Recensioni

Alessandro Fiori è un cantautore fuori posto. Un esistenzialista da osteria. Uno che andrebbe bene per il Big Lebowski dei fratelli Coen – recuperate il video Se io avessi un cane sul suo sito ufficiale e capirete il perché – non fosse un musicista. E invece si dà il caso che sia un fine compositore, titolare di una discografia sparpagliata in progetti paralleli, numerose collaborazioni (Marco Parente, Andrea Chimenti, Paolo Benvegnù) e un’ispirazione lucidissima. Quel quid che lo fa assomigliare a un Lucio Dalla surreale o un John De Leo spogliato dai tecnicismi della voce ma perso allo stesso modo in un universo scollegato dall’attualità.
L’immaginario del suo primo disco solista è un po’ quello dei Mariposa e non potrebbe essere altrimenti visto che il Nostro è da dieci anni il front-man della formazione bolognese. Anche se dal progetto in solitaria di Fiori emerge ancor più forte quello che è il tratto distintivo della sua poetica, ovvero la capacità di unire serietà nella scrittura e approccio ironico, disillusione e leggerezza, testi impegnati e delicatezza nelle melodie. Un bypassare i luoghi comuni del genere affidandosi a una parte musicale malinconica che mescola spartiti à la Tim Hardin (Senza le dita) e Love (Catino Blu), Weill/Brecht (La Vasca) e pre-war folk all’italiana (Trenino a cherosene), musica da camera mista a cabaret (Fiaba contemporanea) e Paolo Conte in salsa rock (2 cowboy per un parcheggio).
Fiori impacchetta la realtà in una quotidianità autobiografica e sopra le righe leggendola come si potrebbero leggere le istruzioni di montaggio di un mobile Ikea: con qualche dubbio e la curiosità di vedere come va a finire. Anche se in generale si parla comunque di un’operazione raffinata che privilegia l’arrangiamento e l’estrema professionalità dei musicisti coinvolti nel progetto. Nello specifico, Alessandro Stefana, Marco Parente, Zeno De Rossi, Danilo Gallo e Enrico Gabrielli.
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