Recensioni

7.3

Snoop Dogg è l’uomo che all’inizio dei Novanta rivoluzionò il mondo del rap e che, dopo una lunga e travagliata carriera ricca di alti e di parecchi bassi, davamo già per spacciato lungo le vie della demenza senile, vista la delirante svolta reggae, geniale connubio di marketing e fattanza hardcore. Una svolta rasta che lo aveva riportato al centro dell’attenzione dei magazine trendy, dopo che per un lungo periodo era rimasto nell’ombra dei rapper più giovani, per declamare poi il crollo psichico e artistico. Tant’è che la sua conversione è divenuta pure oggetto di un documentario che lo segue con lo scetticismo carico di compassione con cui si seguirebbe un nonno che crede di essere Napoleone. Ora Dogg spunta all’improvviso, con uno degli album più riusciti dell’anno.

Non scordiamoci però che ad assisterlo alle macchine, e a riportare sulla terra quella testa sempre tra le nuvole (di fumo), c’è Dam-Funk, geniale outsider, uno che invece nei magazine trendy non c’è proprio mai stato, eppure è un rispettatissimo artista underground capace di tenere in vita la magia del funk primi ‘80s. Del resto questo sembra il suo anno di grazia e così, dopo un riuscito album assieme a un tirannosauro del funk come Steve Arrington e un documentario, eccolo adesso in questo duo talmente azzeccato nella comune passione per quel continuum funk-disco, che dispiace quasi non averlo ascoltato prima. Forse questo incontro era scritto nel destino. L’incontro con uomo altrettanto appassionato di funk psichedelico ha riportato l’ispirazione originaria in uno Snoop Dogg che nel suo lungo percorso artistico ha rappresentato un po’ tutto, un gangster, un playboy, un pagliaccio, un edonista, un profeta rasta, dimenticandosi troppo spesso la sua unica grande missione di ragazzo cresciuto a blunts e dischi di Barry White: quella di portare l’amore per il funk in un epoca così poco funky. E’ quindi un piacere vederlo di nuovo impersonare i panni del pappone disco-funk, a costo di perdere il rap per la via, probabilmente un male necessario.

Del resto, che questo 7 Days of Funk fosse un prodotto unico nella scena odierna, lo si era capito già dal video del singolo Faden Away che ne aveva preparato l’uscita. I due vati del funk suonano, ma lo scenario è da festa di quartiere: basement fumosi, una manciata di vinili groovy e tanti amici, probabilmente quelli sbagliati. Siamo lontani dai gangster di cartone che si proclamano il nuovo Big Meech, siamo di nuovo di fronte a quel ragazzo di un quartiere disagiato di L.A. che ha il sogno di fare i soldi, con George Clinton nel cuore. Una storia fatta anche di passione, un racconto credibile, in cui potersi immedesimare.

Dam-Funk, dal canto suo, invoca i grandi numi tutelari del funk elettronico tramite i suoi macchinari prodigiosi. Lungo le tracce di 7 Days Of Funk vediamo scorrere le immagini dei Parliament, di Prince, di decine di gruppi boogie il cui unico successo è stato quello di essere suonati in qualche locale da motociclisti di provincia, quelli che nei film sono pieni di pazzi nazisti o serial killer. Ma la grandezza del disco è imparare la lezione dei loro groove tastiera-centrici ripulendola, però, dagli arrangiamenti pacchiani e dai ritornelli troppo zuccherosi. Addirittura Dam-Funk lascia da parte anche il suo lato new wave, per creare qualcosa di sonicamente più vicino a Computer Games o a George Benson. Il tutto per creare un sound ricco di nostalgia ma anche moderno e discreto, più neoclassico che revivalista. In più punti sembra di sentire osceni coretti sessuali o urla “SNOOOOP”, ma è solo l’immaginazione a volerli sentire. Non mancano comunque, pur nella quasi assenza di rap, tributi G-Funk, assieme a mostri sacri come Kurupt e Dogg Pound.

Certo, pur nella ritrovata ispirazione, Snoop Doog sembra incapace di dire qualcosa che non sia parlare di innamoramenti momentanei e fare feste a base di weed. La vera magia di Snoop, tuttavia, risiede in questo: se non ha mai avuto la capacità di Ice Cube di descrivere una realtà sociale complicata e amara in maniera altrettanto felice, è perché in fin dei conti rimane il più grande Peter Pan dell’hip hop e i suoi problemi sono rimasti quelli di un adolescente. Tuttavia, come Dustin Hoffman in Hook, il Nostro riesce – magia delle magie – a farci dimenticare per un po’ il mondo dei grandi e le sue angosce, per tornare con la mente a una vita fatta solo di piaceri e godimenti giovanili. E’ quindi un disco ottimo per non farsi abbattere dal grigiore invernale; del resto, come disse una volta un amico, bastano un paio di sintetizzatori col giusto pitch ed è subito estate.

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