• Ago
    24
    2018

Album

Thrill Jockey

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Alexander Tucker è uno che non ha fretta, che sa prendersi il suo tempo, tutto preso com’è a provare le mille variazioni possibili manipolando un arpeggio di chitarra, un giro di pianoforte o una linea vocale. Per chiudere la trilogia iniziata con Dorwytch, e proseguita con Third Mouth, ha impiegato 7 anni. A spiegare lo iato – almeno in parte – ci sono i progetti da editore di fumetti con la sua UNDIMENSIONED (per la quale ha anche firmato degli albi) e poi il lavoro su commissione per il Teatro Nazionale Svizzero di Zurigo.

Il filo che unisce i tre dischi è qui ben presente, fatto di un rapporto diretto con il songwriting classico del folk britannico, specialmente in sfumature più psych, chitarre acustiche che reggono le impalcature di canzoni tutto sommato semplici. Almeno fino alla settima traccia, Gloops Voids (Give It Up), quando un meteorite cosmico atterra tra gli spartiti di Tucker e scombicchera il presente, tingendolo di horror, sci-fi paurosa da invasione degli aliene e apocalisse. Un tratto che, per chi mastica d’inglese, è presente anche nei testi di questi 38 minuti di musica. Poi ritorna la calma, una serenità venata di malinconia come se fossimo nella Spada di Shannara di Terry Brooks: un mondo fantasy post-disastro naturale, in cui una traccia completamente classica come A to Z assume i connotati di un passato che appare ancora più lontano e mitico, dove la una natura ha un vago bagliore inquietante, radioattivo, che attrae e respinge allo stesso tempo.

Sotto le stelle guida di ComusPentangleJulian Cope, che rimangono ben visibili nel firmamento tuckeriano, Don’t Look Away, pur non lasciandosi del tutto afferrare, è il capitolo più riuscito della trilogia. Quello in cui il lavoro di rifinitura attorno all’idea centrale del trittico ha maturato il proprio alchemico equilibrio.

21 Agosto 2018
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