylan, però, non è certo svanito. Anzi, il Nostro lo cristallizza in un omaggio discografico uscito nel 2015: De Gregori canta Bob Dylan è una raccolta di canzoni tradotte del menestrello di Duluth, un’operazione difficoltosa a cui il cantautore si sottopone con umiltà e originalità evitando il rischio di sottrarre poeticità e evocazione alle parole di Dylan.

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