Recensioni

7.2

Alle pose plastiche di Andy Stott e a quelle già più scomposte dei Raime, questi Acteurs rispondono con il nascondismo più cupo ed esoterico, sin dalla copertina. Sempre corpi femminili, a sottolineare la suadente voluttà di una musica invero crudele e nero pece, malefica e mefitica, ma stavolta il disvelamento del volto non c’è e tutto rimane nel territorio del non detto, del rimosso, del celato ad aggravare ancor di più il senso di precarietà.

È elettronica che mantiene in nuce tutto quell’ossimoro vivente che è il primitivismo tecnologico di questi ultimi anni, che si fa trance dalla carne viva post-Tetsuo, che riesuma i Coil mischiando ipnotiche danze e claudicanti revanscismi post-industrial.

Nel mini omonimo i due da Chicago Jeremy Lemos e Brian Case (già 90 Day Men e Disappears) dimostrano come le nuove leve dell’electro abbiano abbandonato lustrini e clichè da orizzonti più ampi per trasformarsi nell’ideale testa di ponte tra le aspre cupezze industriali dell’età d’oro di fine ’70/inizi ’80 e l’attualità della crisi (di valori, di ideali, di cosmogonie riconoscibili). Mantenendo, anzi attualizzando la stessa capacità di rottura ed inquietudine marcia che i Throbbing Gristle o i Cabaret Voltaire instillarono nel post-punk inglese del tempo, gli Acteurs imputridiscono quell’universo indefinito del post-dubstep d’oggi, amputandone ogni rimasuglio dancey, ogni sorta di ritmo che non sia beat post-atomico, ogni parvenza di luce che non sia quella caliginosa del fall-out.

È un disco ostico e duro, Acteurs, disarmonico e minaccioso, da pioggia acida, fumi grigi e civiltà cyberpunk come se i due fossero in grado di esasperare quella “soundtrack della notte metropolitana” alla Raime per farne una strada senza uscita, sorta di (non)luogo del non-ritorno con cui giocoforza ci si dovrà confrontare. Per ora, pollice in su ma per conferma li attendiamo su distanze più ampie.

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