• Set
    24
    1991

Album

Jive Records

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Si tende spesso a identificare la prima metà degli anni ’90 con il periodo d’oro della West Coast: G-gunk e gangsta rap, sulla scia prima di Straight Outta Compton degli NWA (1988) e poi con il dittico The Chronic e Doggystyle del tandem Dr Dre/Snoop Dogg, oltre a tutta la produzione di Tupac (giusto per citare i nomi più grossi); e se è vero che dopo le morti di Pac e Biggie invece la bilancia tenderà nettamente ad est – e continuerà a farlo per tutta la seconda parte del decennio – non bisogna dimenticare che pur nella parziale ombra della California, di dischi fondamentali ad est dal già ’91 al ’95 ce ne sono stati eccome.

Il primo di questi early masterpieces è stato The Low End Theory degli ATCQ: un disco che resterà indelebile nel rap game attraverso i decenni e le mode, citato e osannato da innumerevoli epigoni e ammiratori (dalle nostre parti basti ricordare il Neffa de I Messaggeri della Dopa). Originari del Queens, i tre contribuirono a rimettere NY sulla carta dell’hh che contava: qualcosa di non prescindibile per la città in cui l’hip hop era nato, ormai una quindicina di anni prima. Il sophomore del trio newyorkese arriva dopo un tutto sommato prescindibile esordio (People’s Instinctive Travels and the Paths of Rhythm, deludente soprattutto da un punto di vista commerciale), e rappresenta di fatto il vero “punto 0” nel percorso del gruppo.

Già l’iconica cover rinsalda il solido ponte tra hip hop e africanità, con un artwork di primitivismo rupestre che sembra guardare alla graffiti art di Basquiat. Minimalismo produttivo e roots sono le due parole chiave del lavoro: i beats sono scarnificati e ridotti all’osso, in un’essenzialità sfrondata da qualsiasi fronzolo e declinata nella quasi totalità del disco attraverso il semplice binomio basso/drums. Lo sguardo è lanciato verso la black culture in toto, mutuando ritmi e soluzioni soprattutto dal jazz e dal funk (anche se in quest’ultimo caso l’approccio è diametralmente antitetico a quanto contemporaneamente si faceva sulla costa opposta). Compaiono anche i primi episodi di live banding in alternativa al puro turntablism, come nel caso di Ron Carter: il bassista più registrato della storia del jazz (si contano oltre 2.200 sue apparizioni in tracce diverse) suona in Verses from the Abstract, anticipando una soluzione che farà poi la fortuna di altri act – dai The Roots fino a nomi attuali come Odissee.

L’asciuttezza stilistica nelle produzioni è poi accompagnata ed esaltata dalla controparte testuale. Il dittico iniziale Excursions/Buggin’ Out contiene due delle più celebri entry lines della Storia hh: nella prima Q-Tip apre esplicitando da subito la contiguità tra jazz e hip hop con un verso molto personale sul proprio padre («You could find the Abstract listening to hip hop / My pops used to say, it reminded him of Bebop»), mentre nella seconda Phife Dawg firma quella che è probabilmente la best candidate come miglior entrata sulla traccia di sempre: «Yo, microphone check one, two, what is this? / The five foot assassin with the roughneck business». Consapevolezza, filologia – la Zulu Nation è citata e richiamata più e più volte -, black power: «things go in circle», per uno dei primi e più importanti passi dell’unica e migliore via alternativa possibile agli eccessi West.

18 Agosto 2017
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