• Apr
    01
    2012

Album

Honest Jon’s

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Al termine di tutti i ragionamenti possibili, un dato è certo: R.I.P. è la chiusura di un cerchio nel percorso Actress. Il trittico iniziato con Hazyville e proseguito con Splaszh ha visto Darren Cunningham spostarsi gradualmente dalle forme (le variegatissime invenzioni house degli inizi) ai contenuti (la crescente carica suggestiva che ha reso Splaszh uno dei dischi più affascinanti del 2010). La prova di oggi serve sostanzialmente a fare il punto, a disegnare l’immagine definitiva della sua fase astratta prima della prossima svolta.

Anche questo terzo album, conferma inoppugnabile di quanto il suono reso dal producer londinese sia ormai impossibile da imitare, sa giocarsi le sue carte. Magari più delle altre volte diventa facile rintracciare le origini di culto di certe espressioni: gli arpeggi organici di Ascending e Uriel’s Black Harp son quelli del miglior Lone (il volto più positivo e avvolgente mai reso da Actress), Caves Of Paradise malinconica e articolata riprende il primo Burial, N.E.W. è dreamy abbastanza da non rendere assurdo un ponte al glo. Quando però vien fuori, la vena ispirata che conosciamo è ancora in grado di sfiorare certe corde emozionali, soprattutto in una parte centrale che va dai pizzichi ipnagogici di Jardin agli enigmi gobliniani di Glint, passando per i bei giochi in cassa attutita di Shadow From Tartarus (quel riverbero noise che riporta l’immaginazione al suo stato prenatale) e certo estro ambient/idm di Tree Of Knowledge e Raven, prossimo agli ultimi Autechre.

La sostanza c’è, ed è sempre ben infiocchettata in architetture sperimentali tutt’altro che banali, perfette per accendere gli stimoli. R.I.P. rincuora per un’energia positiva non prevista nell’evoluzione di Actress, riduce ai minimi termini l’estrazione house/techno (in pratica la concentra tutta in The Lord’s Graffiti) e offre un filo conduttore di induzioni più lineare del solito. Va detto però che mancano i colpi ad effetto, quei pezzi da applausi sfuggenti e inquieti che allora furono Hubble o Maze, indispensabili a definire il baricentro tangibile intorno al quale ruota l’ascolto. Qui Darren ne fa più una questione di atmosfere, sfida più rischiosa perché maggiormente scoperta ai rischi della soggettività. Ne esce ancora salvo (il merito è soprattutto della sua unicità estetica) ma meno brillantemente dell’ultima volta.

Ora inerzia vorrebbe che punti a diventare icona per aficionados. Ma non è tipo da accontentarsi.

25 Aprile 2012
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