Film

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Sulla carta, l’idea alla base di Downsizing era tra le più intriganti di quelle messe in scena finora da Alexander Payne, regista di fughe, viaggi e normalità da Election fino a Paradiso Amaro. Uomini comuni dall’esistenza priva di scossoni tornano nel suo nuovo film, che in italiano diventa “miniaturizzazione” e stona, così, al primo sguardo, con i precedenti lavori dell’autore e la tematica proposta. Sì, perché al contrario del realismo del passato, piombiamo all’interno di un futuro distopico e di una società che ambisce a una vita migliore sotto ogni aspetto (economico, politico, ambientale) semplicemente ridimensionando le proprie risorse. Come? Le persone, grazie ai progressi di alcuni ricercatori norvegesi, potranno diventare più piccole di statura, dunque consumare meno, spendere meno e guadagnare di più in termini di salvaguardia del pianeta, stipendi, proprietà privata, insomma l’immagine del paradiso idilliaco tanto sognato e mai raggiunto dalla civiltà moderna. Che poi era ciò a cui miravano l’anziano Woody Grant di Nebraska o la coppia di amici di Sideways e in generale, quasi tutti i personaggi partoriti dal regista di Omaha.

Ebbene, anche in Downsizing, Payne non fa che riproporre in chiave futuristica, persino sci-fi, la versione più nera e negativa dell’America da ceto medio, quella ammaliata dal mito del benessere e dal desiderio di cambiamento che sappiamo essere lì, dietro l’angolo, a due passi dalle nostre case. Un paese immerso in un clima di perenne propaganda dove l’individuo è continuamente perseguitato e bombardato da mille segnali che spingono a volere sempre di più, di più e ancora di più, a migliorare la propria condizione sociale, ad essere mini imprenditori di se stessi. A quale scopo poi? Qui intervengono le scuse, gli alibi della politica: si incrementa ciò che si ha per scopi maggiori, per evitare il collasso ambientale, per incrementare la produzione, per vivere meglio con gli altri, per evitare le guerre e via dicendo. Tutte stupidaggini. La storia letteraria, filosofica e non ultima, quella cinematografica, ce l’hanno dimostrato con vari esempi.

Un certo modello di vita “eterna” in Terra è al centro della discussione del film, abile nell’architettare il tessuto sociale dove si muovono i protagonisti (qui un Matt Damon sottotono e ingrassato, con la malinconia e la pancia di chi ha smesso di sognare per i tanti sacrifici) e nel creare l’ambientazione perfetta, non soltanto fisica ma morale, della provincia trasformata in grande centro d’attrazione. D’altronde, è prerogativa di Payne e delle sue commedie piene di cinismo partire da un luogo – l’America – e muoversi attraverso lo spazio con l’intenzione di far “viaggiare” i personaggi mentre si pongono delle domande fondamentali. Chi sono? Chi voglio diventare? Cosa desidero? E ancora, è così sbagliato desiderare di più? Qual è il costo dei nostri desideri? Il futuro è migliore come ce lo descrivono? Interrogativi lasciati aperti e risolti, alcuni in maniera piuttosto prevedibile, da una sceneggiatura che non ha paura di concedersi il suo tempo sfociando oltre le due ore di montaggio e sfidando l’attenzione, già labile, del pubblico poco abituato.

A salvare questo irrimediabile passo falso, che pare arrossire di fronte a pellicole brillanti, perfide, generose e dolcissime come il resto della filmografia del regista, è il buon ritmo della scrittura, l’inserimento di parentesi comiche che effettivamente funzionano grazie alla sorpresa Hong Chau (che interpreta la tenera reietta Gong Jiang), a Christoph Waltz in discreta forma e a Damon, inconsapevole della tenacia e della forza che trasmette. È un peccato che le ottime premesse iniziali siano presto sciolte nel più classico dei racconti alla Payne, e questo sarebbe un aspetto positivo se il film non fosse stato introdotto con certi toni e ambizioni, sgretolandosi inesorabilmente verso la fine del viaggio (sì, un altro viaggio da gustare senza vino e piacevole compagnia…) per la totale mancanza di misura e originalità (la metafora biblica a chiudere il terzo atto è assai banale e fin troppo scontata).

Di Downsizing, però, resta la verità inconfutabile di un discorso che è affrontato quasi a margine, ma resta impresso grazie alle immagini: la disparità tra ricchi e poveri e l’antica divisione in classi sono insieme lo scheletro della società civile, e nulla potrà mai cambiare questo perfetto (anche se ingiusto) equilibrio che la tiene in piedi. Sopravvivrà persino nel più lontano dei futuri distopici e non c’è speranza di cambiamento o volontà di sovvertire l’ordine delle cose. Finché sarà il capitale a governare il mondo, la statura di un uomo non è definita da ciò che possiede (o da ciò che è), ma da quello che sogna e non può avere.

24 Gennaio 2018
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