• Apr
    20
    2013

Classic

Fire Records

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Il documentario The Band that Would Be King comincia con la voce di Jad Fair che ricorda come «non fossimo proprio una garage band, suonavamo nel soggiorno di casa…» e una semplice didascalia. «Uniontown, Maryland, 1977. Jad e David Fair hanno formato gli Half Japanese nella loro cameretta. Non sapevano suonare un singolo strumento, ma nonostante tutto hanno registrato uno dei più grandi dischi della storia… ». C’è poco altro da aggiungere.

Il disco di cui si parla è l’esordio 1/2 Gentlemen/Not Beastsun triplo LP pubblicato nel 1981 dalla Armageddon, da tempo fuori catalogo e ora fiore all’occhiello della ristampa di tutta la discografia curata dalla Fire. Le 50 tracce originali diventano 68 sul triplo CD e addirittura 86 sul quadruplo LP. C’è soltanto da sbizzarrirsi nel riascoltare questo classico del primitivismo rock e dell’outsider music americana, che ai tre accordi del punk sostituiva una provocatoria estetica del “non accordo”, qui trascritta nero su bianco nel saggio di Jad Fair How To Play Guitar incluso nel libretto del CD.

Altro che i prontuari per chitarristi in ventiquattr’ore, sentite quante chicche concentrate in poche righe: «Ho imparato da solo a suonare la chitarra. È facilissimo quando capisci la scienza che sta alla base. Le corde più fini hanno i suoni più acuti, e le più spesse i suoni più gravi. Se schiacci una corda più vicino alla paletta avrai un suono più basso[…] Puoi imparare i nomi delle note e a conoscere gli accordi che usano gli altri ma è piuttosto limitante […] Se li ignori le possibilità diventano infinite e puoi imparare in un giorno […] È la tua chitarra e puoi farci quello che vuoi. Io preferisco usare corde di spessori diversi per avere più varietà, ma mio fratello le monta tutte dello stesso spessore, così non si deve preoccupare troppo. Qualsiasi corda pizzichi sarà quella giusta perché sono tutte uguali […] L’accordatura è un concetto ridicolo […] La chitarra è la tua e soltanto tu puoi decidere come farla suonare».

Quest’approccio tra l’aleatorio, il tautologico e il dadaista è lo stesso che sottende tutti i cinquanta brani del disco originale, che con estro regressivo degno dell’art brut di un Dubuffet trascinano il rock dell’assurdo di Captain Beefheart e la naiveté delle Shaggs nei meandri di una no wave casalinga a bassa intensità nichilista – No More Beatlemania, I Love Oriental Girls e Battle of the Bands sono la risposta del Midwest a No New York – dove la chitarra è principalmente un clang monocorde accompagnato da percussioni scoordinate e amatoriali, canto piatto e melodie liofilizzate, dal pulsare di qualche congegno elettronico e, all’occorrenza, da lancinanti larsen. Jad Fair era uno pronto per la lo-fi dieci anni prima della lo-fi, era Daniel Johnston prima del sorry entertainer (ascoltate Girls Like That), suonava econo come e prima dei compagni Minutemen (I Ta Nasi Si Na Mi Eee), decorticava il blues prima dei Pussy Galore (School of Love) e filosoficamente era proiettato addirittura oltre le scordature dei Sonic Youth. Per non parlare delle citazioni esibite in modo provocatorio (Funky Broadway Melody) e delle cover irriconoscibili di Bob Dylan, Springsteen e Velvet Underground, indice – tra i tanti – di un atteggiamento pre-postmoderno. Ristampa meritatissima, da tempo non si vedeva l’ora.

4 Luglio 2013
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