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Ghiacci perpetui, montagne insormontabili, boschi di conifere. Nella foresta boreale dei grossi mammiferi ruminanti, il fattore più limitante è senza dubbio la temperatura, che offre allo sguardo, al tempo stesso, calma estatica e scenari da sopravvivenza estrema. È questo il mondo dei “trapper”, i cacciatori di pellicce con cui si misura Inàrritu, che tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento fondarono nel West il fruttuoso e affascinante regno del commercio delle pelli, tra atroci battaglie contro i nemici Arikara (tribù di Nativi americani).

Con un realismo senza precedenti e una lavorazione esasperata (durata circa nove mesi), Revenant è un film superbo, un’iperbole che esagera – in maniera mai pedante – tutti gli elementi visivi e descrittivi della realtà in cui i personaggi sono immersi. Occhio etereo che ricerca dettagli e dinamiche impossibili. Eccessi di brutalità e istinti primordiali si alternano durante i 156 minuti di film, passando dalla lotta per la sopravvivenza – in una natura che ha delle leggi che contrastano in maniera irreparabile con la presenza dell’uomo – al feroce istinto di vendetta. Lontano dalle nevrosi dei tempi moderni (Babel), dal caos metropolitano (Amore perros) e dai conflitti tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere (Birdman), il messicano Inárritu (insieme al direttore della fotografia Emmanuel Lubetzki) si concentra sulla magnificenza della natura e sulla rappresentazione diretta della locuzione latina “homo homini lupus”, che è il nucleo attorno al quale ruota la storia.

Il film è pieno di scene memorabili di aperture panoramiche disegnate con luce naturale. Un elogio allo stile registico più pittorico, al virtuosismo della macchina da presa, dove a farla da padrone, a volte in modo particolarmente invadente, è l’effetto “voyeuristico” della steadycam che segue costantemente il protagonista con scrutare ossessivo. In alcuni passaggi si ha come la sensazione di indossare un visore a 360° capace di allargare lo spazio inquadrato ben oltre i limiti dell’obiettivo stesso. Un’atmosfera  sostenuta dalla splendida colonna sonora firmata dal maestro Ryuichi Sakamoto, Alva Noto e Bryce Dessner, pensata per riprodurre i suoni naturali della terra in un crescendo che, man mano che incalza la narrazione, diventa sempre più solenne.

Film di genere che è girato con cura meticolosa per il dettaglio tipica del cinema d’autore, pieno di movimenti lenti e introspezione profonda; un film non propriamente d’azione, ma un dramma metafisico di un uomo che abbandona le sue vesti umane per rinascere nella Natura: non una bestia, ma un essere nuovo, immortale, messianico, destinato a un’eternità solitaria. Leonardo Di Caprio non parla per quasi due quarti di film, lo spazio è dominato da espressioni e sensazioni visive. Il protagonista ha poche ed essenziali battute, come poca è la recitazione propriamente detta. Glass non è un personaggio fissato definitivamente, non ha un background dal quale possiamo attingere informazioni circa la sua natura, né una personalità totalmente espressa. Non sappiamo nulla di lui, i dialoghi lasciano il posto a silenzi angoscianti e prolungati. Una muta sofferenza che si legge direttamente dallo sguardo sempre rivolto altrove. Suo contraltare ed opposto dialettico, il Fitzgerald di Tom Hardy, cattivo in senso tradizionale, pieno di sfumature e identificabile nell’umano e connaturato istinto di aver salva la pelle, sempre. Tuttavia, entrambi chiamati a dare una prova performativa davvero epica, dal pesce e il fegato di bisonte mangiati per davvero ai tuffi nei fiumi gelidi in mezzo ai ghiacci.

Vincitore di tre Golden Globe – miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista – e in corsa con ben 12 nomination ai prossimi Oscar 2016, tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista a Leonardo Di Caprio e miglior attore non protagonista a Tom Hardy, Revenant è il film che, con ogni probabilità, consegnerà a Di Caprio la tanto agognata statuetta d’oro.

20 Gennaio 2016
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Alva Noto & Ryuichi Sakamoto

The Revenant, original music by Ryuichi Sakamoto and Alva Noto

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