• Apr
    01
    2004

Album

Urtovox

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Spuntano fiori colorati sul cespuglio lo-fi dei giovani campani A Toys Orchestra. Fiori di plastica e seta e luci colorate. Fiori acidi e dolciastri, tossici e indolenziti. Sbocciano sull’onda di una maturazione piacevole e piuttosto sorprendente. Cuckoo Boohoo (sottotitolo: "How to heal your broken hearts – the breakup repair kit") insomma è – rispetto al debutto Job (2001) – una svolta e una conferma assieme, il tentativo di volare più in alto e consapevolmente. C’è freschezza e ispirazione, una ragguardevole disinvoltura nel giustapporre trame indolenzite Sparklehorse e sdilinquimenti Delgados, il derapage romantico dei Blonde Redhead e l’allure cinematica Calexico, l’epicità sospesa dei Radar Bros e le lusinghe catchy dei Joy Zipper.

Questione di rock, certo, e di elettronica (d’ambiente, stordente, distraente), e di benedetto pop (intimista e fracassone). E poi generosità di tastiere, abile profusione di samples, chitarre accaldate nell’attrito tra seventies e post-punk, il fragrante alternarsi delle voci (asprigna e accorata quella di Enzo, esile e dolciastra quella di Ilaria) a tratteggiare contorni da operetta lunare. La sequenza iniziale è un’autentica parata di depistaggi stilistici, dal breve preludio per piano, elettroniche e found voices di Radio Tsunami all’incedere trepido di Hengie: Queen of the Border Line, passando per il 3/4 saturo di riverberi e segnato da svolte repentine di Peter Pan Sindrome (tra Grandaddy e il compagno di scuderia Goodmorningboy, le voci che ad un tratto s’avvolgono impuntandosi Beach Boys, uno sbocco quasi noise nel sottofinale) quindi per i beat meccanici, i tramestii digitali, i fulgori industrial, l’uggiolare d’organi e chitarre, l’isteria pseudo-punk ed il power-pop di Panic Attack #1 (incredibile ma plausibile merge tra, uhm, diciamo Underworld, Notwist e Visage).

Ciò basta ad informarci circa il brillante periodo di forma della band, capace di sfoderare esiti imprevedibili vuoi per naturale talento vuoi per la benedetta immaturità compensata da un brio ipercromatico. Ecco dunque che 1000 Flaming Dragonflies può sciorinare suggestivi landscapes Radar Bros, la psych imbalsamata degli ultimi Floyd, chitarre colte un po’ dal praticello acido di Abbey Road, un po’ dalle bieche fioriere Blonde Redhead e un po’ dai bordi di polverosi sentieri western. Ancora il romanticismo problematico dei Blonde Redhead aleggia nella pazzesca Loco Motive, in bilico sul piano inclinato allestito dal frinire di corde e wurlitzer, echeggiante in futuristici interni Lali Puna, scaraventato all’improvviso tra scenari tex-mex come Morricone masticato a silicio, poi tra spurghi noise rimagliati a vocoder (di nuovo il fantasma oppiaceo di Linkous), infine in un denso rosseggiare di chitarra prima che il piano arrivi ad estinguere tutto il pateracchio di visioni: è questo di sicuro il pezzo chiave del programma, ma anche la conclusiva Asteroid se la cava mica male coi suoi decolli di mellotron, chitarre e drum machine su una rotta prossima ai primi Air (quella specie di soul-r’n’b amniotico, quelle iridescenze su sfondo nero), ipnotizzandoci con un minimale ritornello tra il fatalista, l’apocalittico e il fanciullesco.
In mezzo a tanto nitore – inevitabilmente – qualche angolo di perplessità, come la riempitiva Modern Lucky Man (un po’ come gli ultimi, disinvolti e disincantati Pavement, godibile ma abbastanza risaputa), come il mero esercizio Sparklehorse di 3 Minutes Older (comunque suggestivo), così come non convince appieno una Panic Attack #2 un po’ troppo compiaciuta del proprio saper miscelare svolazzi pop, post-blues teatrale e concitati influssi psych (prossima alle evanescenze soniche degli ultimi Flaming Lips).

Notevole e spiazzante la presenza di due romanticherie per piano e voce come Elephant Man e Three Withered Roses, immerse in un acquario di melodramma e tersi fondali notturni: forse perché coincidono con i momenti più nudi, proprio in queste tracce si consolida la sensazione di una band intenta a costruire canzoni come si trattasse di un gioco (coerentemente col proprio nome, quindi), abile a manipolare scenografie di stoffa, ologrammi e plastilina, attraversati con la tristezza allibita di cartoon noir e le movenze ingenue/inesorabili di pupazzi di latta. Come se nel folto dei segni non fosse possibile altra musica che un simbolo di musica, né altro dramma che una sagace drammatizzazione.
Sensazione fallace o meno, gli A Toys Orchestra rimangono comunque una bella realtà. Con ancora qualche promessa da mantenere: la qual cosa, ne converrete, non guasta affatto.

1 Aprile 2004
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