Recensioni

7.8

Non ti guadagni il titolo di “negus del sax” a caso. Te lo guadagni perché hai più di 75 anni e un sacro fuoco che arde dentro. Che ti porta a scrivere musica nonostante l’età, nonostante un passato burrascoso, nonostante il (metaforico) bastone che porti per sostenerti. E per fare la tua musica, che è un messaggio universale senza tempo né spazio, riesci perfino ad unirti ad un gruppo di punk anarchici olandesi, per un clash of the titans, per non dire di culture, storie, mondi, che ha dell’incredibile. Così come dell’incredibile ha la musica che fuoriesce da questa ennesima perla di un mondo trasversale, globale nel senso più puro e genuino del termine, figlio di quel melting pot culturale che tanto apprezziamo e che invece spesso se  non sempre viene sacrificato sull’altare del mercimonio.

Jazz etiope, malinconico e corale, furioso a tratti e delicato sempre più spesso, etnico senza essere popular e avanguardistico senza perdere in immediatezza, world nel senso più sano, come se il neologismo glocal prendesse finalmente un senso in forma musicale. È un mondo in apparenza a noi alieno, distante nello spazio-tempo ma vicino antropologicamente. Un mondo in cui convivono tracce di “blues etiope”, tezeta e jazz spirituale della prima ora in forme rielaborate e personali, ma che siamo in grado di apprezzare e decodificare, poiché ci dimostra come la musica sia un linguaggio universale che solo le sovrastrutture ci hanno insegnato a suddividere e recintare. Noi e loro, occidente e oriente, di là e di qua diventano ad un tratto, mentre si ascolta e si sfoglia il corposissimo booklet con foto e interviste, mere speculazioni prive di senso, specie quando in un folgorante b/n di Matìas Corral ti ritrovi sul palco quattro anarco-punk olandesi in posa a gambe aperte e chitarre altezza ginocchio e il negus lì con loro, fasciato nei vestiti della sua tradizione e inforcato il sax come fosse una chitarra, nella più totale normalità.

Gente che non comunica a parole (Getatchew speaks Amharic and a tiny bit of English and we speak english and dutch and a tiny bit Amharic. This made work in the rehearsal space a interesting challenge, Andy dixit) ma col linguaggio atavico della musica. Ed è lì che il miracolo avviene di nuovo, come sempre. Che assuma le forme della wedding song, del tradizionale folk, del canto guerresco, della marcia funebre arricchita di tantissimi fiati, dell’incontro tra bianchi e neri poco cambia. La musica è un messaggio universale, specie se proviene dalla sapiente saggezza di un vecchio figlio della grande madre Africa da dove tutto parte.

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