• Mag
    02
    2008

Album

Casasonica

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In occasione del sesto album d’inediti (l’ottavo, considerando anche le prove anglofone) gli Afterhours si espandono, si scompaginano, sbrigliano l’estro sulle tracce di un’attitudine libera di concretizzarsi garrula e bieca, delirante e asciutta, beffarda e feroce, suadente e insidiosa. Si dirà – lecitamente – d’un ritorno alla sarabanda versicolore di Hai paura del buio?, e in un certo senso l’invasamento mefistofelico di E’ solo febbre, gli scapaccioni unghiosi (come un Lenny Kravitz selvatico) di Pochi istanti nella lavatrice e l’assorta doglianza tra palpiti fantasma della title track – tanto per dire – sono episodi che indulgono a pensarla in tal senso.

Con la sostanziale differenza che oggi la scrittura di Agnelli sconta un’amarezza sordida e sferzante poco propensa al lirismo, più incline semmai a buttarla in morbosità mefistofelica, come quando in Naufragio sull’isola del tesoro certi residui di meraviglia e mistero danno vita a un sogno pop garrulo e incarognito, oppure come la dolciastra consapevolezza tutta svolte e sottintesi in Dove si va da qui, col rhodes, la drum machine e le corde distorte ad ipotizzare una struttura cibernetica post-eniana e para-warpiana.

Metastasi da rocker cinico che ha già smesso i panni turgidi e internazionalisti di Ballate per piccole iene, ormai saturo d’imbastardimenti creativi e (perciò) assetato di spasmi a vuoto, di formula impastata come suggerisce l’istinto prima di qualsivoglia algoritmo. Prevale dunque un senso d’impurità per non dire di casualità timbrica e formale, un configurarsi autarchico di vitalismo estemporaneo e mestiere famelico, capace di mettere in fila sconcertanti situazioni come quella Riprendere Berlino che sgrana funk tribale e folk-psych (l’arpeggio The Who, l’hammond fragrante, l’assolo acido) sgommando robotica come gli U2 altezza Zooropa, o ancora una E’ dura essere Silvan che mitraglia un siparietto art-wave-punk tipo i primi Roxy Music su binari Velvet Underground, e infine la giocosa amarezza di Tema: la mia città, veemente impertinenza sonica Flaming Lips applicata su un beffardo germoglio folk.

Organi, percussioni, fiati e coretti ebbri sono solo alcune delle entità che imperversano nel plasma sonico irrequieto, degna infusione per testi che impattano con franchezza scorbutica, sboccati d’innocenza marcita nel marciume, di sentenze che scudisciano brandendo ironie amarissime (come evidente – fin dal titolo – in Neppure carne da cannone per Dio e Tarantella all’inazione) o abbandonandosi al disarmo di un’imprendibile, obliqua dolcezza (una Orchi e streghe sono soli dai sospetti aromi ital-prog e una Musa di nessuno che tra andazzo malfermo e fiati ubriachi sembra piovere più o meno in diretta da Non è per sempre).

Maturità, nel vocabolario Afterhours, significa alzare le mani dal volante e godersi il pompino dell’ispirazone. Per vedere se poi è tanto difficile vivere.

18 Maggio 2008
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