• mar
    01
    2011

Ristampa

Pias

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Quando si dice un hype di sostanza: Agnes Obel è una cantautrice danese di stanza a Berlino e questo suo album d’esordio un successone inatteso. Doppio disco di platino in Danimarca e d’oro oltralpe, incetta di premi e recensioni positive su “Mojo” e “Les Inrockuptibles”. Un brano qui contenuto – Just So: squisita filastrocca dal retrogusto Erik Satie – utilizzato per un paio di campagne pubblicitarie, concerti di spalla a Jonsi che cagionano un tour solista europeo da “sold out” pressoché ovunque.

Mica finita: un’altro pezzo si ascoltava lungo una puntata di Grey’s Anatomy e la sera stessa il sito americano della serie andava in tilt per le richieste di informazioni. Ascesa inarrestabile che spiega la ristampa di un lavoro persosi lo scorso anno nel solito marasma di uscite, per di più in una versione “deluxe” che acclude un secondo dischetto con materiale dal vivo e versioni strumentali. Ben venga, se si pensa a certi bluff di cartapesta dell’attuale pop senz’arte, parte e anima che certa critica, incomprensibilmente, si sforza talvolta di giustificare. Al confronto, Philharmonics è una boccata d’aria fresca dagli ingredienti semplici ma efficaci, cioè un’ugola dolce però affilata e una convincente scrittura pianistica.

La Obel sa dunque come allestire un disco solido impastando malinconia, folk-pop e meditazioni favolistiche; equilibra estrazione classica e modernità, quadrando il cerchio all’altezza della title-track e di Avenuesenza che i “soliti” esempi ingombranti – Kate Bush, Tori Amos, Fiona Apple – la schiaccino. Infine, esibisce classe e gusto rileggendo a testa alta l’immortale Close Watch di John Cale. Sotto il vestito e il ghiaccio c’è qualcosa, non soltanto in termini di “promessa”.

20 marzo 2011
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