• Apr
    01
    2012

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Sedici anni dopo gli Afterhours riscoprono l'anno bisestile con tutte le turbe e le devianze del caso. Ed è cosa buona. Anche se devono tenere conto che i germi ormai sono diventati adulti, tengono famiglia, non possono più permettersi l'inebriante balzana caustica viralità post-adolescenziale. Alla fine di un lungo percorso di adultificazione – il pop avariato, la psych sonica, la crudezza viscerale gregdulliana – non ci sono più questioni che si possono risolvere con una scatarrata e via. No: le prospettive incombono espanse, così come la consapevolezza e un certo grado – massì – di responsabilità.

Di contro però riscoprono il gusto della bizzarria spiazzante, della non-linearità stilistica come shock espressivo ad aprire brecce nei timpani imbalsamati dalla consuetudine. Accade quindi che quello stesso buio di cui si nutrirono con ghigno sferzante oggi lo guardano negli occhi, ne soppesano il riverbero e le conseguenze, ne spremono immagini che – a dispetto di una maggiore linearità dei testi – prestano il fianco alla doppiezza nutritiva, all'interpretazione mutevole e ingannevole. Proprio come quel paesaggio in copertina dove in mezzo alla desolazione gelida campeggia una pozzanghera che – con  effetto macchia di Rorschach – ti fa pensare ad una figura inequivocabilmente prona…

Bene, benissimo hanno fatto Agnelli e soci. Non a caso questa svolta – o sarebbe meglio dire approdo? – coincide con la recuperata indipendenza ed il rientro nei ranghi di Xabier Iriondo, uscito all'indomani di Non è per sempre pare proprio per disaccordi con il corso più "potabile" intrapreso dalla band. E assieme a Xabier – con le sue chitarre scorticate, spigolose, nevrasteniche – torna quel senso di popular portato al limite della sperimentazione, del distorto antigrazioso, in bella simbiosi con Rodrigo D'Erasmo, vero diavolo a quattro dell'operazione alle prese col violino e non solo. Come è ovvio, nella discontinuità questo Padania porta anche le tracce di tutto ciò che nel frattempo è accaduto. Sorprendono eccome il lirismo arty dell'iniziale Metamorfosi – coi melismi e i gorgheggi a scomodare paragoni con gli amati Demetrio Stratos e Diamanda Galàs – così come l'hard-blues svalvolato di Giù nei tuoi occhi (qualcosa tipo il Battisti post-Mogol sotto benzedrina), quella Ci sarà una bella luce che scozza il primo Captain Beefheart tra blues basale e samba noise, lo slackerismo esacerbato di Io so chi sono e l'impeto sofisticato della teatrale Terra di nessuno.

Altri episodi sembrano invece schegge di repertorio riportate allo stato d'incandescenza, vedi l'impeto bilioso di La tempesta è in arrivo e il funk-psych luciferino di Fosforo e blu, poi soprattutto quello sciorinare ballate d'ogni ordine grado, dallo struggimento affettivo/esistenziale di Nostro anche se ci fa male all'epica travagliata (e vagamente apocalittica) della title track, passando da una Costruire per distruggere che azzecca forse il miglior dosaggio tra carezzevole e irrequieto fino a La terra promessa si scioglie di colpo che diresti debitrice delle languide peregrinazioni dissonanti Wilco.

Ribadisco, bene ha fatto la band meneghina, ché un altro disco nello stesso solco del predecessore si sarebbe guadagnato al più un'attenzione di circostanza. Invece possiamo misurarci e misurare gli Afterhours del 2012 con questo disco il cui merito principale è rammentarci la qualità principale della loro cifra espressiva: un cercarsi sparso, facinoroso, scomposto, magari anche confuso e al limite velleitario, ubriacante come un'esplosione al ralenti. Se c'è un difetto va individuato nell'eccessiva enfasi posta su questa operazione di rottura, finendo per inciampare in una eccessiva autoreferenzialità e mettendo in fila diverse buone intuizioni melodiche senza azzeccare quella buonissima.

Al netto di questo, è il caso di dire che gli Afterhours sono usciti vivi dagli anni Zero della loro fin troppo cauta maturità.

18 Aprile 2012
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