Recensioni

C'erano una volta gli Eleven, band di Los Angeles in cui militavano Alain Johannes, la di lui moglie Natasha Shneider ed il batterista Jack Irons, già apprezzato nei Red Hot Chili Peppers e in procinto di raggiungere i Pearl Jam. Non eclatante il successo, ma neanche trascurabile. Quanto al resto, se la passavano bene scambiandosi prestazioni sonore e amicizia con simpaticoni quali Queens Of The Stone Age, Mark Lanegan, No Doubt, Pearl Jam e Chris Cornell. Poi, la tragedia: il cancro si porta via la Shneider nel 2008, lasciando il marito comprensibilmente distrutto. Lo ricordiamo fiero e commosso al concerto-tributo organizzato da Homme, ospiti i QOTSA al completo più altri calibri come Jack Black (l'attore) e PJ Harvey. Una bella persona, Alain. Non si è arreso. Ha continuato a lavorare come ingegnere del suono per Gutter Twins e Arctic Monkeys, ad esempio, poi nell'ottobre dello scorso anno ha sfornato questo Sparks, commercializzato solo oggi dalle nostre parti.
Tema dell'album, indovinate un po', l'adorata Natasha, ovvero anche un'occasione per riflettere sulla persistenza della memoria, sulla morte, sull'amore, sulla persistenza dell'amore malgrado la morte attraverso la memoria. Bene. Anzi, non troppo bene. Ok, male. Piuttosto male. Perché – fermo restando il rispetto per i sentimenti che hanno mosso l'operazione – questo disco è quasi inascoltabile. Pervaso del lirismo aulico e pettoruto del Cornell solista, saturo di misticismo muffoso Jimmy Page (Make God Jealous è praticamente un plagio di Black Mountain Side), costruisce un tabernacolo più tronfio che affranto, così ottusamente post-grunge, così impegnato a definire eterei barocchismi e tormentose profondità da sembrarne – ohibò – compiaciuto. In poche parole, è un ascolto imbarazzante.
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