Recensioni

Il soulman bianco della generazione post-hardcore in tutti questi anni non ha perso né il pelo né il vizio. Ora che ha messo in piedi di nuovo la sua vecchia e più amata creatura, gli Afghan Whigs, Greg Dulli da Cincinnati bissa il ritorno di Do to the Beast con un album in cui distilla goccia dopo goccia la sua passione per il soul d’annata, per le atmosfere oscure e decadenti, per un rock che è un graffio dell’anima da parte di un nero a metà che non si è mai nascosto come tale e che del nero – in tutti i sensi – conosce ogni sfumatura meglio di tutti gli scrittori di best-seller erotici da supermercato. La sua musica è come al solito un miscuglio di passioni conturbanti e di una maniera elegante appresa dalla sua black music preferita, a cui il nuovo LP, registrato in giro per l’America, suona più che mai come un tributo. Ma un tributo d’autore.
Dopo Birdland, la curiosa opener-intro a base di archi e cori quasi doo-wop, il dark funk di Arabian Heights tutto ritmo, strappi di basso e rasoiate di chitarra distorta ci porta in un film che conosciamo bene ma di cui rivediamo volentieri anche i sequel, se sono girati con questa potenza e classe. Un groove travolgente, passionale, che diventa pure sexy e ammiccante con le memorie targate Stax di Demon in Profile, rispolverate a tempo di rock e sul filo di una melodia crescente, tipica firma degli afgani. Arriva Toy Automatic ed è un altra melodia che dilaga in un tripudio di arrangiamento, stavolta molto più Motown però in secondo grado sempre quintessenzialmente Afghan Whigs.
Rispetto ai dischi storici o in parte allo stesso Do to the Beast sembra che ci sia meno chitarra, o forse le sei corde appaiono meno in rilievo dentro una strumentazione che fa incetta di pianoforti, archi, fiati, tastiere e anche effetti elettronici, non per sfoggiarli in un esercizio di magniloquenza ma perché rendono davvero più arioso e completo l’insieme. Pezzi come Oriole, The Spell e I Got Lost, all’apparenza non trascendentali, sentitamente ringraziano, perché guadagnano un incedere da brivido, poderoso e pure leggiadro quando è il momento (I Got Lost). E quando la chitarra invece suona la carica, con gli accordi superfunky uniti al basso slappato di Light as a Feather, o gioca pesante con i riff hard rock di Copernicus, entra di taglio quella melodia che fa salire tutto di quota tra fraseggi celestiali, cori scioglievoli e impennate vocali.
L’impressione è che in qualche modo questi pezzi li avessimo già in testa a frammenti, lampi che riaffiorano da un passato indimenticabile. Certo, tuttavia quando si sanno cucire trame musicali così avvincenti e aggiungere qualcosa che altri non hanno, al di là di tutte le alchimie sonore, per avere un gran bel disco è sufficiente fare al meglio quello di cui si è capaci. Quel vecchio filibustiere di Dulli e i suoi compari lo sanno. In Spades ne è la prova.
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