• ott
    28
    2014

Classic

Elektra

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Da vent’anni a questa parte non ci sono state molte band accostabili agli Afghan Whigs. La deferenza verso i classici della black music – paragonabile solo a quella per l’hard rock di molti dei loro contemporanei – li ha resi, se non un’eccezione assoluta, perlomeno una felice anomalia. Nel panorama alternative più conosciuto dell’epoca vengono in mente i Brad o i Satchel – da quella Seattle che per Greg Dulli e i suoi è stata un punto di riferimento discografico, prima ancora che sonoro. Bisognerebbe parlare dei Make-Up di Washington, ma quella è tutt’altra storia. E di pochi altri.

Al di là della geografia, che come la matematica non è un’opinione e parlava di migliaia di chilometri di distanza tra la loro Cincinnati e la capitale Washington, era proprio l’amore per il soul, il funk e l’r&b a collocarli in una posizione eccentrica all’interno della scena grunge, a cui appartenevano in virtù del sodalizio con Sub Pop, ma anche delle inflessioni hard del loro suono – non un hard rock classico, si intende, dato che Up in It combinava le chitarre distorte e le ritmiche serrate del post-core a un rhythm and blues al calor bianco, e Congregation era soprattutto un disco di modern rock teso e travolgente, galvanizzato dalle urticanti distorsioni quanto dagli arrangiamenti enfatici.

Punk rock e black music; le due grandi passioni di Greg Dulli, che prima di conoscere Rick McCollum, giocando a carte in prigione una sera di Halloween di una trentina d’anni fa, era il leader di un complesso punk dal nome curioso: i Black Republicans. Se l’influsso punk era evidente agli esordi degli “afghani”, sotto il segno dei Replacements (il debutto autoprodotto Big Top Halloween), è l’anima soul a prevalere nel momento della maturità. Gentlemen toglie un po’ di spigoli e aggiunge melodia e sfumature al sound di Congregation, con Greg Dulli che si autocertifica come il soul man bianco della generazione dei Nirvana – non solo perché nel disco compare una versione di I Keep Coming Back di Tyrone Davis (dopo che gli Afghan Whigs avevano già dato prova di una certa dimestichezza con questo genere di cover nel bell’EP Uptown Avondale), ma perché sa reinterpretare un genere senza scimmiottarlo.

Al di là dei brani di punta più veementi e ritmati, come il r&b punkizzato della title-track, il gospel “hard boiled” di Debonair o la rockeggiante Now You Know, sono le ballate – istrioniche, suadenti, fantasiose, arrangiate e sovrarrangiate sul filo tra magniloquenza e cura dell’intarsio raffinato – a occupare il cuore, e il vero centro di gravità dell’album: Be Sweet, la cui tensione è costruita e risolta in epici crescendo dai climax della chitarra nervosa di McCollum; When We Two Parted, in cui lo stesso gioco riesce per un più livellato andamento corale; la swingante Fountain and Fairfax; gli strappi travolgenti di What Jail is Like, oltre a una sontuosa, elegante, dolcissima My Curse, cantata da Marcy Mays degli Scrawl.

Dall’ouverture di If I Were Going fino ai titoli di coda dello strumentale Brother Woodrow/Closing Prayer, Gentlemen è un disco senza cedimenti, con una sceneggiatura impeccabile. Perfetta sarà anche quella del successore, Black Love, che ugualmente sublima la vocazione cinematografica della scrittura dulliana con la sua atmosfera noir e col suo trattare le canzoni come piccole storie in musica. Nell’accordo con Elektra sembra che fosse compreso anche un lungometraggio da regista per il nostro Greg, un film che non si è mai realizzato. Sarebbero arrivati invece un ultimo album, 1965, e dopo lo scioglimento, il ritorno in pista a quindici anni di distanza.

Per festeggiare la “maggiore età” di Gentlemen, da qualche mese è uscita la ristampa Gentlemen at 21, corredata di demo per tutti i pezzi e di tutte le b-side dei singoli. Quasi un atto dovuto per un disco rimasto tra i culti assoluti degli anni ’90.

2 febbraio 2015
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