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6.4

Quinto album per la (giustamente) premiata ditta Godin & Dunckel, a quasi tre lustri da quegli esordi poi raccolti nel mai abbastanza celebrato Premiers Symptômes. Raccolta che vale la pena di citare quale pietra di paragone con questo Love 2, perché se gli elementi in gioco e la calligrafia denunciano una sostanziale continuità (al netto degli inevitabili assestamenti e sviluppi), è il mood, il respiro, l’effetto che segna la differenza sostanziale. Se nei primi lavori targati Air letteralmente ti perdevi, finivi assorbito nel loro ventre amniotico fatto di nostalgie valvolari e vibrazioni terra-aria, in quel gioco di memorie suadenti che stemperavano i limiti scodellandoti possibilità cosmiche tra le danze soffuse, l’ultima fatica sembra invece una stanza dei giochi anzi un "tappeto attività" come quello per i pargoli, coi campanellini, gli anelli, gli ssqueak, gli specchietti, le superfici ruvide e quelle soffici…

Ti ritrovi insomma in una zona franca ben delimitata, nella quale non avviene mai quella "sospensione della finitezza" che invece per incanto pervadeva i primi sintomi e gran parte del Moon Safari. E dunque? Il buon artigianato con tanto di marchio di fabbrica quale decorso ineluttabile dell’arte, che nel tempo e col tempo esaurisce le scorte di poesia? Sì, forse. In fin dei conti, ci può stare. Ci si può stare. I qui presenti undici pezzi compongono difatti e comunque un buon passatempo per superfanciulli evoluti, a partire dal singolo Sing Sang Sung che lalleggia docile come dei Beatles neutralizzati da raggi gamma Lio, proseguendo poi tra languori esotici e febbrili, tra mischie capricciose dove indovini i profili di Moroder e Gainsbourg (Heaven’s Light), per poi bazzicare certi tribal funk che recuperano didascalizzandola la lezione dei Talking Heads altezza Fear Of Music (Night Hunter) e quindi rendere omaggio alla vis cinematica del Jarre di Blade Runner (Tropical Disease, You Can Tell It To Everybody).

A rendere prezioso il manufatto contribuisce la versatilità della scaletta, nelle cui svolte conserva lucidità e arguzia, vedi con quale brillantezza passa dal surf trasfigurato space-glam di Be A Bee (figuratevi dei Daft Punk materializzati sul set di Tarantino in una nebbiolina Visage) al passo funk vischioso, robotico e volatile di Missing The Light Of The Day (che ci annusi evidenti influssi Japan), per poi svoltare dalle parti di un soul torrido e svampito tutto synth e wah wah, essenziale sì ma deliziosamente appiccicoso (So Light Is Her Footfall). Così, evitando programmaticamente di cimentarsi in un disco epocale – eventualità sempre meno attuale, preso atto della progressiva obsolescenza del concetto stesso di album – gli Air ci consegnano un disco adattissimo alla nostra epoca di adulti giocherelloni. Disperatamente votati ad ingannare il tempo e se stessi. Anche questa è (può essere) arte. No?

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