• Mar
    01
    2007

Album

Urtovox

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L’idea indie-rock dei campani A Toys Orchestra può vantare una definizione, una ricchezza e una generosità che scava un solco rispetto alla pur crescente media nazionale. Nel caso di questo Technicolor Dreams, terzo album in sei anni di attività, la scelta di un producer autorevole come Dustin O’Halloran (già testa pensante dei Devics, nonché pianista "in proprio" e autore di soundtrack – è sua quella di Maria Antonietta) si rivela azzeccatissima, perché consente ad Enzo Moretto e soci di padroneggiare con disinvoltura la ridda di codici espressivi tirati in ballo, quindi di sbrigliare al massimo l’inventiva.

l che li porta ad agire in una dimensione che – poniamo – prende le mosse dalle fervide tribolazioni degli Eels e finisce dalle parti delle apprensioni cosmiche floydiane. Nel mezzo ci sono un sacco di cose, apparizioni e reminiscenze come ologrammi rigurgitati da una sensibilità ipertrofica. Un patchwork ubriacante di: profluvi elettrici psych/blues tra i Beatles di Abbey Road ed il David Bowie from mars (Invisible), fiabesco sovrasensoriale Mùm mischiato a tenerezze Billy Corgan (Letter To Myself), western-beat ipercromatici un po’ Blur un po’ I Am Kloot (Amnesy International, in lizza per il titolo dell’anno), cabaret McCartney tra ciondolamenti Calexico (Mrs. Macabrette), un piano che rielabora memorie Let It Be tra palpitazioni Malkmus (Power On The Words), eppoi ancora fisarmoniche pinocchiesche, sospensioni oniriche Radar Bros, inserti orchestrali pepperiani, dolcezza allampanata Belle And Sebastian, guizzi caricaturali electropop, stentorea disinvoltura John Lennon/Badly Drawn Boy, residui emocore posterizzati… È migliorata la scrittura e la capacità d’interpretare i pezzi (un plauso ai preziosi controcanti di Ilaria De Angelis).

Gli arrangiamenti sembrano obbedire all’horror vacui che ricordavamo (tastiere d’ogni ordine e grado, elettroniche a guarnire, pianoforte…) ma riescono a non debordare, definendo assieme al mood quel senso di fantasmagoria da camera, di viaggio allucinato nel cuore delle proprie ossessioni, dove la vita e la memoria sonica parlano uno stesso, palpitante linguaggio. Il pelo nell’uovo? Manca forse un po’ di carne a queste visioni, il piglio ad alzo zero delle cose terrene. Ma sospetto si tratti di una scelta precisa, di cui prendo atto

1 Marzo 2007
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