Recensioni

Se una band decide di rivolgersi a Steve Albini in occasione del decimo album, significa che ha voglia di recuperare l’estro basale smarrito nel pelago dei tentativi. Un bel lavacro d’autenticità, di suoni essenziali e buona la prima, di piglio brusco ma pulito modello live in studio. Sembra proprio il caso dei 24 Grana, che dopo escursioni più o meno felici in ambiti pop-rock e tentativi di sofisticare la calligrafia, hanno deciso di rifarsi una verginità ruvidella, immediata, essenziale. Saggia decisione. Questo La stessa barca è venuto fuori proprio bene. Disco che vola basso, ad altezza marciapiede, raccontando storia urbane, d’ordinaria quotidianità partenopea e oltre.
L’estro wave che sfrigola d’allarme la chitarra, il canto laconico, la spinta cruda della ritmica: triangolazione agile per un’efficacia nuda che esalta pezzi forse non trascendentali ma benedetti da una bella immediatezza come Turnamme a casa e Ombre (essenze mediterranee e indolenzimento ridanciano Wilco), stuzzicando il nervolino del dub nelle guizzanti Ce pruvate Robé e Salvatore, cogliendo quindi il petalo dell’urgenza con Malavera, ispirata alla triste vicenda carceraria di Stefano Cucchi. Forse i pezzi meno riusciti sono Cenere (un po’ troppo Steve Rogers Band) e la vagamente stucchevole Germogli d’inverno (che ricorda a livello omeopatico One Of Us di Joan Osborne): curioso che si tratti di due dei tre pezzi in italiano (l’altro è la piuttosto solenne e folkeggiante Oggi rimani laggiù). Tirate le somme, massì, è un buon disco.
Amazon
