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A due anni di distanza dal piccolo capolavoro Last Forever dei Westkust e dopo un 2016 transitorio – segnaliamo Bound EP degli School ’94, Drifting on a Timeline targato HOLI e Sorry I Messed Up EP degli Holy Now – torniamo sulle tracce della sempre attenta Luxury Records per fotografare due delle proposte di punta per il 2017 della cult label svedese: gli esordi lunghi degli Agent Blå e dei It’s For Us. Dal momento che stilisticamente entrambe le band – pur accentuandone i connotati prettamente post-punk – non si allontanano più di tanto dal trademark-sound dell’etichetta di Göteborg, riteniamo giusto trattare i rispettivi lavori in un’unica sede cercando di evidenziarne i tratti salienti.

Capitanati dalla magnetica Emelie Alatalo, gli Agent blå hanno gli occhi puntati addosso sin dal 2015, quando pubblicarono il contagioso singolo Strand, per intensità ed euforica energia secondo solo a (Don’t) Talk To Strangers, traccia pubblicata ad inizio anno in cui emerge chiaramente il tocco di Gustav Data Andersson aka Guggi Data (qui nel ruolo di produttore), già chitarrista dei Westkust e dei Makthaverskan. A differenza di quanto avviene in alcune delle proposte dream-gaze maggiormente stereotipate, qui le chitarre riverberate piuttosto che appoggiarsi su tempi dilatati e fluttuanti provano a inseguire una sezione ritmica che non si risparmia mai in termini di vitalità e dinamismo (Derogatory Embrace). Il tutto viene messo al servizio della voce tenebrosa (Desperate Journalist non troppo distanti) della Alatalo, in grado di portare il discorso su tonalità più oscure e meno scanzonate. Quello che auto-definiscono death pop talvolta si riduce ad una mera questione stilistica non sorretta da una scrittura particolarmente brillante. Fortunatamente in più di un’occasione (specie nei brani meno riflessivi, Rote Learning ad esempio) l’impatto acerbamente liberatorio delle fragorose sfuriate strumentali riesce a sopperire una altalenante ispirazione compositiva che solo in rare occasioni trova una compiutezza melodica realmente degna di nota (Dream Boy Dream).

Gli It’s For Us sono invece più vicini a certi eighties digitali e sfoggiano una maggiore propensione per i ritmi claustrofobici, ossessivi (Ghost Officer, Be There) e goth-friendly. Ciò nonostante, all’interno della tracklist dell’album d’esordio Come With Me, tra i solchi di amori complicati e di relazioni finite male, c’è spazio anche per sprazzi più distesi (Thieves, anche in questa occasione la mente vola agli inglesi Desperate Journalist), in cui Rebecka Johansson (voce e tastiera) sembra assumere contorni più da alt-diva che da twee-girl. Sfumature a parte, le coordinate sono comunque quelle del battutissimo non-luogo in cui l’indie pop post-C86 incontra le estetiche del post-punk, con un basso perennemente pulsante a trainare ritmi che sanno essere taglienti quanto epici (Red Light). Anche in questo caso siamo di fronte ad una prova in cui non è difficile individuare del potenziale che per il momento si scontra inevitabilmente con i limiti di una proposta fondamentalmente derivativa (per quanto piacevole e ben confezionata).

Abbiamo così tra le mani venti tracce (dieci per disco) che fungono da piccolo spaccato di tardivo revivalismo incasellato nei crismi di quel guitar-pop scandinavo che – vuoi o non vuoi – regala sempre istanti di lontana giovinezza.

26 giugno 2017
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