• Ott
    01
    2011

Album

Ala Bianca

Add to Flipboard Magazine.

L'immagine di copertina – al solito trepidamente aggressiva – conferma quanto suggerito dalla cartella stampa: l'orchestra giocattolo fa un passo verso l'impegno sociale, si fa contagiare dalla febbre e s'immerge nella consapevolezza dei tempi che corrono. Tuttavia, più che di rivoluzioni, questo sembra un disco di (giustappunto, guardando al titolo) evoluzioni. Nel senso di performance, di cimenti, un mettere alla prova la peraltro già abbondantemente comprovata versatilità. Un po' come se la band campana cercasse nel carosello di stili di cui è capace un riflesso del convulso stato delle cose. Fatto salvo l'estro fiabesco – quel pindarismo visionario che spreme le mammelle dell'immaginario Floyd, Crimson, Beatles, Alan Parson, Caravan ecc – e argutamente elusivo (che permea anche i testi), l'abito sonoro ne esce come un patchwork sì versicolore ma nel complesso più asciutto, tendente ad un'immediatezza inedita per il loro repertorio.

E' il caso certo di Mutineer Blues, che appunto è un blues che si gratta l’inquietudine con l’ennui posterizzata british, della frenesia balcanica (con squarci di mestizia mediterranea) di Pinocchio, ma anche di una You Can't Stop Me Now che spalma un turbamento Tv On The Radio su enfasi wave Arcade Fire, questi ultimi ancora più evidenti nella cavalcata post-wave eighties di Welcome To Babylon. Ciò detto, sappiamo bene come il codice genetico compositivo di Moretto e soci comporti canzoni votate allo scarto, alla svolta, al turbine strutturale, che sovrapponendosi alla variabilità della scaletta ti sottopone ad un tour de force ubriacante tra mood e modi.

Roba che ti viene da dire: e ora che cazzo succede? Un po’ come accadeva coi primi Gomez, se vi ricordate. Esempio: Aphelion esordisce introducendo folk mutante à la Sufjan Stevens (la voce glassata con l’autotune) poi s’inalbera tesa e convulsa come i Radiohead di In Rainbows e infine incendia gagliardamente polveri piriche noise. Oppure: l’indolenza desertica nella già nota (stava in Rita Lin Songs) Noir Dance d’un tratto sventagliata da un piglio wave-dance Franz Ferdinand. E ancora: quella Late September che prima caracolla felpata impastando mestizia un po’ Wilco un po’ Eels, poi prende il volo su un crescendo accorato e stordente tipo gli ultimi Sigur Ròs.

Sono abili i quattro campani a risultare sempre in parte, ben assistiti peraltro dalle orchestrazioni di Enrico Gabrielli, ormai apprezzabile Mr. prezzemolo delle migliori produzioni indie italiane. Tuttavia l’effetto da juke-box band è dietro l’angolo, l’eclettismo diventa una proprietà invadente col rischio di tagliare le gambe all’intensità. Che comunque non manca, dissimulata ad esempio nella grana accattivante della (quasi) title track e palpabile nell’apprensione spacey (vagamente Mercury Rev) di Lotus.

Con questo Midnight (R)evolution – in uscita con la doppia griffe Urtovox/Ala Bianca – gli A Toys Orchestra fanno un ulteriore passo in avanti ma non salgono lo scalino della qualità. Una godibilissima fase di transizione, diciamo.

11 Ottobre 2011
Leggi tutto
Precedente
Half Man Half Biscuit – 90 Bisodol (Crimond) Half Man Half Biscuit – 90 Bisodol (Crimond)
Successivo
Social Climbers – Social Climbers Social Climbers – Social Climbers

album

artista

Altre notizie suggerite