Film

Add to Flipboard Magazine.

Roma è il nome di un quartiere medio borghese di Città del Messico dove Cleo lavora come domestica di una famiglia benestante (madre insegnante, padre medico, quattro figli esuberanti) nella loro casa sempre disordinata. Ogni giorno compie gli stessi rituali, con grazia, silente: prepara i bambini per la scuola e la colazione, fa il bucato, rassetta le stanze e pulisce con l’acqua l’ingresso dell’abitazione pieno degli escrementi del cane. Sono immagini che appartengono alla memoria di chi le sta sfogliando insieme a noi, Alfonso Cuaron, da cinque anni lontano dal cinema e qui ancora distante per esigenze stilistiche; una ripresa immobile – tranne che per piccoli spostamenti laterali – contempla i momenti per rispettare il tempo reale della vita, confidare i ricordi dell’infanzia e aprire una finestra sul privato apparentemente gelida. Fino a quando i volti dei personaggi ci risultano più chiari, le emozioni più vivide, il flusso degli eventi più comprensibile, e il film decolla senza mai staccarsi da terra. Liquido come l’acqua versata da Cleo durante i titoli di testa e specchio riflettente di un passato in bianco e nero.

Non vuole essere sentimentale Cuaron, sebbene questo sia stato definito dall’autore il lavoro più “personale” della carriera, e lo ribadisce con la freddezza formale (perché la memoria è ieri, la distanza è oggi e aiuta a fissarla meglio) che fa dimenticare in un attimo il movimento adolescenziale di Y tu mama tambien, l’irrequieto progredire de I figli degli uomini, perfino il sinuoso dimenarsi nello spazio di Gravity. Roma è evidentemente un’opera di rottura visiva con le precedenti, coerente per certi versi con alcuni dei temi a cui il regista è sensibile (la maternità, il duro stacco fra vita e morte e ciò che sta nel mezzo, il dolore che precede la rinascita), infine libera di sperimentare, avendo il privilegio di una distribuzione non legata alla sala grazie a Netflix, linguaggi narrativi, soluzioni di montaggio e ritmi che non incontrano quasi mai il favore del pubblico.

Sul film ci sarebbe poco da dire e si dovrebbe far parlare le immagini, congelate nella loro maniacale ricostruzione, dalle stanze della casa dove il regista è vissuto, agli spazi aperti di Città del Messico (non molti, ma verosimili quanto basta per annullare il senso di stupore), come sarebbe superfluo ogni commento sulla fotografia curata dallo stesso Cuaron in assenza del “Chivo” (Emmanuel Lubezki, suo storico collaboratore); resta il valore assoluto di un’opera che non affonda le mani in tutto ciò che vorremmo sapere e non offre quasi mai il fianco al più becero e melenso pietismo. Al contrario l’algida posizione della camera, e con essa lo stato d’animo di chi la muove, suggerisce piuttosto un’inedita interpretazione del racconto sulla memoria, allo stesso modo sentita e commovente, più di molti primi piani di lacrime indotte con forza e la presunzione di sapere cosa si prova ripercorrendo il passato.

31 Agosto 2018
Leggi tutto
Precedente
Yorgos Lanthimos – La favorita
Successivo
Mass Gothic – I’ve Tortured You Long Enough Mass Gothic – I’ve Tortured You Long Enough

film

artista

Altre notizie suggerite