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7.2

Secondo disco solista per l’ex Hot Chip, Alexis Taylor, dopo Rubbed Out  del 2008. I suoni e le atmosfere che ci potevamo aspettare dopo la pluriennale avventura sonica con il main act e dopo aver pubblicato anche qualcosa con gli Avant Group (gruppo arty con membri di Spiritualized e This Heat), ci sono tutti. Il disco è infatti pieno di arrangiamenti ad effetto (leggi qualche tappetino elettronico non invadente) che si vanno ad aggiungere a una base tradizionale, fatta di semplici ballad voce e chitarra. Invece di concentrarsi su malinconie modaiole How To Dress Well, il sostrato armonico di Taylor si situa sulla tradizione del (synth) soul artigianale, dato che l’uomo ha suonato tutti gli strumenti (archi a parte), conferendo al disco una vena di DIY-ness che non guasta.

Ingredienti storicizzati, che si adattano bene al timbro di voce del cantante, in buonissima forma anche da solo. Insomma, Taylor invecchia bene e avevamo già capito dell’EP del 2012 (Nayim from the Halfway Line, sempre su Domino) che non avrebbe mollato presto il mix di sperimentazione e di popness per cui è diventato famoso. Non per fare paragoni troppo azzardati, ma nella vicenda artistica di Taylor sembrano emergere le stesse movenze di David Sylvian quando iniza a pubblicare cose per conto suo separandosi definitivamente dai Japan. Con il main act, il cantante inglese aveva stabilito la sua statura sugli anni ’80, e con i progetti paralleli aveva iniziato una nuova vita, fatta di incontri col misticismo e con una parte di se stesso che non avrebbe potuto esplorare restando nella band.

Destino parallelo per Taylor, che con gli Hot Chip ha blindato il soul dei 2000 e che oggi ripiega su un intimismo classico (vedi l’armonica di Without a Crutch, le atmosfere caldissime di Immune System), riprendendo in mano l’eredità di Robert Wyatt (che nel 2009 aveva cantato nell’EP degli stessi Hot Chip Made in the Dark e che qui ritorna prepotentemente in Am I Not a Soldier?) con un soul senza sbavature (Dolly and Porter, Elvis Has Left the Building), senza dimenticare qualche momento di estasi (splendido l’a-cappella su base cosmic di Closer to the Elderly), di cazzeggio (il fischiettare nella stupenda New Hours, forse la migliore canzone del disco) o di citazioni colte (il titolo dell’album è preso dal poema omonimo di Kavafis). Un inaspettato e piacevolissimo ritorno. Strappalacrime senza strafare, Taylor ha capito come costruire pezzi che restano non solo nell’hard disk ma anche nel cuore.

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