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7.4

Aldous Harding sfugge nel vento. Sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione, di generalizzazione, di paragone perché album dopo album sta inesorabilmente venendo a configurarsi uno stile, un approccio, una sensibilità così personale ormai impossibile da non notare. Dopo due lavori solidi e struggenti nel loro subdolo pessimissmo come l’eponimo esordio e il successivo Party, in cui ad emergere erano temi diversissimi eppure estremamente affini, come la paura nei confronti della vita stessa, delle scelte che ci mette davanti, del controllo che via via viene perso durante il cammino, di una forza interiore che bisogna assolutamente far sbocciare per non soccombere alla banalità di una routine soffocante, l’inevitabile risultato non poteva che essere questo Designer. Nove canzoni che costituiscono nove diversi affreschi su quello che è l’approccio all’esistenza, montati con piglio quasi cinematografico in modo da costruire una narrazione in grado di flirtare a più riprese con l’abisso dell’animo umano, temuto, ma tenuto costantemente a bada, quasi la Nostra avesse finalmente trovato un antidoto definitivo alla vacuità del tutto, a quel peso dei pianeti che grava sulle nostre teste.

Musicalmente, questo terzo lavoro dell’artista neozelandese assomiglia tanto a un percorso di purificazione, e lo si percepisce man mano che le tracce avanzano, sempre più spoglie di tutti gli orpelli e dell’effettistica fino a raggiungere un minimalismo struggente e insieme liberatorio. Ancora coadiuvata dalla co-produzione di John Parish (PJ Harvey, Tracy Chapman, Giant Sand, Sparklehorse), la Harding traccia una sorta di brave new (folk) music, coraggiosa nel sincronizzare un campionario di suoni solo all’apparenza concilianti, con ancora la cripticità dei suoi testi, la cui forza emerge potente dopo più ascolti e dei quali non sempre si riesce a cogliere il significato ultimo, ma solo avvertirne il contorno, accarezzarne l’immensità ritratta, o solo percepirne l’ansia di cui sono indubbiamente impregnati; nuova per la sua capacità di chiudere quest’ultimo decennio con un piede indietro e uno pronto allo slancio verso il futuro, incerto ma inevitabile.

Si parte, infatti, dalla radiosità contagiosa di Fixture Picture, filastrocca giocosa a cui fa da contraltare un testo intriso di malinconia, dove è proprio questa principale dicotomia di fondo – che si fa metro stilistico e sunto di tutto l’album – a riscattare il senso di una relazione sentimentale, di un preciso modo di intendere la vita e i suoi elementi in perfetta sincronicità («As the memory kisses you goodbye / It’s better to live with melody and have an honest time»); allo stesso modo in cui un pizzico di chitarra, che da solo suggerisce un’infinità di spunti, viene seguito immediatamente dalla spensieratezza del ritmo nella title-track: la voce si eleva quasi a una forma angelica, mentre la melodia si sbriciola in mille fragranze per poi tornare al ricordo, un tempo cristallizzato che non tornerà, come quella fiera opulenta a Dubai che pian piano assume i contorni di una fiaba amara (Zoo Eyes), «it’s the greatest show on Earth»

L’elemento sognante prosegue nella successiva Treasure, la voce si disperde, la melodia si spoglia (rimangono una chitarra e un lento miagolio del piano), il testo si fa più spigoloso, abbraccia completamente quella ricerca di significato cui si accennava poc’anzi («And when we need it, we’ll know better than that / And that we couldn’t beat it»). La radiofonica The Barrel – in cui per la prima volta sentiamo netta la presenza di Parish alla produzione – apre la strada a quello che forse è il brano più personale composto dalla Harding: in Damn raggiunge una sincerità talmente disarmante che è impossibile non immaginarla chiusa in una stanza a scrivere il testo, magari mentre una lacrima le scende giù per il viso… un autoritratto potente, ricco di sfumature e dettagli, nonostante il minimalismo sonoro che l’accompagna («My mother said “Why must you drag all the hopes out of bed?” / I blame the seasons / We all have our reasons, I meant»).

Un liberarsi dal peso ossessivo delle proprie ansie, un ritornare a settare il giusto modo di guardare alla ritualità di ogni giorno, senza sprecare altro tempo nell’avere timore di sbagliare. La consapevolezza della necessità dell’errore e dell’impossibilità di uscire da questa esistenza senza il rimpianto è il fine ultimo a cui ogni individuo dovrebbe aspirare (Weight of the Planets, Heaven Is Empty e Pilot, poco più che riempitivi, non fanno che insistere sulle varie possibilità di tale interpretazione). Non per un malriposto senso di superiorità, ma per tornare a dare il giusto valore ad ogni cosa. E pur conscia dell’inevitabilità del commettere altri errori, Aldous Harding ha abbracciato e fatto sua questa consapevolezza.

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