Recensioni

Kenosis, la parola greca di derivazione gnostica che dà il titolo a questa prima collaborazione tra due pesi massimi della sperimentazione italiana quali sono Stefano Pilia e Massimo Pupillo, sta per “svuotamento” ed è leggibile sia come indicazione del metodo compositivo scelto dal duo che come chiave di lettura per la volontà di rinnovamento che sottostà all’intero lavoro. Partendo, infatti, dai rispettivi strumenti utilizzati come pura sorgente sonora per una successiva rielaborazione in chiave elettronica, i due hanno affrontato una prova diversa anche rispetto alle modalità impro con cui spesso hanno collaborato con altri musicisti: uno svuotamento che presuppone un rinnovamento, una reinvenzione che prevede un approccio diverso alla composizione.
La travisazione della strumentazione d’origine, insomma, contribuisce allo straniamento che si ha di fronte alle tre tracce dell’album, sorta di materia massi-minimalista limitrofa al rituale (religioso? pagano? poco importa) – ne è prova la lunga litania di πνεύμα: estasi rumoristica e trascendenza materica – e dagli input, non solo sonori, tra i più diversi ed eccitanti: «i disegni del libro rosso di Jung, Arvo Part, Roberto Musci, il Sutra del Diamante, le lezioni di meditazione di Joseph Goldstein, i campanili, i suoni degli uccelli nei campi circondavano lo studio», stando a ciò che i due affidano alla press e che rendono appieno l’idea di un album difficile ma più che soddisfacente una volta “sfaldati” tutti i livelli. Si ascolti la lunga suite iniziale Credo Quia Absurdum e l’astrazione che pone in essere nell’ascoltatore per comprendere il processo di lavorio “elettro/acustico” e la resa ondivaga, fluttuante, insieme spirituale e materica messa in atto dal duo.
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