Recensioni

7.2

Il programma è semplice: prendere il capolavoro di Terry Riley e riprodurlo. Tutto qui? In apparenza sì, ma nemmeno troppo. L’Adrian Utley che ha messo su la Guitar Orchestra è un terzo dei Portishead, così come Geoff Barrow, un altro terzo, è il boss della label che pubblica il tutto. A ben vedere ci sarebbe anche un altro pezzo di Portishead coinvolto, ossia John Minton, l’uomo-visual del trio inglese, che ha ripreso, giocando con le sue proiezioni, la performance live tenuta alla St. George’s Hall di Bristol quest’anno.

Per elaborare la sua personale (re)visione dell’opera di Riley – opera priva di durata e determinazione numerica degli esecutori, oltre che dotata di aleatorietà nella scelta delle frasi musicali da suonare, e pertanto adattabile ad ogni sorta di variazione e ricreazione – Utley ha scelto una orchestra di ventiquattro musicisti dell’area di Bristol: diciannove chitarre, tra cui spicca quella di John Parish (ci sono pure i Thought Forms al completo, tanto per rimanere in casa Invada), quattro organi e un clarinetto basso. L’elegiaca versione finale diretta da Utley si amplia fino ad un’ora di esecuzione e risulta modulata dalla versatilità delle chitarre, in un continuo alternarsi tra crescendo e diminuendo, accumulazione e partizione della cifra sonora, impreziosita da chiaroscuri umorali e atmosfere malinconiche che non risultano mai cupe o oppressive. Questi ultimi sono spesso il valore aggiunto ad un lavoro epocale e sottoposto, nel cinquantennio scarso che ci divide dalla sua teorizzazione, a forme molto varie e spesso eccessivamente accademiche. Proprio ciò che la partitura libera di Riley aveva ipotizzato e proprio ciò che un Utley, per certi versi sorprendente, ha realizzato.

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