Zappa: le Roxy Performances e i remaster Universal

Il 29 settembre Gail Zappa ha inviato un messaggio alla mailing list di zappa.com in cui annuncia (a) la nascita di una nuova collana targata Vaulternative Records (la label dello Zappa Family Trust nata, come lascia intuire il nome, per ospitare pubblicazioni d’archivio), la Road Tapes series (che, come lascia intuire il nome, sarà dedicata ai live), ma soprattutto che finalmente, dopo anni di attesa, (b) The Roxy Performances, ovvero le riprese dei 3 show dell’8, 9 e 10 dicembre 1973 al Roxy di LA, ovvero qualcosa come 4 ore di musica (già mixate da FZ nell’87, ma evidentemente non montate) con una delle formazioni più spaziali di sempre della carriera zappiana (quella hard-prog-funk con le percussioni funamboliche di Ruth Underwood, la doppia batteria di Ralph Humphrey e Chester Thompson, le tastiere e le sperticatezze vocali di George Duke, i fratelli Bruce e Walf Fowler al trombone e al basso, Napoleon Murphy Brock al sax e alla voce), vedrà la luce “in theatres, DVD and Blue-ray” – suspense – “sometime before December, 2013”, ovvero per il quarantennale tondo dell’evento.

Per ammazzare l’attesa, rassicura Gail, entro dicembre 2012 sarà pubblicata una “audio preview” del tutto della durata di 75 minuti.

Trailer di The Roxy Performances

Versioni integrali di Montana e Dupree’s Paradise da The Roxy Performances (fonte originale zappa.com/stufftoget/video/roxy.html)

Torniamo adesso a parlare delle ristampe CD del catalogo zappiano messe in cantiere da fine luglio dalla Universal. Abbiamo ricevuto 4 promo dal primo stock di 12 album, Absolutely Free (1967), Just Another Band From LA (1972), Sleep Dirt (1979) e Sheik Yerbouti (1979), tutte ristampe ma anche e soprattutto remaster. Ci concentreremo sul primo album, cercheremo di spiegare brevemente di che cosa si tratta e se-come-quanto il remaster vi abbia giovato.

Zappa_Absolutely_SA

 

Absolutely Free è il secondo album di Zappa ed è uno dei suoi precoci capolavori, totalmente immerso nel clima frichettone, ispido e strapazzato che era proprio della comune musicale e di vita che furono i primi Mothers of Invention. Dopo il debutto col doppio Freak Out! (1966), uno dei primi doppi e dei primi concept della storia del rock, nettamente diviso tra stupid songs che parodiavano il pop-rock e in particolare le love songs dell’epoca dandone una rendition grottesca e deformata, e pezzi programmaticamente sperimentali e rumoristici, Zappa rivoluziona la line up originale della band: licenzia per abuso di droghe il chitrarrista Elliot Ingberg (finirà poi tra le file della Magic Band di Captain Beefheart primissimi anni Settanta), chiama vecchie conoscenze come il tastierista jazz e avant Don Preston e il fiatista Bunk Gardner, e raddoppia la batteria con l’inserimento di Billy Mundi.

I Mothers diventano così la duttile orchestra elettrica che, con successivi inserimenti chiave (il tarantolato roadie Motorhead Sherwood, ma soprattutto la coppia Ian e Ruth Underwood e Art Tripp a sostituire Mundi), esploderà nel primo capolavoro assoluto della carriera zappiana e cioè Uncle Meat (1969), ovvero l’arte del collage tra classica-contemporanea, camerismo e “freak-jazz”. Sempre prodotto – ma ectoplasmicamente, come non mancherà di sottolineare FZ e come testimoniano dal canto loro anche i Velvet Underground – da Tom Wilson, come Freak Out!, Absolutely Free rappresenta, in parallelo alla di poco successiva residenza presso il newyorkese Garrick Theatre, lo snodo fondamentale della prima fase creativa zappiana, il laboratorio del teatro musicale e delle improvvisazioni dei Mothers e dell’apertura del linguaggio di Zappa verso il jazz e forme sempre più mistilingui di contaminazione prima e sintesi poi con le sue passioni avanguardiste (Stravinsky, Varèse, dodecafonia).

Strutturato in forma di due “underground oratorios”, con i pezzi che su ciascuna facciata del vinile – originariamente su Verve – si susseguono senza soluzione di continuità, il disco si apre con una inquietante ma festosa Plastic People, costruita manipolando all’inverosimile lo standard rock Louie Louie dei Kingsmen. La scaletta è tutta una girandola di “underground lollipops”, di mininature grottesche eppure perfettamente impaginate (tra queste un classico del repertorio come Call Any Vegetable), che culmina nella lunga collagistica Brown Shoes Don’t Make it, specie di rintronato e inquietante ritratto dell’american way of life, col cameo della tromba di Don Ellis (mitico direttore d’orchestra jazz consacrato ai tempi dispari), e che si conclude con la lounge divertitamente arruffata e concreta – nel senso di Schaeffer – di America Drinks and Goes Home, guidata dalla voce di Ray Collins.

Zappa si è spesso lamentato delle condizioni in cui versavano i nastri originali delle sue registrazioni anni Sessanta, sballottolati tra studi e depositi ad ogni modifica contrattuale, e la cui consistenza fisica ha definito “paragonabile a quella di un camembert”: tanto da sentirsi costretto, negli anni Ottanta, a tentare interpolazioni di dubbia riuscita su album come Lumpy Gravy e We’re Only In It For the Money (1968), sostituendo le parti originali di basso e batteria con altre realizzate ad hoc ed ex novo.

Il remaster di Absolutely Free, curato da Doug Sax e già magnificato sul web dal Mike Keneally, chitarrista nella tournèe celebrativa del 1998, l’ultima per FZ, è stato quindi provvidenziale. Basta sentire The Duke of Prunes, surreale momento di sospensione lirica dell’album, e il suo arpeggio di chitarra: prima era tremulo, come con dello sporco sotto e dietro. Adesso è finalmente pulito. Lo stesso si può dire, ad esempio, di Rat Tomago, dal blockbuster 1979 Sheik Yerbouti, ruvida e sporca ripresa live di un tostissimo assolo da The Torture Never Stops, adesso finalmente solo ruvida.

Fa una certa impressione, per chi è cresciuto con il catalogo Rykodisc accanto al comodino, non tenere più tra le mani il mitico green tinted jewel box (lo stesso dell’edizione cd di Rock Bottom di Wyatt, per capirci), né vedere la faccia di Zappa sui cd a mo’ di picture disc (Zappa in bombetta a Londra, dal booklet di Hot Rats, per i dischi anni Sessanta; Zappa ripreso dalla copertina di Apostrophe, per quelli Settanta; Zappa col gatto sornione, da Jazz From Hell, per gli Ottanta). Ma del resto la storia della musica è fatta, oggi come ieri, anche e forse soprattutto di questo: edizioni, riedizioni, ristampe, remaster.

Tracklist