• Giu
    01
    2012

Album

Dead Oceans

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Non c’è una-nota-una che sia originale nel nuovo album degli A Place To Bury Strangers. Eppure non c’è una nota che sia una fuori posto. Contraddizioni? Confusione? Caldo che da alla testa? No, semplice dato di fatto.

Tutte le note suonate nelle 11 tracce che compongono l’atteso comeback del trio newyorchese hanno al loro interno rimandi, citazioni, intuizioni che chi mastica un minino di rock rumoroso non potrà non riconoscere. Eppure, la sapienza con la quale il terzetto newyorchese ha saputo introiettare quel background fatto di chitarre rumorose, ritmi medi, indolenza vocale e montante feedback ha un suo fascino e soprattutto un suo perché.

Le avvisaglie ce le avevano mostrate le prove precedenti, con un crescendo qualitativo che ci mostrava come via via la Ackerman family si distaccasse progressivamente dai cliché di genere per mostrare una personalità sempre crescente. Ora Worship è, a tutti gli effetti, il capolavoro degli APTBS e forse la cartina al tornasole per tutto il (semi)revival shoegaze: basta violenza shock e maggiore attenzione alla forma canzone, ok i noti punti di riferimento ma sotto con una via sempre più personale alla interpretazione.

Worship, nomen omen rivolto alle generazioni presenti e future di rock addicted, è un concentrato di bellezza in eccellente equilibrio, in cui il caratteristico wall of sound dei tre è smorzato per lasciare spazio ad una maturità che difficilmente ci saremmo aspettati da coloro che consideravamo solo dei patologici shoegaze/feedback addice o al limite epigoni d’alto livello.

Tra post-punk militante (Fear, Why Can’t I Cry Anymore), aggressività di spie al rosso (Revenge), clangori industriali dolci come fiele (Alone), ruvidezze alla gesù&maria (Mind Control) vengono incastonati due o tre pezzi che si distaccano dalle asperità ben disseminate lungo tutto il resto dell’album: Dissolved, And I’m Up e Slide mettono la melodia dinanzi al rumore, senza perdere in ossessività e di volta in volta dolcezza, cupezza, astrazione. Riesumano la wave, scontornano il rumore, rivitalizzano il rock e portano nuova linfa ad alberi vecchi.

Sì, si dirà che tutto è già risentito, noto, metabolizzato, ma non si potrà assolutamente negare che nel percorso interno della band Worship non sia dimostrazione di una evidente crescita. E poi, come dicevamo in apertura, non c’è una nota che sia una fuori posto e tanto può bastare.
 

20 Giugno 2012
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