Recensioni

7.3

Hai capito gli Afterhours. Vanno a beccarsi un bel po’ di promozione a Sanremo aizzando gli strali di detrattori della prima e ultima ora, salvo poi reinvestire il tesoretto mediatico in una operazione di tutto rispetto, prestandosi cioè a fare da portabandiera e specchietto per le allodole di questa compilation che passa in rassegna 19 campioni (non nel senso sanremese) del rock italiano cosiddetto alternativo. Intendiamoci, nessuna sorpresa, tutti nomi ben noti ai lettori di S&A, però è bello pensare che qualcuno – sia pure uno, porco cane – si ritroverà a farci i conti per la prima volta, scoprendo qualcosa di più sostanzioso della insulsaggine festivaliera e radiofonica in genere. Per poi magari scoprirsi dentro vibrazioni di un’altra categoria. Roba che dà dipendenza, come ben sapete.

Il programma dunque si profila come una sorta di anti-festival, opposto, incompatibile e tutt’altro che complementare a quello dei fiori proprio perché figlio di una situazione “reale”, da cui il rock zampilla come una finzione/reazione simbiotica. Quindi, secondo l’estro del caso, travolgente (Zu, il Teatro Degli Orrori) e dissacrante (Zen Circus), onirico (A Toys Orchestra) e convulso (Settlefish, Beatrice Antolini), amaro (Cesare Basile) e dolciastro (Disco Drive), trepido (Paolo Benvegnù, Roberto Angelini) e appassionatamente disincantato (Dente, Mariposa). Eccetera eccetera. 

Quasi dimenticavo i padroni di casa: più che una canzone, quella di Agnelli e soci sembra un manifesto necessario, una ballad più foga e sostanza che bellezza, pretestuoso anello di congiunzione tra dimensioni così lontane così vicine, con quel “e tu vuoi far qualcosa che serva” che chiosa il tutto come meglio non si potrebbe. Quasi dimenticavo 2: molto bella anche l’immagine di copertina.

Chapeau all’iniziativa e – massì – alla musica.

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