Recensioni
Non esiste più il post-rock. Con gli occhi di oggi, anche i Gastr Del Sol li ascolteremmo con altre orecchie. Non possiamo che trovarci ad affrontare Oblivion con l’abitudine dell’elettroacustica, della sperimentazione e lavoro certosino e meditatissimo verso cui Pilia Tricoli e Rocchetti ci hanno accompagnato per mano – con la violenza del rumore, o con una spinta fantasmatica – in tutti questi anni. Ma cosa rimane di peculiare nella firma 3/4HadBeenEliminated, della “band” tre quarter? L’album numero quattro della formazione, in un certo senso, ce lo spiega.
Primo: occorre arrendersi alla elevatissima capacità di produzione di qualità del trio. La formula è semplice. Trovare un concept adeguato e riuscire a scavarlo dal pieno con la padronanza dei mezzi. Sì, perché anche l’elettroacustica è un mestiere, una pratica, eccezionalmente intelligente e sofisticata, se vogliamo, ma pur sempre soggetta a condivisione. I ¾ sono maestri in questo: nel rendere abbordabile quella prassi, riempirla di umanità, nella forma degli archi (vedi Oblivion Part II) oppure – inevitabilmente – con la componente vocale, seppure spesso strozzata, flebile come l’ultimo respiro.
Nelle quattro parti di Oblivion, frastagliatissime nel fraseggio di atmosfere, di mondi cosmici, sono pur sempre rintracciabili le dilatazioni della forma canzone, dei nodi lirici continuamente perturbati da trovatismi ed elettroniche (Oblivion Part III), eppure costantemente ripresi, come elemento centrale nell’economia ambientale dei brani. Ci sembra un tratto distintivo e un lascito fondamentale, nel quadro in cui si muove questa musica.
Il compimento è tutto nel finale: una struttura scheletrica che elabora una melodia minima (voce e chitarra) e la rende una macchina dal moto perenne, fino a chiudere l’album e lasciare questo segno nella memoria, cosparso dei suoni che l’hanno preceduto.
Parlandone dal vivo, Stefano Pilia ci confessa di vedere HadBeen come una formazione fissa – dall'identità lampante, aggiungiamo noi, e destinata a durare.
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