Recensioni

Rispetto ai tempi di Boys and Girls (più di un milione di copie vendute in tutto il mondo), il quartetto di Athens ora sembra spingere di più sull’acceleratore. Brittany Howard è meno abbottonata, il basso amoreggia, la batteria si prende più sul serio. E poi i ricami blues delle chitarre, la piccola sfida lanciata con gli effetti vocali: che ci possa essere qualcosa di nuovo all’orizzonte la vedo dura, durissima, ma è pur sempre qualcosa.
Parliamo di una band che ha all’attivo due album e due EP, poca roba in confronto al battage pubblicitario stellare ricevuto dall’entertainment: giunti a suonare addirittura alla casa Bianca nella giornata in cui si sono esibiti anche Mavis Staples e Justin Timberlake, con Michelle Obama in evidente visibilio, il quartetto ha già sulle spalle un bel tour che ha toccato Glastonbury e il Great Escape, tanto per dire due mete. Ovviamente questo nuovo disco ha riacceso i motori della macchina infernale (in scaletta già una quarantina di date tra marzo e la fine di quest’anno). Insomma il nuovo parto degli Alabama Shakes suona ancora molto tasteful, sia chiaro, molto raffinato, per nulla sopra le righe rispetto a generi che praticamente hanno già dato tutto negli ultimi 40 anni. I fans duri e puri stiano pure sereni, quando li vedranno esibirsi a Brighton come a Berlino o a Toronto proveranno la stessa sensazione da pelle d’oca scatenarsi sugli avambracci.
Sound & Color è sensibilmente più coraggioso e più lavorato nelle varie fasi rispetto al debutto, merito anche del californiano Blake Mills che siede dietro al board (Conor Oberst, Kid Rock, Paolo Nutini, Norah Jones) in veste di co-produttore, un ruolo che da un po’ di tempo gli torna bene (Sky Ferreira, Jesca Hoop, Sara Watkins). Mills li ha guidati, diretti, corretto il tiro qui, aggiustato difetti là, supervisionando tutto. Tra i nomi che rivitalizzano certo classic rock, lato garage jam (The Greatest) e lato black (Don’t Wanna Fight), la band di Athens si appresta a diventare quanto meno una costante nelle classifiche degli anni a venire. Quindi, prima che la macchina possa trasformarsi in maniacale megalomania o scassarsi del tutto per troppo accumulo di stress, godiamoci questa dozzina di brani niente male.
Gimme All Your Love è il pezzo più lavorato, dove l’errebì emana fragranze da tessuti hardy, teneramente cullati dagli effetti vocali. Shoegaze e Miss You stuzzicano le corde southern soul. Un po’ Tina Turner, un po’ Janis Joplin, il sibilo della Howard non è rimasto silente agli stimoli da palco di mezza America. Future People rielabora a modo suo certi ritmi afro e ne esce tipo una ballad alla Skunk Anansie. Dunes, sorretta da bei cori, provoca glam, graffiando hard rock, Guest Who scivola fra lenzuola blax e somma ricche dosi Motown. C’è praticamente tutto, forse troppo. Stiamo a vedere che fine faranno i nostri eroi.
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