Recensioni

6.9

Rolling Stone America lo ha definito «Fellini sotto ketamina». Certo è che il film di Adam Green, Adam Green’s Aladdin – uscito ad aprile 2016, co-finanziato via Kickstarter e distribuito online on demand – è di quelli fortemente surreali, una sorta di psichedelia a 8 bit applicata alle immagini (e alle scenografie, e alla trama) che stravolge il celebre racconto tratto da Le mille e una notte. Vi basti sapere che il genio della lampada qui esaudisce le richieste del protagonista stampando oggetti in 3D (un 3D cartoonesco e assurdo, va da sé) e che le vicende mescolano tematiche agli antipodi come il controllo politico, la tecnologia, l’amore, la musica, la droga, il sesso, in un turbine comico/surreale tutto da decifrare – se volete farvene un’idea, c’è il trailer del film. Nel cast ci sono, tra gli altri, Devendra Banhart, Jack Dishel (Moldy Peaches), l’artista Francesco Clemente e addirittura il Macaulay Culkin di Mamma ho perso l’aereo (qui cresciuto e capellone, nel ruolo di un leader rivoluzionario non troppo convinto), a far decollare ancora di più sull’asse dell’inverosimile una pellicola artigianale e lisergica, eppure a suo modo credibile e ben fatta.

Trattasi di film musicale in tutto e per tutto, sia chiaro, con una colonna sonora – ovvero il disco in oggetto – che racconta le vicende dei protagonisti in 19 tracce ufficiali (in realtà sono 22, e alcune contengono solo frammenti del film) ognuna sotto i tre minuti di durata. La ricetta è quella che abbiamo imparato a conoscere negli album passati di Green, ovvero Lou Reed (Fix My Blues), Syd Barrett (Nature Of The Clown) e il Jonathan Richman più allampanato (Someone Else’s Plan), qui sostenuti da una sdrucita psichedelia da mercatino dell’usato che non dispiacerebbe a Beck (Time Chair, Me From Far Away) e da fantasiose sbandate caraibiche (Birthday Mambo), filastrocche velvetiane (Do Some Blow (with me)), momenti corali da sigla TV (Interested In Music). Mood decisamente stoned, direbbero gli americani. Attenzione però: in un album che comunque si apprezza meglio avendo in testa le immagini del girato (noi abbiamo visto la pellicola all’ultimo Soundscreen Film Festival di Ravenna), non fosse altro per la possibilità di contestualizzare i testi dei brani, nulla è abbozzato, dilettantesco o estemporaneo, come del resto nel film, nonostante i toni generali. Tutto è il risultato di un grandissimo lavoro, della voglia di costruire un prodotto DIY ma a fuoco e di una creatività senza freni che ha coinvolto dimensione visiva, sceneggiatura, musica e molto altro. Del resto è vero quello che qualcuno del cast del film ha sottolineato in sede di intervista: in Adam Green’s Aladdin – e, aggiungiamo noi, in Aladdin – sembra davvero di stare dentro la testa di Adam Green. Si tratti o meno di un’esperienza rassicurante.

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